Quando dici “Alexa” a qualcuno, l’immagine che viene in mente è quella di un cilindro nero sul comodino che imposta un timer o mette su musica. Un assistente utile, sì, ma con i suoi limiti evidenti: risposte rigide, scarsa memoria conversazionale, zero contesto. Con Alexa+, Amazon ha deciso di cambiare le regole del gioco e parte di questa rivoluzione passa per Torino.
Lanciata in Italia il 15 aprile 2026 con la formula dell’Accesso Anticipato gratuito, Alexa+ è l’evoluzione più radicale che l’assistente vocale di Amazon abbia mai subìto dal giorno del suo lancio. Non si tratta di qualche ritocco all’interfaccia o di qualche risposta leggermente più fluente: è un cambio architetturale profondo, costruito su modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e alimentato da Amazon Bedrock. La differenza rispetto a un chatbot tradizionale è sostanziale: Alexa+ non si limita a rispondere, agisce nel mondo reale, per conto dell’utente, orchestrando attività complesse che coinvolgono centinaia di servizi e dispositivi diversi.

Già inclusa per gli abbonati Amazon Prime, la nuova Alexa sa pianificare eventi, gestire la smart home con linguaggio naturale, consigliare contenuti personalizzati e persino seguire i tuoi artisti preferiti avvisandoti quando escono nuovi brani. Un salto evolutivo che fa il paio con quello che Apple sta tentando con Apple Intelligence e Google con Gemini, ma con un approccio dichiaratamente più “domestico”: Alexa+ vive in casa, si adatta alla famiglia, impara chi sei.
Ma c’è un aspetto di questa storia che in pochi conoscono: una parte significativa della tecnologia che fa girare Alexa+ a livello globale, inclusi gli Stati Uniti, è stata sviluppata a Torino.
Il laboratorio segreto di Amazon sotto la Mole
Nel cuore del Piemonte, Amazon gestisce da oltre dieci anni un centro di Ricerca e Sviluppo dedicato ad Alexa AI. Non è una sede di supporto, non è un ufficio commerciale: è un laboratorio vero, con circa cinquanta professionisti tra scienziati, ingegneri e linguisti. Una composizione multidisciplinare che rispecchia esattamente la sfida che Amazon si è posta: costruire un’AI che non solo comprenda le lingue, ma le padroneggi nelle loro sfumature più sottili.
Per capire da vicino cosa succede in questo hub torinese, abbiamo incontrato Daniele Amberti, Senior Manager, Research Science di Alexa AI, presente all’evento di lancio italiano di Alexa+. Una conversazione tecnica ma accessibile, che ha rivelato quanto il contributo italiano vada ben oltre i confini nazionali.

“Torino non lavora solo per l’Italia”
Il centro di Torino esiste da circa dieci anni ed è composto da una cinquantina di persone tra scienziati, ingegneri e linguisti. Abbiamo scoperto che gli strumenti sviluppati qui vengono usati a livello globale da Amazon. Il lavoro fatto a Torino contribuisce allo sviluppo di Alexa in tutto il mondo o rimane circoscritto all’Italia?
«Grazie per la domanda — è esattamente così. In questi anni, il Centro di Ricerca e Sviluppo di Torino si è evoluto notevolmente. Con la precedente Alexa che il pubblico conosce, il nostro ruolo era principalmente quello della localizzazione per l’italiano e lo spagnolo. Con Alexa+, invece, abbiamo avuto l’opportunità di contribuire in prima linea anche al lancio negli Stati Uniti, avvenuto alcuni mesi fa. Abbiamo sfruttato l’esperienza accumulata in anni di localizzazione per costruire strumenti che hanno poi accelerato l’internazionalizzazione di Alexa+. E non è tutto: a Torino gestiamo servizi real-time che rispondono sull’intero traffico globale di Alexa, inclusi gli USA e tutti i Paesi in cui andremo a lanciare in futuro. Si tratta di servizi che spaziano dalla composizione del prompt al riconoscimento delle entità con un nome: canzoni, film, libri. Il loro scopo è aiutare il sistema a scegliere la risposta giusta quando c’è ambiguità, tenendo conto del contesto e dell’evoluzione della conversazione con l’utente.»
L’italiano, una lingua “difficile” per l’AI
Alexa+ deve confrontarsi con una delle lingue più ricche e ambigue d’Europa. Una parola in italiano può avere significati completamente diversi a seconda del contesto. Come riesce l’assistente a capire cosa intende davvero l’utente? Si basa sul tono della voce, sulla conversazione in corso, o c’è qualcosa di più sofisticato?
«È un po’ tutto quello che hai citato, messo insieme. C’è la conversazione nella sua interezza, non solo l’ultima frase, ma tutte le interazioni precedenti. C’è la personalizzazione, ossia la conoscenza delle preferenze dell’utente costruita nel tempo. E c’è il contesto fisico: stai parlando con un determinato dispositivo, che magari è collegato ad altri dispositivi della casa. Tutti questi segnali vengono elaborati insieme per cercare di interpretare nel modo migliore la richiesta specifica che ci viene fatta.»

