Il rover Perseverance della NASA torna protagonista con un nuovo aggiornamento direttamente dalla superficie di Marte, mostrando ancora una volta come la missione stia entrando in una fase particolarmente interessante dal punto di vista scientifico. Il robot esploratore infatti, ha recentemente raggiunto la zona più occidentale mai esplorata all’interno del cratere Jazero, regalando agli scienziati, e anche al pubblico, un nuovo spettacolare selfie.
Si tratta del sesto autoritratto della missione, realizzato l’11 marzo 2026 (al sol 1797) grazie alla fotocamera WATSON montata sul braccio robotico, che ha eseguito decine di movimenti di precisione per costruire un’immagine composta da 61 scatti. Il risultato non è solo suggestivo, ma anche ricco di dettagli utili: Perseverance appare davanti a un affioramento roccioso soprannominato Arathusa, all’interno della regione denominata Lac de Charmes, con il bordo del cratere Jazero visibile sullo sfondo.
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Un terreno tra i più antichi mai studiati su Marte da Perseverance
Come sottolineato dagli scienziati coinvolti nella missione, questa regione rappresenta uno dei contesti geologici più promettenti mai analizzati dal rover. Le rocce presenti infatti, potrebbero risalire a oltre 4 miliardi di anni fa, offrendo uno sguardo diretto sulla crosta primordiale del pianeta.
Attraverso operazioni di abrasione (una tecnica che permette di levigare la superficie delle rocce per analizzarne la composizione interna), Perseverance ha già identificato minerali di origine ignea, suggerendo che alcune formazioni si siano create ben prima della nascita del cratere Jazero. Questo tipo di analisi, ovviamente, è fondamentale non solo per comprendere la storia geologica di Marte, ma anche le condizioni che potrebbero aver reso il pianeta abitabile in passato.
Parallelamente, il rover ha catturato anche un panorama dettagliato dell’area chiamata Arbot, composto da 46 immagini. Qui emergono strutture particolarmente interessanti, tra cui enormi frammenti rocciosi (alcuni grandi quanto grattacieli) probabilmente generati da un impatto meteorico avvenuto circa 3,9 miliardi di anni fa nella regione di Isidis Planitia. Non manca poi quella che potrebbe essere un’intrusione vulcanica, rimasta in piedi dopo miliardi di anni di erosione del materiale circostante.
Dopo aver completato le analisi in quest’area, il rover dovrebbe spostarsi verso Gardevarri e successivamente verso Singing Canyon, continuando così un’esplorazione che, come ribadito dagli stessi responsabili della missione, è sempre stata pensata come una vera e propria maratona scientifica (e non uno sprint).

Cresce la preoccupazione per l’inquinamento derivante dalle megacostellazioni satellitari
Se da un lato lo spazio continua a offrirci nuove scoperte, dall’altro emergono anche alcune criticità legate al’attività umana. In particolare, uno studio recentemente pubblicato evidenzia come l’aumento esponenziale dei lanci di satelliti, trainato soprattutto dalle cosiddette megacostellazioni, sta iniziando ad avere un impatto significativo sull’atmosfera terrestre.
Tra i principali protagonisti troviamo SpaceX, che con il progetto Starlink ha già messo in orbita quasi 12.000 satelliti dal 2019, con oltre 10.000 attualmente operativi. Ma non è l’unico attore in gioco, anche Amazon sta lavorando a una propria costellazione satellitare, contribuendo a un aumento costante dei lanci.
Secondo i ricercatori, entro il 2029 questi sistemi potrebbero generare circa 870 tonnellate di fuliggine ogni anno nell’alta atmosfera. Un dato apparentemente contenuto, ma che nasconde un problema più complesso: a differenza degli inquinanti prodotti a livello del suolo, queste particelle possono rimanere sospese per anni, con un impatto climatico fino a centinaia di volte superiore.
In termini pratici, questa fuliggine potrebbe ridurre la quantità di luce solare che raggiunge la superficie terrestre, generando un effetto di raffreddamento; tuttavia, come sottolineano gli stessi autori dello studio, si tratta di un fenomeno che non va interpretato come positivo. L’effetto complessivo è paragonabile a una forma di geoingegneria non regolamentata, con conseguenze potenzialmente imprevedibili.
Non solo, i lanci e i rientri dei satelliti possono contribuire anche, seppur in forma più limitata (almeno per ora), alla riduzione dello strato di ozono, introducendo nell’atmosfera sostanze e particelle che favoriscono reazioni chimiche dannose.
Uno sguardo al futuro tra esplorazione e sostenibilità
Da un parte dunque, missioni come quella di Perseverance continuano a spingere i confini della conoscenza, permettendoci di ricostruire la storia di Marte e, indirettamente, anche quella della Terra; dall’altra, la crescente industrializzazione dello spazio pone nuove sfide che non possono essere ignorate.
Il prossimo decennio sarà probabilmente decisivo: mentre i rover continueranno a esplorare mondi lontani alla ricerca di tracce di vita passata, sulla Terra sarà sempre più urgente trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela dell’ambiente.
Proprio per questo motivo, gli sviluppi futuri, sia sul fronte dell’esplorazione marziana sia su quello delle megacostellazioni, meritano di essere seguiti con attenzione, perché potrebbero ridefinire non solo il nostro rapporto con lo spazio, ma anche quello con il nostro pianeta.
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