Il monitoraggio non invasivo della glicemia rappresenta da anni uno degli obiettivi più ambiti nel mondo dei wearable dedicati alla salute, un traguardo su cui si stanno cimentando praticamente tutti i big del settore: solo poche settimane fa avevamo raccontato del brevetto depositato da WHOOP proprio su questo fronte, mentre Garmin sta perseguendo una strada simile con un proprio sistema basato sull’analisi ottica del sangue.

Ora, però, arriva un progresso concreto grazie a un prototipo di smart ring sviluppato dagli ingegneri dell’Università della California che sembra aver risolto uno dei santi graal dei dispositivi indossabili per la salute, il monitoraggio non invasivo della glicemia. I dati vengono inviati a un’app companion su un iPhone abbinato. Scopriamone di più.

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Sensori biofisici e biomarcatori chimici

Gli attuali smart ring funzionano come l’Apple Watch, utilizzando esattamente gli stessi tipi di sensori. Questi permettono di raccogliere una vasta gamma di dati, tra cui frequenza cardiaca a riposo, variabilità della frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura, età cardiovascolare, attività, cicli del sonno e molto altro.

Ma affiancare ai sensori esistenti anche sensori di tipo molecolare potrebbe aumentare drasticamente la quantità di dati sulla salute raccoglibili. Non serve nemmeno sudare vistosamente poiché è una tecnologia che è in grado di estrarre il sudore direttamente dalla pelle.

Gli ingegneri dell’Università della California, San Diego, ritengono di aver creato il primo smart ring capace di utilizzare il sudore delle dita per monitorare biomarcatori chimici. L’anello è ancora soltanto un prototipo, ma dimostra il potenziale dei futuri smart ring di monitorare continuamente il corpo a livello molecolare, invece di affidarsi esclusivamente ai dati biofisici.

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Fino a quattro parametri biochimici monitorati simultaneamente

In uno studio pubblicato su Nature Communications lo scorso 23 luglio, il team di ingegneri riporta che il nuovo smart ring utilizza il sudore per monitorare continuamente fino a quattro dei seguenti parametri biochimici: glucosio, chetoni, vitamina C, acido urico, lattato e concentrazioni di alcol.

L’anello potrebbe rivelarsi particolarmente utile per chi convive con il diabete di tipo 1. “La capacità dell’anello di monitorare contemporaneamente e in modo continuo sia il glucosio sia i chetoni gioverebbe enormemente all’ottimizzazione del dosaggio dell’insulina per la gestione del diabete“, ha dichiarato Joseph Wang, professore presso l’Aiiso Yufeng Li Family Department of Chemical and Nano Engineering.

I test hanno mostrato che il dispositivo raggiunge un’accuratezza molto simile a quella dei monitor continui del glucosio invasivi e dei prelievi di sangue tradizionali, un risultato niente male considerando che si parla ancora di un prototipo.

Autonomia limitata, ma il potenziale c’è tutto

Il prototipo, va detto, è piuttosto ingombrante (come potete notare nella foto sopra) e ha un’autonomia ridotta, di appena 12 ore, ma le versioni commerciali potrebbero probabilmente migliorare di gran lunga entrambi questi aspetti.

Come al solito in questi casi, va detto che il percorso verso la validazione clinica e l’approvazione regolatoria resta comunque lungo: già in passato la FDA aveva messo in guardia i consumatori sull’affidabilità di smartwatch e smart ring che promettevano di misurare la glicemia senza alcuna autorizzazione ufficiale.

Non è un caso che tanti produttori stiano lavorando in parallelo su questo fronte, ciascuno con un approccio tecnico diverso. Circular, per esempio, aveva già annunciato l’intenzione di introdurre il monitoraggio non invasivo della glicemia sul proprio Ring 2 entro la fine del 2026, puntando su sensori PPG combinati con algoritmi di apprendimento automatico per analizzare come la luce interagisce con il sangue, pur ammettendo che una funzione del genere non sostituirebbe il monitoraggio di livello medico per chi soffre di diabete.

Garmin, dal canto suo, ha depositato un brevetto che punta a stimare i valori di glucosio calcolando come la luce venga assorbita a specifiche lunghezze d’onda e che sembra basarsi su almeno tre segnali ottici separati.

Insomma, l’approccio dell’Università della California si distingue proprio perché non si affida più soltanto alla luce, come stanno provando a fare la maggior parte dei concorrenti, ma analizza direttamente la composizione chimica del sudore, il che rappresenta un metodo che potrebbe rivelarsi più diretto e affidabile rispetto alle tecniche puramente ottiche finora tentate dal settore.