La missione Dragonfly della NASA si avvicina lentamente alla sua destinazione, anche se il viaggio verso Titano, la più grande luna di Saturno, inizierà soltanto nel 2028. Mentre proseguono i lavori di costruzione e integrazione presso il Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (APL) di Laurel, nel Maryland, la NASA ha infatti raggiunto alcuni importanti traguardi sia per quanto riguarda la realizzazione del drone sia per la definizione della zona nella quale è previsto l’atterraggio.

Dragonfly sarà una delle missioni più particolari mai realizzate dall’agenzia spaziale statunitense, invece di limitarsi a esplorare la superficie di un altro corpo celeste attraverso un rover, la sonda sarà un vero e proprio velivolo a rotore capace di spostarsi nell’atmosfera di Titano e raggiungere differenti aree della superficie.

Nel frattempo, all’interno della camera bianca dell’APL, gli ingegneri stanno procedendo con l’integrazione dei vari sistemi. Tra questi c’è anche un componente che potrebbe sembrare secondario ma che, in realtà, è fondamentale per il funzionamento dell’intero veicolo: il complesso cablaggio elettrico che collega tra loro computer, sensori, strumenti scientifici, attuatori e batteria.

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Dragonfly prende forma nella camera bianca dell’APL

Il cablaggio elettrico rappresenta una sorta di sistema nervoso di Dragonfly e deve permettere la trasmissione sicura di energia e dati tra i numerosi componenti presenti a bordo. Il lavoro di integrazione è entrato in una fase importante nel mese di luglio, quando il team guidato da Jackie Perry, responsabile del cablaggio del lander Dragonfly presso l’APL, ha completato l’installazione del cablaggio sulla fusoliera di volo.

Il sistema è particolarmente complesso: il cablaggio destinato al volo comprende circa 5.290 metri di filo conduttore e 374 connettori, per un peso complessivo di 45 chilogrammi; i fili sono realizzati con conduttori in rame rivestiti d’argento, isolati attraverso un materiale polimerico progettato per resistere al calore e alle condizioni operative previste, mentre un rivestimento in alluminio contribuisce alla protezione del sistema.

La progettazione del cablaggio ha richiesto particolare attenzione proprio a causa dell’ambiente nel quale Dragonfly dovrà operare, Titano presenta infatti temperature estremamente basse e il veicolo dovrà essere mantenuto caldo grazie all’energia prodotta dalla sua fonte di alimentazione nucleare. Il particolare design del velivolo prevede quindi un isolamento termico che permette di conservare il calore all’interno.

I cavi devono di conseguenza attraversare uno spazio interno molto affollato e, contemporaneamente, passare sotto uno spesso strato di materiale isolante presente all’esterno del lander. Il sistema deve inoltre consentire la corretta circolazione dell’aria calda generata internamente, senza compromettere la disposizione degli altri componenti.

Anche il fabbisogno energetico del drone ha imposto l’utilizzo di cavi di dimensioni differenti, con conduttori da 4 e 8 gauge. Nonostante questo, il cablaggio deve mantenere una sufficiente flessibilità per poter essere installato all’interno della struttura senza interferire con il sistema di volo, le unità degli strumenti scientifici e gli altri sottosistemi.

Una volta completata questa fase, il team continuerà a collegare il cablaggio agli strumenti scientifici e agli altri componenti man mano che questi verranno consegnati all’APL, dove Dragonfly sarà sottoposto alle successive attività di integrazione e test.

La zona di atterraggio di Dragonfly ha finalmente un nome

Parallelamente alla costruzione della sonda, la NASA ha annunciato un’altra importante novità legata alla missione. L’area nella quale Dragonfly dovrebbe iniziare la propria esplorazione su Titano ha infatti ricevuto un nome ufficiale approvato dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU), l’organismo incaricato della nomenclatura ufficiale degli oggetti e delle caratteristiche presenti nello spazio.

La regione è stata denominata Ahmakiq Undae e si trova all’interno dei grandi campi di dune equatoriali di Titano, a sud del cratere Selk; l’area, caratterizzata dalla presenza di dune e zone interdunali, si estende fino al margine di una regione composta da colline e montagne e presenta un diametro di circa 810 chilometri.

Il nome scelto ha un’origine particolare e richiama la tradizione Maya, Ahmakiq, pronunciato “ah-mahk-eek“, era infatti uno spirito al quale ci si rivolgeva affinché impedisse ai forti venti di danneggiare i raccolti. Il nome viene tradotto come colui che blocca il vento ed è quindi particolarmente adatto alla convenzione adottata dall’IAU per i campi di dune, chiamati undae, che vengono denominati utilizzando divinità e spiriti associati al vento.

Non è un dettaglio puramente simbolico, Ahmakiq Undae rappresenterà una delle prime aree che Dragonfly esplorerà una volta raggiunta Titano. La regione si trova inoltre nelle vicinanze del cratere Selk, una struttura da impatto del diametro di circa 80 chilometri che costituisce uno degli obbiettivi scientifici più interessanti dell’intera missione. I depositi prodotti dall’impatto sono infatti tra i principali bersagli dell’esplorazione.

nasa dragonfly zona atterraggio

Dragonfly cercherà gli ingredienti della vita su Titano

La scelta di Titano come destinazione non è casuale, la luna di Saturno presenta un’atmosfera densa e una chimica estremamente interessante, con una superficie caratterizzata dalla presenza di composti organici e di laghi e fiumi sostituiti non da acqua liquida, ma principalmente da metano e etano.

Dragonfly avrà il compito di muoversi tra ambienti differenti, partendo dalle dune ricche di materiale organico fino ad arrivare alle aree associate al cratere Selk; proprio quest’ultimo potrebbe conservare informazioni particolarmente importanti sulla storia chimica e geologica di Titano.

Secondo le analisi scientifiche, l’impatto che ha formato il cratere potrebbe aver sciolto parte del ghiaccio presente sulla superficie, generando temporaneamente una grande quantità di acqua liquida. L’ambiente potrebbe essere rimasto liquido per un periodo compreso tra centinaia e migliaia di anni, grazie alla presenza di uno strato di ghiaccio capace di trattenere il calore.

Queste condizioni sono particolarmente interessanti perché acqua liquida e materiali organici complessi rappresentano elementi fondamentali per comprendere i processi chimici che possono portare alla formazione delle molecole associate alla vita.

La missione primaria di Dragonfly dovrebbe avere una durata di 3,3 anni una volta raggiunta Titano, il lancio è previsto per l’estate del 2028, mentre l’arrivo sulla luna di Saturno è atteso per la fine del 2034.

Fino ad allora, il lavoro sarà concentrato sulla costruzione, sull’integrazione e sui test del drone. La complessità dell’ambiente di Titano rende infatti indispensabile verificare ogni componente prima della partenza, dal sistema di alimentazione al cablaggio, fino agli strumenti scientifici che dovranno permettere a Dragonfly di analizzare direttamente uno degli ambienti più affascinanti e misteriosi del Sistema Solare.

Quando arriverà finalmente a destinazione, Dragonfly non si limiterà quindi a osservare Titano da un singolo punto: grazie alla sua capacità di volare e spostarsi tra differenti aree, potrà esplorare una superficie molto più ampia e studiare direttamente le dune organiche, i depositi del cratere Selk e gli altri ambienti che caratterizzano questa straordinaria luna di Saturno.