Questo è il periodo dell’intelligenza artificiale, ma non solo quello della sua diffusione ed espansione tecnologica. È anche una fase, estremamente delicata, nella quale la politica e le varie autorità competenti stanno cercando (non senza qualche fatica) di regolamentare una tecnologia i cui impatti possono essere, altrimenti, estremamente seri e pericolosi.

L’ultima decisione in tal senso, che riguarda da vicino il nostro Paese, è quella presa dal Tribunale di Roma che ha annullato la sanzione da 15 milioni di euro che l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali aveva inflitto a OpenAI nel dicembre 2024. Una decisione che, anche se si attendono le motivazioni della sentenza, chiude (almeno sul piano giudiziario) una delle vicende più rilevanti in Italia nel confronto tra sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tutela della privacy.

L’importanza di questa sentenza

Forse in molti non lo ricorderanno, ma quasi esattamente tre anni fa il Garante per la protezione dei dati personali aveva disposto il blocco immediato di ChatGPT in Italia. A ChatGPT si contestava la mancanza di un’informativa chiara agli utenti sulle modalità di raccolta dei dati e, soprattutto, l’assenza di una base giuridica adeguata per il loro trattamento massiccio ai fini dell’addestramento dei modelli linguistici. L’Italia diventò così il primo paese occidentale a sospendere il servizio, con un provvedimento che fece il giro del mondo. OpenAI si adeguò parzialmente, ChatGPT tornò disponibile in Italia, ma l’istruttoria proseguì.

Nel dicembre 2024 venne impartita una sanzione da 15 milioni di euro, accompagnata dall’obbligo di realizzare una campagna informativa nazionale della durata di sei mesi su radio, televisione e internet. Le contestazioni riguardavano più fronti, dall’utilizzo di dati personali per addestrare ChatGPT senza base giuridica adeguata, alla violazione del principio di trasparenza verso gli utenti, passando per l’assenza di meccanismi efficaci di verifica dell’età e la mancata notifica tempestiva di un data breach avvenuto nel marzo 2023. OpenAI impugnò il provvedimento, definendolo sproporzionato. Nel marzo 2025 il Tribunale di Roma aveva già disposto la sospensione cautelare della multa in attesa del giudizio di merito. Con la pronuncia di questi giorni l’annullamento diventa definitivo.

Le motivazioni della sentenza non sono ancora state rese pubbliche, e sarà proprio la loro lettura a chiarire su quali basi il tribunale abbia ritenuto non fondate le contestazioni del Garante. In particolare, rimane aperta la questione centrale, ovvero come valutare giuridicamente l’utilizzo di dati raccolti online per addestrare modelli di intelligenza artificiale, in assenza di un consenso esplicito degli utenti. OpenAI ha accolto con favore la decisione, ribadendo il proprio impegno nel rispetto della privacy e la volontà di contribuire allo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Italia. Dal Garante non sono arrivate comunicazioni ufficiali.

La sentenza fissa comunque un precedente significativo nel rapporto tra autorità di vigilanza nazionali e grandi operatori tecnologici. Le sanzioni devono essere proporzionate alle violazioni effettivamente accertate, tenendo conto anche delle misure correttive adottate nel corso del procedimento. Questo non significa, però, che la partita sulla privacy nell’intelligenza artificiale sia chiusa. Il dibattito resta aperto, e con l’entrata in vigore progressiva dell’AI Act europeo il quadro regolatorio è destinato a evolversi ulteriormente.