Blue Origin, l’azienda aerospaziale fondata da Jeff Bezos, ha preso una decisione drastica che sta scuotendo il settore dei voli spaziali turistici. I lanci del suo razzo suborbitale New Shepard, celebre per aver portato turisti oltre la linea di Kármán, sono stati ufficialmente interrotti per almeno due anni.
Non si tratta di un guasto improvviso o di problemi tecnici, ma di una scelta strategica precisa: reindirizzare risorse umane, finanziarie e ingegneristiche verso progetti più ambiziosi, come il potente razzo riutilizzabile New Glenn e le missioni lunari legate al programma Artemis della NASA.
Una mossa, annunciata direttamente sul sito ufficiale di Blue Origin, riflette un cambio di priorità netto. L’azienda vuole accelerare lo sviluppo delle sue capacità per un ritorno umano sulla Luna, in linea con gli obiettivi nazionali americani di stabilire una presenza stabile e sostenibile sul nostro satellite naturale.

New Shepard, che ha completato con successo 38 missioni trasportando 98 persone e oltre 200 carichi utili scientifici, inclusi esperimenti da studenti, università e NASA, ha dimostrato affidabilità cristallina. Il suo atterraggio verticale pionieristico ha reso accessibili brevi ma indimenticabili esperienze spaziali a clienti paganti, con un portafoglio di prenotazioni che si estendeva per anni. Eppure, nonostante tutto, Blue Origin ha optato per una pausa prolungata.
Pensateci un attimo: solo poche settimane fa, il 22 gennaio 2026, la missione NS-38 ha portato in alto nomi come Tim Drexler, la dottoressa Linda Edwards, Alain Fernandez, Alberto Gutiérrez, Jim Hendren e la dottoressa Laura Stiles. Phil Joyce, vicepresidente senior di New Shepard, aveva dichiarato entusiasta che “nel 2026 ci concentreremo su esperienze trasformative per i clienti, grazie alla comprovata affidabilità del sistema”. Parole che oggi suonano come un’eco del passato, rivelando quanto sia stata repentina questa virata.
Il team dedicato a New Shepard era già compatto, con costi operativi contenuti, e la domanda per biglietti da poche centinaia di migliaia di dollari, per minuti di microgravità, rimaneva alta. La concorrenza, come Virgin Galactic, non ha mai davvero impensierito Blue Origin in termini di volume e sicurezza.
Ora, però, l‘attenzione si sposta su orizzonti più vasti. New Glenn, il razzo pesante riutilizzabile progettato per orbite terrestri basse e oltre, è il fulcro di questa transizione. Il suo primo lancio è previsto entro fine febbraio 2026, con il deployment di un satellite per AST SpaceMobile. Blue Origin non si ferma qui: ha svelato Terawave, una costellazione satellitare dedicata alla connettività ad alta velocità per imprese e governi, ideale per comunicazioni dati sicure e veloci. Sul fronte lunare, il lander Blue Moon MK1 ha superato test acustici estremi da 138 decibel e si prepara a ulteriori prove, con un debutto atteso entro l’anno. Arriverà poi la MK2, più avanzata, mentre per New Glenn è in cantiere una variante potenziata con maggiore capacità di carico.
L’azienda di Bezos guarda anche più lontano. Sta perfezionando Blue Alchemist, un sistema per trasformare la regolite lunare, quel suolo polveroso e ricco di ossigeno, in materiali utili come acqua, ossigeno e metalli, essenziale per basi lunari autosufficienti. Non manca l’ambizione marziana: Blue Origin svilupperà un Mars Telecommunications Orbiter basato sulla piattaforma Blue Ring, per garantire comunicazioni affidabili sul Pianeta Rosso. Questi progetti non sono fantasie: incarnano una visione in cui lo spazio diventa accessibile e sostenibile, spostando Blue Origin dal turismo suborbitale a missioni che contano davvero per l’esplorazione umana.

I razzi riutilizzabili: il futuro si delinea
In questo panorama, i razzi riutilizzabili rappresentano il paradigma del futuro spaziale. SpaceX ha impostato lo standard con Falcon 9, capace di decine di voli per stadio, e ora evolve con Starship, i cui test della terza iterazione potrebbero culminare in un lancio a febbraio. Quest’anno vedremo anche il debutto di Neutron da Rocket Lab, un veicolo medio riutilizzabile in fase di assemblaggio, e varianti cinesi che aumenteranno la cadenza di lancio. L’Europa sta accelerando con Themis, il prototipo riutilizzabile pronto per un test primaverile e operativo entro fine 2026, grazie a collaborazioni come quella tra Maiaspace ed Eutelsat per satelliti OneWeb dal 2027.
La Russia, invece, arranca. Roscosmos ha svelato da anni l’Amur-LNG, un razzo riutilizzabile che richiama Falcon 9 nei concetti base, primo stadio recuperabile, ma i progressi sono lenti. Presentato intorno al 2020 con dettagli intriganti, il progetto ha stentato per mancanza di fondi. Dmitry Baranov, vice direttore generale di Roscosmos, ha confermato di recente che il primo lancio non arriverà prima del 2030, durante le Letture accademiche in memoria di Sergei Korolev.

Amur-LNG userà metano e ossigeno liquidi, propellenti puliti ed efficienti. Il primo stadio monterà fino a cinque motori RD-0169, spingendo 10,5 tonnellate in configurazione riutilizzabile o 13,6 senza recupero. L’obiettivo iniziale è riutilizzare lo stadio base fino a 10 volte, con potenziale per oltre 50. I lanci partiranno dal cosmodromo di Vostochny, ma il 2030 sembra una data ottimistica. Progetti simili hanno accumulato ritardi per complessità tecniche e budget limitati, e Roscosmos deve bilanciare Amur con aggiornamenti a vettori tradizionali come quelli di Progress RCC. La cadenza di lancio sarà cruciale: senza un ritmo sostenuto, il riutilizzo non basterà a renderlo competitivo.
Il futuro del settore spaziale
Questa sospensione di New Shepard non è solo una notizia per appassionati: segnala un’evoluzione nel mercato spaziale. Blue Origin abbandona un business di nicchia, proficuo ma limitato, per inseguire contratti NASA milionari con Artemis e New Glenn, che promettono ricavi stabili e tecnologici scalabili. I clienti di New Shepard dovranno aspettare, ma l’azienda garantisce che il sistema tornerà più forte, forse integrando innovazioni da New Glenn.
Per Roscosmos, Amur-LNG è un banco di prova. In un’era dominata da SpaceX e Cina, la Russia deve dimostrare di poter competere sui costi e l’affidabilità. Se il debutto slitta oltre il 2030, il gap si allargherà, spingendo Mosca a partnership internazionali o focus su nicchie come lanci artici.
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