La crescita dei data center dedicati all’intelligenza artificiale, un trend che procede a ritmo accelerato grazie agli investimenti multimiliardari del colossi tech, sta iniziando a generare contraccolpi sociali ed ambientali che negli Stati Uniti non sono più ignorabili. Una vasta coalizione di associazioni, distribuite su tutto il territorio federale, ha infatti chiesto al congresso un intervento immediato: un blocco nazionale alla costruzione di nuovi impianti dedicati ad AI e criptovalute, almeno fino all’introduzione di un quadro regolatorio chiaro e vincolante.

Una richiesta che, se accolta, rappresenterebbe uno dei più forti segnali politici mai arrivati finora sul tema, tanto più in un periodo in cui l’ecosistema IA, complice l’aumento delle capacità computazionali richieste dai modelli generativi, corre verso un’espansione che potrebbe perfino, secondo alcune stime, triplicare nel giro di cinque anni.

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Una coalizione di associazioni USA chiede regole precise per i data center

La coalizione non si limita a un generico allarme ambientalista, ma porta numeri piuttosto precisi. Gli impianti di nuova generazione, progettati per addestramento, inferenza e calcolo distribuito ad altissima intensità, potrebbero arrivare a utilizzare la stessa elettricità richiesta da circa 30 milioni di abitazioni, con un impatto diretto sulle reti locali e sulle bollette.

Il documento infatti collega questa corsa agli investimenti all’aumento dei costi energetici registrato tra il 2021 e il 2024, +21,3%, più della crescita dell’inflazione nello stesso periodo; un dato che, se confermato, renderebbe l’espansione dei data center un fattore non trascurabile nella pressione economica sulle famiglie.

Spesso e volentieri l’attenzione si concentra solo sul fabbisogno elettrico, ma le associazioni insistono anche su un altro punto, ovvero i consumi idrici; secondo il testo la nuova infrastruttura IA assorbirebbe volumi paragonabili a quelli di 18,5 milioni di nuclei familiari, gran parte dei quali destinati al raffreddamento dei server utilizzati per l’addestramento dei modelli generativi.

Un ulteriore pressione che, in territori già colpiti da siccità critiche, alimenta tensioni crescenti tra aziende e popolazione residente.

Il malcontento non nasce dal nulla, nelle ultime settimane diverse comunità hanno denunciato episodi considerati connessi ai data center presenti sul territorio:

  • il caso Amazon, che collegherebbe un impianto a un aumento di tumori rari e aborti spontanei
  • la comunità di Boxton, Tennessee, che accusa il data center di Grok, Colossus, di peggiorare una qualità della vita già compromessa, tra esalazioni chimiche e una riduzione della disponibilità di acqua potabile

Si tratta di testimonianze che, ovviamente, richiedono verifiche scientifiche approfondite, ma che contribuiscono a delineare un quadro sociale estremamente teso.

Secondo i firmatari, l’industria dell’intelligenza artificiale starebbe procedendo come se operasse in un contesto privo di norme, sfruttando risorse naturali considerate di fatto illimitate; il tutto mentre i grandi player tecnologici programmano investimenti complessivi pari a 8 trilioni di dollari per la realizzazione di nuovi data center e strutture di calcolo.

Una cifra immensa, che mostra quanto il settore sia già entrato in una fase di espansione difficilmente arrestabile senza un intervento politico deciso.

La coalizione chiede dunque al Congresso di interrompere temporaneamente la costruzione di nuovi impianti, definire un quadro regolatorio federale, tutelare risorse energetiche e idriche, nonché proteggere le comunità locali dagli impatti sanitari e sociali.

Non ci resta che attendere per scoprire quale direzione prenderà questo dibattito, soprattutto considerando che gli interessi economici coinvolti sono enormi e, come spesso accade, difficili da conciliare con le richieste delle comunità.