Il terzo lancio del razzo New Glenn segna, allo stesso tempo, un importante passo avanti e una battuta d’arresto per Blue Origin; se da un lato l’azienda può infatti festeggiare il successo del riutilizzo del primo stadio, dall’altro deve fare i conti con un fallimento ben più rilevante: il mancato inserimento in orbita del satellite.

Un risultato a due facce dunque, che evidenzia come il percorso sia ancora in corso, nonostante i progressi evidenti sul fronte della riutilizzabilità.

Un lancio riuscito (almeno a metà) per Blue Origin

La missione NG-3 è partita il 19 aprile 2026 da Cape Canaveral senza particolari intoppi nella fase iniziale. Il primo stadio, denominato Never Tell Me the Odds, si è separato correttamente dopo pochi minuti dal decollo ed è riuscito a rientrare sulla piattaforma oceanica Jacklyn con un atterraggio controllato.

Si tratta di un risultato tutt’altro che banale, è infatti la seconda volta che questo stesso booster viene recuperato e riutilizzato con successo, un traguardo che finora solo SpaceX era riuscita a raggiungere con costanza grazie al Falcon 9.

Come spesso accade in questi casi però, il vero obbiettivo della missione non era il rientro del primo stadio, bensì il corretto posizionamento del carico utile in orbita, ed è proprio qui che qualcosa è andato storto.

Il problema, stando alle informazioni disponibili, sarebbe legato al secondo stadio del razzo di Blue Origin, che non è riuscito a completare correttamente le manovre necessarie per portare il satellite in orbita operativa.

Il protagonista (sfortunato) della missione era BlueBird 7, sviluppato da AST SpaceMobile, che si è comunque separato dal vettore e si è acceso senza problemi. Tuttavia, l’altitudine si è rivelata insufficiente: invece dei circa 460 km previsti, il satellite si sarebbe fermato intorno ai 150 km, un’orbita troppo bassa per poter sostenere le operazioni; in queste condizioni infatti, il satellite non è in grado di mantenere la posizione e sarà destinato al deorbiting.

Non è ancora chiaro cosa avrebbe causato esattamente il malfunzionamento, anche se le prime analisi indicano un’anomalia avvenuta prima della seconda accensione del secondo stadio.

Per AST SpaceMobile si tratta di un problema significativo, il satellite BlueBird 7 rappresentava infatti un tassello importante nella costruzione di una costellazione destinata a offrire connettività dati direttamente agli smartphone, senza necessità di infrastrutture terrestri.

Il progetto prevede il lancio di decine di satelliti entro il 2026, con l’obbiettivo di avviare il servizio entro fine anno. La perdita di questo esemplare potrebbe quindi rallentare, almeno temporaneamente, i piani dell’azienda.

Dal punto di vista economico però, l’impatto sarà mitigato, come spesso accade nel settore spaziale infatti, il satellite era coperto da assicurazione e il costo verrà recuperato.

Se il fallimento della missione orbitale rappresenta senza dubbio la notizia principale, non si può ignorare il successo tecnico ottenuto con il primo stadio. Blue Origin ha dimostrato di essere sulla strada giusta per quanto riguarda la riutilizzabilità, con l’obbiettivo dichiarato di arrivare fino a 25 missioni per ciascun booster e ridurre progressivamente i tempi tra un lancio e l’altro, fino a circa un mese.

Un percorso che, inevitabilmente, richiama quanto già fatto da SpaceX, ma che richiederà ancora tempo per raggiungere lo stesso livello di maturità e affidabilità.

In definitiva, questo terzo volo del New Glenn mette in evidenza tutta la complessità del settore spaziale, anche quando una parte della missione funziona perfettamente, basta un’anomalia in un altro segmento per compromettere l’intero risultato.

Blue Origin può dunque guardare con ottimismo ai progressi del riutilizzo, ma dovrà necessariamente risolvere i problemi legati al secondo stadio se vuole competere davvero nel mercato dei lanci commerciali.