Alle 7:26 ora locale della Florida (le 13:26 in Italia) di oggi, 30 agosto 2026, un razzo Falcon Heavy di SpaceX è decollato dal Launch Complex 39A del Kennedy Space Center portando in orbita il nuovo Nancy Grace Roman Space Telescope della NASA. I 27 motori Merlin del vettore hanno generato oltre 5 milioni di libbre di spinta, sufficienti a spingere rapidamente il razzo fuori dall’atmosfera in direzione della destinazione finale dello strumento, il secondo punto di Lagrange, a circa 1,5 milioni di chilometri dalla Terra.
Proprio la distanza della destinazione ha reso necessario un vettore potente come il Falcon Heavy, configurato con un booster laterale nuovo (B1104-1) e uno già utilizzato in precedenza (B1072-3), entrambi destinati a rientrare al sito di lancio per essere riutilizzati in una futura missione del Dipartimento della Guerra prevista a ottobre. Il primo stadio centrale (B1105-1), al suo primo lancio, non è stato invece recuperato, per garantire la massima spinta disponibile.
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Un campo visivo 100 volte più ampio di Hubble
Il Nancy Grace Roman Space Telescope, spesso abbreviato in RST o semplicemente Roman, non sostituisce Hubble né il James Webb Space Telescope, ma li affianca con un compito diverso: offrire una risoluzione paragonabile a quella di Hubble su un campo visivo circa 100 volte più ampio. Julie McEnery, del Goddard Space Flight Center della NASA, ha reso l’idea con un paragone efficace: una scansione che a Roman richiederebbe un mese, a Hubble ne richiederebbe cento. È una capacità pensata per generare grandi quantità di dati, fino a 1,4 terabyte al giorno, scaricati verso la Terra attraverso il Deep Space Network, e destinati ad alimentare ricerche su materia oscura, energia oscura, esopianeti e buchi neri.
Al cuore dello strumento ci sono due strumenti principali: il Wide Field Instrument, una fotocamera a infrarossi da 300 megapixel che fornisce la risoluzione elevata su un campo visivo così ampio, e un coronografo di nuova generazione, pensato per oscurare la luce delle stelle e rivelare la presenza di pianeti altrimenti invisibili nel loro bagliore. Secondo Vanessa Bailey del JPL della NASA, la strumentazione dovrebbe permettere di rilevare esopianeti fino a circa 100 milioni di volte più deboli della propria stella, un livello di sensibilità reso possibile anche da specchi deformabili con una precisione di correzione vicina alle dimensioni di un singolo atomo. L’obiettivo dichiarato è concentrarsi su pianeti simili ai giganti gassosi del sistema solare, ma più freddi, gettando le basi per il futuro Habitable Worlds Observatory, il telescopio che negli anni Quaranta dovrebbe spingersi oltre, cercando pianeti rocciosi potenzialmente abitabili in altri sistemi solari.
Un’eredità che parte da un satellite spia e da un nome importante
Il telescopio porta il nome di Nancy Grace Roman (1925-2018), soprannominata “la madre di Hubble” per il ruolo che ebbe nella nascita del programma di telescopi spaziali della NASA, un’eredità che comprende anche strumenti come il Chandra X-ray Observatory, il Compton Gamma Ray Observatory e lo Spitzer Space Telescope. Prima di ricevere questo nome, il progetto era conosciuto come WFIRST (Wide Field Infrared Survey Telescope), ed era stato raccomandato per la prima volta dal comitato Decadal Survey del National Research Council statunitense già nel 2010.
Un dettaglio che aggiunge un pizzico di storia non scontata alla missione riguarda proprio lo specchio principale, da 2,4 metri di diametro, lo stesso identico diametro di quello montato su Hubble: sia lo specchio sia parte del sistema ottico derivano da progetti di due satelliti spia dell’NRO (National Reconnaissance Office) statunitense, poi cancellati e donati alla NASA per essere riutilizzati in ambito scientifico. Con una massa di circa 10.500 kg e dimensioni di 12,7 per 4,4 metri, l’osservatorio ha completato l’assemblaggio finale lo scorso 25 novembre, per poi essere trasferito in Florida durante l’estate per le operazioni di preparazione al lancio.
I prossimi mesi, tra calibrazione e primi dati
La missione principale di Roman avrà una durata pianificata di cinque anni, ma a differenza del James Webb, che non può essere raggiunto per interventi di manutenzione, Roman è stato progettato per poter ricevere missioni robotiche di manutenzione in futuro, un’opzione che potrebbe estendere sensibilmente la sua vita operativa oltre la missione principale. Nei prossimi mesi il team di ingegneri sarà impegnato nella configurazione e calibrazione degli strumenti a bordo, con le prime immagini non dedicate ai controlli tecnici attese non prima dell’inizio del 2027.
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