Meta ha da poco presentato Muse come l’agente IA personale capace di occuparsi di acquisti, prenotazioni ed e-mail al posto dell’utente. Da domenica sera, però, chi prova a usarlo per completare acquisti su Amazon (non uno store qualunque) riceve un messaggio di errore. Questo è solo l’ultimo episodio di uno scontro che Amazon porta avanti da mesi contro gli assistenti AI di terze parti che vogliono fare shopping per conto degli utenti.
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Il blocco e le motivazioni di Amazon
Secondo quanto emerso nelle ultime ore, Amazon avrebbe prima chiesto a Meta di escludere volontariamente il proprio sito dall’esperienza di Muse, senza ricevere risposta. Da qui la decisione di bloccare l’accesso. Tanto che chi tenta oggi di fare acquisti su Amazon tramite l’agente di Meta si vede recapitare il messaggio “l’accesso continuato da parte di un agente IA non autorizzato viola le Condizioni d’uso di Amazon, alle quali i nostri clienti hanno aderito”. Un portavoce di Amazon ha dichiarato che le applicazioni di terze parti che effettuano acquisti per conto dei clienti dovrebbero operare in modo trasparente e rispettare la decisione dei singoli servizi di aderire o meno all’esperienza.
Le accuse tra privacy e sicurezza
Amazon sostiene che Muse non si identifichi come agente automatizzato durante la navigazione e che possa accedere a pagine dell’account e alla cronologia degli ordini. Un comportamento che l’azienda descrive come un rischio per la sicurezza e la privacy dei clienti, dato che equivarrebbe a consentire a un estraneo di accedere a dati sensibili senza il consenso della piattaforma. Meta, dal canto suo, aveva già chiarito al momento del lancio di Muse che l’agente non avrebbe visibilità su password e metodi di pagamento, e che le credenziali condivise dall’utente finirebbero in uno storage sicuro utilizzabile senza essere mai visualizzato, comprese le password digitate direttamente nel browser.
Lo scontro sullo shopping agentico
Il caso Muse si inserisce in uno scontro più ampio che Amazon combatte da tempo per mantenere il controllo sull’esperienza d’acquisto sul proprio sito. L’azienda ha già citato in giudizio Perplexity per il suo browser Comet, capace di effettuare acquisti in autonomia, e ha bloccato in modo simile gli agenti di shopping di Google e OpenAI. Proprio la causa contro Perplexity offre un precedente rilevante perché un giudice aveva inizialmente accolto le richieste di Amazon con un’ingiunzione a marzo, salvo poi vedersela annullare ad agosto da una corte d’appello, secondo cui a violare eventualmente le regole d’accesso sarebbe l’utente e non l’azienda che sviluppa l’agente. Una richiesta di revisione presentata da Amazon è stata respinta a inizio settembre, lasciando però aperta la strada dei contratti e delle condizioni d’uso, la stessa seguita ora contro Muse.
La vicenda è interessante anche perché le due aziende restano partner commerciali con i prodotti Amazon che sono acquistabili da anni all’interno di Facebook e Instagram con Meta che userà i chip Graviton di Amazon per i propri carichi di lavoro agentici. Per Amazon la posta in gioco resta comunque alta, considerando quanto il modello pubblicitario del sito dipenda dalla navigazione diretta degli utenti tra le pagine prodotto. L’azienda ha fatto sapere di essere in contatto diretto con Meta per risolvere la questione, senza sbilanciarsi su eventuali azioni legali, e ricorda di avere già una propria soluzione di shopping agentico, Buy for Me, che a differenza di Muse si identificherebbe apertamente e lascerebbe ai singoli brand la possibilità di escludersi dall’esperienza.
Nel frattempo Muse, disponibile su iOS, Android, WhatsApp e sul sito muse.ai, ha già raggiunto il primo posto tra le app gratuite più scaricate negli Stati Uniti (superando servizi come ChatGPT). Un segnale dell’interesse degli utenti verso gli agenti capaci di fare acquisti in autonomia e una sorta di campanello d’allarme sulla necessità di regolamentare questa nuova tecnologia.
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