Scaricare un’app per il fitness, o una in generale, è spesso un gesto automatico. La si collega allo smartwatch, si concede qualche permesso e via. Solo che, guardando più in profondità, non tutte le app trattano i dati allo stesso modo. Un reportage, tratto dall’analisi delle etichette “App Privacy” di iOS, mostra differenze nette tra le piattaforme più popolari: Polar Flow e Apple Fitness risultano tra le più caute, mentre Fitbit, Strava e Whoop sono decisamente più invasive.

Questa analisi, a opera dei colleghi di Gadgets & Wearables, offre molti spunti non tanto per demonizzare un brand o l’altro, ma per capire quanto e come vengono usate le informazioni personali che ogni giorno affidiamo a questi servizi.

Come funzionano davvero le etichette privacy di Apple

Da qualche anno Apple impone agli sviluppatori di compilare una sezione chiamata App Privacy all’interno dell’App Store. In parole semplici si tratta di una sorta di scheda tecnica dei dati con 35 tipologie di informazioni, suddivise in 16 categorie, che vanno dal nome all’email, passando per dati sanitari, posizione, identificativi e metriche di utilizzo.

Ogni dato deve essere associato a uno scopo preciso. Se viene dichiarato solo per il funzionamento dell’app, Apple lo considera essenziale. Se invece è usato per analisi, marketing, personalizzazione o pubblicità, viene segnalato come utilizzo “oltre la funzionalità”. Esiste poi una sezione specifica per il tracking, che indica la condivisione dei dati tra app o servizi per fini pubblicitari o di misurazione.

Per rendere il confronto più leggibile, l’analisi si è concentrata su tre aspetti: quanti tipi di dati vengono raccolti, quanti sono usati oltre il funzionamento base e se è presente il tracking secondo le regole di Apple.

Un'analisi su privacy e app fitness svela i brand che tutelano di più i dati e chi ne raccoglie molti di più 1

Cosa emerge confrontando le app fitness più diffuse

I risultati, aggiornati a gennaio 2026, raccontano una storia piuttosto chiara. Polar Flow è l’app che dichiara meno dati in assoluto: solo cinque tipologie, con appena due usate oltre la funzione principale. Un approccio sorprendentemente sobrio per un servizio che gestisce allenamenti, frequenza cardiaca e carichi di lavoro.

All’estremo opposto troviamo Strava, che dichiara oltre venti tipologie di dati, tutte utilizzate anche per scopi che vanno oltre il semplice funzionamento dell’app, e con tracking attivo. Non è un caso: Strava è una piattaforma fortemente sociale, e la condivisione è parte integrante del suo modello.

Fitbit e Whoop seguono una logica simile, raccogliendo molte informazioni e utilizzandone la maggior parte per analisi e personalizzazione. La differenza è che, secondo le etichette Apple, non attivano il tracking vero e proprio, pur restando molto “affamate” di dati.

Nel mezzo si collocano servizi come Garmin Connect, Samsung Health e Zepp Health. Raccolgono un volume intermedio di informazioni e, almeno ufficialmente, le mantengono all’interno dei rispettivi ecosistemi, senza condividerle per advertising cross-app.

Infine c’è proprioApple Fitness che è un caso particolare poiché i dati dichiarati non sono pochissimi, ma quasi tutto viene usato per funzioni di sistema. È coerente con la strategia Apple, che punta molto sull’elaborazione locale e sull’attenzione spasmodica alla privacy dei dati dei propri utenti.

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Cosa ci dicono davvero questi numeri

La fonte sottolinea come le etichette privacy non raccontano tutta la storia. Non spiegano quante volte i dati vengono inviati ai server, quanto a lungo vengono conservati o come vengono incrociati internamente. Però spiegano che non tutte le app partono dallo stesso presupposto.

Un’app che dichiara venti o più tipologie di dati e le usa per finalità multiple sta facendo una scelta precisa. Non è necessariamente una scelta sbagliata, ma è una scelta che l’utente dovrebbe conoscere. Il tracking, in particolare, segnala un uso dei dati che va oltre l’esperienza individuale e tocca il mondo della pubblicità e della misurazione cross-servizio.

Fatta questa doverosa precisazione, è bene segnalare come Polar Flow emerga come l’opzione più rispettosa. Non perché sia “migliore” in senso assoluto, ma perché dimostra che è possibile offrire analisi avanzate e strumenti seri di allenamento limitando l’esposizione dei dati personali.

Alla fine, la vera differenza non è tra app buone e cattive, ma tra modelli di business. Ricerche del genere aiutano a capire quale stiamo scegliendo, basandoci solo su una piccola etichetta sull’App Store, il che rappresenta già un primo passo verso un uso più consapevole della tecnologia e della condivisione dei dati.