Altro che mosche bianche: l’analisi della BCE sulle criptovalute parla chiaro

Mining di criptovalute

L’adozione delle criptovalute continua a crescere in ogni parte del globo, come del resto era prevedibile, ma in maniera differenziata, con alcune aree geografiche le quali dimostrano di essere molto più avanti rispetto ad altre. Se un recente rapporto di Bitstamp ha indicato nell’America Latina una delle direttrici di maggiore espansione del settore, in Europa il trend sembra rivelarsi molto meno vigoroso.

Basta in effetti dare uno sguardo allo studio statistico condotto dalla Banca Centrale Europea per rendersi conto di questo dato di fatto. Secondo la BCE, infatti, al momento circa il 10% dei nuclei familiari residenti in alcuni dei Paesi che possono vantare le economie più avanzate nell’eurozona possiede asset virtuali. Ma andiamo a vedere più nel dettaglio le indicazioni emerse nel corso dell’indagine, per cercare di capire meglio le indicazioni emerse.

I risultati dell’indagine condotta dalla Banca Centrale Europea

L’analisi della BCE, che è stata affidata al Consumer Expectation Survey, è stata condotta in Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Belgio. Si tratta in effetti delle economie più solide all’interno dell’eurozona, quindi quelle in cui l’innovazione finanziaria dovrebbe avanzare con maggiore celerità. Dai dati emersi, però, la situazione non sembra esaltante, per quanto riguarda l’adozione delle criptovalute.

È infatti al momento circa il 10% delle famiglie, in questi Paesi, a rispondere affermativamente al quesito riguardante il possesso di denaro digitale. In questo gruppo, peraltro, soltanto il 6% afferma di possedere Bitcoin e Altcoin per un valore superiore ai 30mila euro, mentre ammonta al 37% il totale di chi si attesta sotto ai 999 euro in termini di controvalore.

In tutti i Paesi presi in esame, gli investitori che possiedono più criptovaluta vanno a rientrare nel 20% che compone la parte più agiata della popolazione. Un dato che stride enormemente con quelli provenienti dall’America Latina, ove sono sempre più spesso i lavoratori e pensionati a basso reddito a rivolgersi agli asset virtuali nel preciso intento di preservare, per quanto possibile, il proprio potere d’acquisto, messo a repentaglio da livelli inflattivi sempre più elevati.

Per la Banca Centrale Europea le criptovalute restano un asset ad alto rischio

Il sondaggio in questione è entrato a far parte di un nuovo report che è stato pubblicato dalla BCE , nel quale è stato affrontato il tema collegato alla crescente adozione delle criptovalute nonostante l’elevato fattore di rischio da esse comportato, come del dimostrano le vicende che hanno riguardato Terra, la stablecoin che dopo aver destato grandi aspettative tra gli investitori, è poi letteralmente implosa su sé stessa, lasciando soltanto macerie sul campo.

La Banca Centrale Europea ha anche ricordato un sondaggio condotto da Fidelity, nel corso del quale è stato accertato come il 56% degli investitori avrebbero avuto contatti con le criptovalute, un dato in crescita di undici punti percentuali rispetto a quello che era emerso nel corso del 2020. L’ipotesi che spiega questo riscontro è stato individuato in una maggiore disponibilità di derivati ​​e titoli basati su criptovalute all’interno di borse regolamentate.

Sono infatti sempre di più le piattaforme di trading online le quali offrono Contract for Difference (CFD) e altri strumenti che vanno a riflettere fedelmente il prezzo di un sottostante permettendo a chi vuole di condurre un commercio più facile, ma non per questo meno rischioso. Si pensi in tal senso alla possibilità di usare la leva finanziaria per spostare importi di notevole rilievo anche da parte di investitori al dettaglio, che può comportare anche il dilatarsi delle eventuali perdite.

Da sottolineare che il fatto che la maggiore regolamentazione del settore viene considerata da molti un evidente segnale dell’implicita approvazione delle valute virtuali da parte delle autorità pubbliche. Proprio la BCE ha citato il caso tedesco, ove i fondi istituzionali possono investire sino al 20% delle loro partecipazioni in crypto. Non si tratta però di un trend da prendere alla leggera, come del resto ricordato dalla BCE, secondo la quale un intensificarsi della tendenza in atto potrebbe aprire la strada a minacce sempre crescenti nei confronti di una stabilità finanziaria già messa seriamente a repentaglio da Covid e conflitto tra Russia e Ucraina.

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Fonte: Europa
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