Dialetti e accenti: la sfida più italiana di tutte
Parlando di complessità linguistica, non si può evitare il tema dei dialetti. L’Italia è un Paese dove dal nord al sud le variazioni fonetiche sono enormi. Se qualcuno chiedesse ad Alexa una canzone usando il romanesco, l’assistente sarebbe in grado di capire?
«Stiamo sempre cercando di migliorare i nostri prodotti. Quello che posso dire è che Alexa+ non è un semplice LLM che restituisce una risposta: è un sistema complesso, e tutti i suoi elementi collaborano per rispondere correttamente anche in casi come quello che descrivi. Ti faccio un esempio concreto: uno dei servizi che abbiamo costruito qui a Torino è quello che riconosce le entità con un nome, titoli di canzoni, film, libri. Questo è esattamente il tipo di contributo che aiuta il sistema in situazioni ambigue. Alla demo avete visto l’esempio di “dito nella piaga”: una frase che in italiano ha un significato idiomatico preciso, ma che è anche il titolo di una canzone. Il nostro servizio è in grado di segnalare al sistema che quella specifica combinazione di parole è il titolo di un brano musicale. In questo modo, quando l’utente lo cita in una conversazione, Alexa+ può capire se sta facendo un commento o se sta chiedendo di mettere quella canzone.»
I dati che addestrano Alexa+: da dove vengono?
Una domanda più tecnica: per addestrare i modelli linguistici, da quali fonti attingete? E come gestite il rischio di bias regionali, considerando le differenze linguistiche tra nord e sud Italia?
«I nostri dataset seguono quella che potremmo chiamare la “ricetta” standard degli LLM: fonti pubbliche, fonti per cui disponiamo di licenze d’uso, e fonti acquistate appositamente per il training dei modelli. Ma una parte fondamentale del lavoro avviene in una fase specifica del ciclo di vita dei modelli che si chiama Fine Tuning, durante la quale si cerca di allineare il modello alle preferenze degli utenti in modo più generale. È un processo in due tempi: prima l’ingestione dei dati, poi l’allineamento delle risposte. L’obiettivo è che il risultato finale rispecchi il carattere e le modalità d’uso che vogliamo dare ad Alexa per i nostri clienti.»
Il futuro parla “itanglese”
Ultima domanda, e forse la più attuale: molti italiani, soprattutto le generazioni più giovani, mescolano continuamente italiano e inglese. “Fammi uno screenshot”, “fai il check-in”, “metti in standby”. Alexa+ gestisce già questo fenomeno in modo nativo, o rischia di interpretarlo come un errore?
«Si tratta di prestiti linguistici, percepiti come parte del sistema lessicale italiano. Alexa+ gestisce tutto cio’ in modo naturale.»
Un hub globale nel cuore del Piemonte
Quello che emerge dalla conversazione con Daniele Amberti è un quadro più articolato e sorprendente di quanto ci si potesse aspettare. Il centro di Torino non è un presidio locale pensato per adattare un prodotto americano al mercato italiano: è un laboratorio di ricerca a tutti gli effetti, che contribuisce attivamente all’evoluzione tecnologica di Alexa su scala planetaria. Una realtà che si è costruita nel tempo, passo dopo passo, guadagnandosi fiducia e responsabilità crescenti all’interno dell’ecosistema Amazon.

Con una cinquantina di professionisti che spaziano dalle scienze computazionali alla linguistica, il team torinese ha accumulato una competenza unica sul trattamento del linguaggio naturale, una competenza che oggi si traduce in servizi concreti, attivi in tempo reale su milioni di interazioni ogni giorno, dall’Italia agli Stati Uniti fino a tutti i mercati che Alexa+ andrà a coprire nei prossimi mesi. Non è un contributo di contorno: è infrastruttura core, è il motore che gira sotto le richieste di ogni utente, ovunque si trovi nel mondo.
C’è qualcosa di simbolicamente potente in questa storia. Torino, città che ha saputo reinventarsi più volte, da capitale industriale a polo culturale e tecnologico, ospita uno dei centri nevralgici dell’AI conversazionale più diffusa al mondo. Il capoluogo piemontese si conferma ancora una volta come uno degli hub tecnologici più sottovalutati d’Italia, capace di attrarre talenti di alto profilo e di produrre ricerca che supera abbondantemente i confini nazionali.
Per Amazon, la scelta di investire su Torino non è stata casuale né sentimentale: è stata una scommessa sul capitale umano italiano, sulla qualità della ricerca linguistica e sull’ecosistema universitario locale. Una scommessa che, a dieci anni di distanza, si è rivelata vincente. E con Alexa+ appena arrivata in Italia, quella scommessa entra nella sua fase più visibile e più ambiziosa.
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