La corsa all’intelligenza artificiale passa da data center sempre più grandi ed energivori, anche su queste pagine ve lo stiamo raccontando da mesi, e negli Stati Uniti cresce l’opposizione delle comunità che si ritrovano questi impianti vicino a casa, preoccupate per l’aumento del costo delle bollette, il consumo d’acqua e il rumore.

Dopo Microsoft, Google, Amazon e Meta, anche OpenAI ha deciso di rispondere a queste preoccupazioni con una serie di impegni formali per i data center che costruirà negli Stati Uniti, accompagnati da due documenti che vanno oltre i suoi progetti. Andiamo a scoprire tutti i dettagli.

Segui TuttoTech.net su Google Discover

Cosa prevedono gli impegni di OpenAI per i nuovi data center

Il pacchetto annunciato da OpenAI tocca i principali punti di attrito con le comunità locali, a partire dal costo dell’energia, e si articola in quattro aree:

  • elettricità: OpenAI pagherà per intero l’energia consumata dai propri data center e le infrastrutture aggiuntive necessarie per alimentarli, e fornirà garanzie finanziarie prima di avviare gli investimenti più importanti, così da tutelare gli altri utenti della rete elettrica nel caso in cui un progetto venga rinviato o cancellato
  • acqua: ogni campus avrà un piano di gestione delle risorse idriche, con la priorità ai sistemi di raffreddamento a circuito chiuso o a basso consumo d’acqua, e l’azienda pubblicherà i dati di consumo di acqua ed elettricità di ciascun sito
  • rumore e trasparenza: OpenAI renderà pubblici i piani di costruzione e commissionerà studi indipendenti sul rumore prima dell’entrata in funzione degli impianti e poi ogni anno, e si impegna a non chiedere ai funzionari pubblici di firmare accordi di riservatezza, salvo eccezioni limitate a sicurezza, segreti industriali e altre informazioni commerciali sensibili
  • lavoro e investimenti locali: l’azienda pubblicherà le stime sui posti di lavoro creati, collaborerà con sindacati ed enti di formazione per preparare i lavoratori del territorio e renderà noti ogni anno i progressi nelle assunzioni e negli apprendistati

Contestualmente, OpenAI ha pubblicato due documenti. Il primo, il National Community Compact, spiega cosa possono aspettarsi le comunità dai futuri data center che l’azienda possiederà e gestirà direttamente, mentre il secondo, il Compute Campus Policy Blueprint, propone una serie di politiche che governo federale, Stati e amministrazioni locali potrebbero adottare per rendere responsabile l’intero settore, non solo OpenAI. Ogni nuovo data center di proprietà dell’azienda avrà inoltre un accordo specifico, costruito sulle esigenze del territorio in cui sorgerà.

microsoft fairwater

Una tendenza che coinvolge tutti i grandi del settore

Va detto che OpenAI non è la prima a muoversi in questa direzione visto che già a gennaio Microsoft aveva presentato l’iniziativa Community-First AI Infrastructure, articolata in cinque impegni: farsi carico dei costi aggiuntivi di elettricità generati dai suoi data center, ridurre al minimo il consumo d’acqua restituendone più di quanta ne utilizza, creare posti di lavoro sul territorio, contribuire alla base fiscale locale e investire in programmi di formazione per le comunità.

Nei mesi successivi si sono aggiunte altre grandi aziende come ad esempio Google che ha promesso di pagare il 100% dell’elettricità consumata dai propri data center e dei costi per le nuove infrastrutture resi necessari dalla sua espansione, mentre Amazon Web Services e Meta si sono impegnate a coprire interamente i costi dell’energia invece di scaricarli sugli altri clienti della rete.

In un contesto in cui la domanda di elettricità per l’intelligenza artificiale sta mettendo sotto pressione le reti, insomma, questi impegni non nascono da una improvvisa generosità di questi colossi, raramente generosi, ma in realtà stanno diventando quasi una condizione necessaria per ottenere il via libera dalle comunità locali.

Il tempismo dell’annuncio, per inciso, è curioso, perché arriva nella stessa settimana in cui l’amministratore delegato di OpenAI Sam Altman è finito al centro delle polemiche per aver definito, durante un podcast, “piuttosto terribile” che una parte della limitata disponibilità mondiale di RAM resti inutilizzata nei computer personali invece che nei data center, salvo poi spiegare che la frase era stata estrapolata dal contesto.