Il dibattito sulla presunta dipendenza da social media entra ufficialmente in un’aula di tribunale e, questa volta, con un peso specifico tutt’altro che marginale; in California è infatti iniziato uno dei processi più rilevanti mai intentati contro le grandi piattaforme digitali e sul banco dei testimoni è salito direttamente il CEO di Instagram, Adam Mosseri, chiamato a difendere le scelte di design dell’app di proprietà di Meta.
Al centro della questione c’è un tema che, come molti di voi avranno notato negli ultimi anni, è sempre più discusso anche in ambito politico e accademico: i social media creano dipendenza? Secondo Mosseri la risposta, almeno in termini clinici, è no.
Indice:
Distinguere tra dipendenza clinica e uso problematico
Durante la testimonianza davanti alla corte di Los Angeles, Mosseri ha sottolineato la necessità di distinguere tra dipendenza clinica e uso problematico; a suo dire, l’eccessivo utilizzo di un’app, anche fino a 16 ore al giorno, può essere certamente preoccupante, ma non equivarrebbe automaticamente a una patologia riconosciuta dalla comunità medica.
Il CEO ha paragonato l’uso intensivo di Instagram al bindge-watching di una serie su Netflix, un comportamento potenzialmente poco salutare, ma non classificabile come dipendenza nel senso tradizionale del termine.
Una posizione netta, che si inserisce in un contesto giudiziario particolarmente delicato: centinaia di famiglie e distretti scolastici hanno infatti citato in giudizio, oltre a Meta, anche piattaforme come TikTok, Snapchat e YouTube, accusandole di aver progettato consapevolmente prodotti in grado di generare comportamenti compulsivi e danni alla salute mentale dei più giovani.
Il caso pilota e le accuse sui meccanismi di design
Il processo iniziale ruota attorno a una giovane donna, identificata con le iniziali KGM, che sostiene di aver sviluppato gravi problemi psicologici, tra cui depressione e disturbi alimentari, a causa dell’uso di Instagram durante l’adolescenza.
L’attenzione dei querelanti non si concentra tanto sui singoli contenuti dannosi, quanto sulle scelte di design: scorrimento infinito, notifiche, sistemi di raccomandazione, filtri estetici. Funzionalità che, secondo l’accusa, sarebbero state progettate per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma, con conseguenze sulla salute mentale.
Particolarmente controverso il tema dei filtri di bellezza, accusati di promuovere standard estetici irrealistici e, in alcuni casi, di simulare interventi di chirurgia plastica. Mosseri ha difeso la posizione dell’azienda, spiegando che un divieto totale avrebbe trasformato Meta in un arbitro degli standard estetici globali e che le funzioni vengono testate prima del rilascio, soprattutto quando destinate ai più giovani.
I documenti interni: “Siamo spacciatori”
Durante il controinterrogatorio, gli avvocati dei querelanti hanno citato conversazioni interne tra dipendenti di Meta in cui alcuni si definivano, in modo sarcastico, spacciatori, sostenendo che i social media fossero biologicamente e psicologicamente simili a una droga.
Un passaggio che, ovviamente, ha avuto un forte impatto mediatico; Mosseri ha dichiarato di non essere a conoscenza di quei commenti specifici. ribadendo però che l’azienda dispone di team dedicati al benessere degli utenti e che la sicurezza rappresenta una priorità.
Dall’altra parte, i legali dei querelanti sostengono che questi segnali interni sarebbero stati ignorati per non compromettere crescita e ricavi, accusando Meta di aver anteposto il profitto alla tutela dei minori.
Un processo che può cambiare il settore
Questo procedimento viene considerato da molti osservatori come un caso pilota destinato a fare scuola, l’obbiettivo è infatti capire se una giuria possa ritenere le aziende responsabili non tanto dei contenuti pubblicati dagli utenti (ambito generalmente coperto da protezioni legali federali negli Stati Uniti), quanto delle scelte di progettazione delle piattaforme.
Un eventuale verdetto sfavorevole a Meta potrebbe aprire la strada a un’ondata di cause legali e, soprattutto, imporre una revisione radicale dei meccanismi di engagement adottati da molte app.
Nelle prossime settimane è attesa anche la testimonianza del CEO di Meta, Mark Zuckerberg, elemento che potrebbe aumentare ulteriormente l’attenzione pubblica e politica attorno al caso.
Sicurezza dei minori
Negli ultimi anni Instagram, ha introdotto diverse funzionalità di sicurezza dedicate ai minori, tuttavia, secondo un’analisi del 2025 condotta dall’organizzazione non profit Fairplay, meno di uno su cinque di questi strumenti sarebbe pienamente funzionante, mentre circa il 64% risulterebbe sostanzialmente inefficace o non più disponibile.
Dati che alimentano il dibattito su quanto le misure di tutela siano realmente incisive e quanto, invece, restino subordinate a logiche di crescita e coinvolgimento.
Dipendenza o responsabilità progettuale?
La linea difensiva di Mosseri è chiara: non esiste una diagnosi clinica ufficiale di dipendenza da social media e l’uso problematico non equivale a una malattia; tuttavia, il cuore del processo potrebbe non essere strettamente medico, bensì progettuale.
Se una giuria dovesse stabilire che determinate scelte di design contribuiscono in modo diretto a danni psicologici prevedibili, l’intero modello di business basato sull’attenzione potrebbe essere messo in discussione.
Come spesso accade in questi casi, la sentenza non avrà ripercussioni solo su Instagram, ma potrebbe ridefinire i confini di responsabilità di tutto il settore tecnologico.
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