Il futuro di iRobot, marchio che di fatto ha definito il concetto stesso di robot aspirapolvere grazie alla celebre famiglia Roomba, appare ormai appeso a un filo. Dopo mesi di trattative e l’ennesimo ritiro di un potenziale acquirente, l’azienda statunitense ha recentemente comunicato alla SEC (l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari USA) che non dispone più di fonti di capitale aggiuntivo e che, senza nuovi finanziamenti entro poche settimane, potrebbe essere costretta a richiedere la protezione fallimentare. Una notizia che chiude simbolicamente un’epoca, quella dell’aspirapolvere intelligente come emblema della smart home, e che apre interrogativi concreti sul destino dei milioni di Roomba già presenti nelle case di tutto il mondo.

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Conti in rosso e assenza di acquirenti, è crisi profonda per iRobot

I risultati finanziari del terzo trimestre 2025 parlano chiaro: i ricavi di iRobot sono crollati ben al di sotto delle aspettative, complice una combinazione di fattori che comprende ritardi nella produzione, interruzioni nelle spedizioni e un mercato globale sempre più competitivo. Il CEO Gary Cohen ha confermato che le disponibilità liquide dell’azienda sono ormai scese sotto la soglia dei 25 milioni di dollari, un valore che (per un gruppo di queste dimensioni) equivale a un segnale di allarme più che evidente.

A peggiorare ulteriormente la situazione c’è stata la rinuncia dell’ultimo potenziale acquirente, che avrebbe presentato un’offerta considerata insufficientemente vantaggiosa rispetto al valore azionario; subito dopo la notizia, il titolo ha perso circa il 33% in una sola seduta, portando il calo complessivo del 2025 oltre il 50%.

Il quadro finanziario si è fatto dunque critico, l’accordo con il principale finanziatore, il Carlyle group, è stato prorogato fino al 1° dicembre 2025, ma senza nuova iniezioni di capitale o una cessione rapida, iRobot rischia concretamente di non poter proseguire le proprie attività operative oltre i prossimi 12 mesi.

Solo pochi anni fa, iRobot rappresentava l’avanguardia della smart home, il marchio Roomba era sinonimo di tecnologia domestica e automazione, un vero e proprio status symbol per gli appassionati di innovazione; ma il mercato è cambiato in fretta, e l’azienda non è riuscita ad adattarsi con la stessa rapidità.

Il fallimento dell’acquisizione da parte di Amazon, accordo da 1,7 miliardi di dollari bloccato dalle autorità antitrust europee e statunitensi, ha segnato l’inizio della crisi. Da allora iRobot ha licenziato oltre il 30% del personale, perso il fondatore e CEO Colin Angle e accumulato debiti crescenti, tentando di ristrutturarsi in un contesto sempre più affollato da competitor cinesi.

Queste aziende, spesso sostenute da capacità produttive enormi e margini ridotti, hanno rivoluzionato il settore offrendo robot completi di funzioni avanzate come la mappatura LiDAR, il lavaggio integrato, lo svuotamento automatico e persino l’intelligenza artificiale per il riconoscimento degli oggetti; iRobot ha provato a reagire con una nuova linea di Roomba, ma le novità non sono bastate a colmare il divario tecnologico, né tantomeno quello economico.

La domanda che molti si pongono, e che i colleghi di The Verge hanno girato direttamente a iRobot, è inevitabile: cosa accadrà ai nostri Roomba se l’azienda dovesse chiudere? Per il momento, iRobot ha dichiarato che le operazioni quotidiane continuano regolarmente e che il supporto ai clienti rimane invariato; tuttavia, la questione più delicata riguarda la dipendenza dei modelli più recenti dai servizi cloud della società.

In caso di chiusura dei server, la maggior parte dei Roomba continuerebbe comunque a funzionare in modalità offline: sarebbe possibile avviare o fermare la pulizia manualmente tramite il pulsante fisico, e collegare il robot alla base di ricarica; ciò che verrebbe meno invece sarebbero le funzioni smart, come la programmazione della pulizia via app, la mappatura delle stanze o la gestione vocale tramite i più noti assistenti.

Un’eventualità che riporta alla luce un tema ormai centrale nel mondo della domotica, ovvero la dipendenza eccessiva dei dispositivi intelligenti dai servizi cloud; se questi ultimi vengono interrotti i prodotti rischiano di perdere buona parte della loro utilità, come dimostrato dal caso Neato nel 2023, quando la chiusura dei server ha reso inutilizzabili le funzioni connesse dei robot aspirapolvere dell’azienda.

L’eventuale fallimento di iRobot non sarebbe soltanto la fine di un’azienda, ma anche la scomparsa di un pezzo di storia della tecnologia domestica; Roomba ha introdotto milioni di persone al concetto di automazione quotidiana, portando la robotica dalle fabriche ai salotti.

Eppure, come spesso accade nel mondo tech, l’innovazione non perdona chi rallenta. La lezione di iRobot è chiara, non basta avere un mercato per restarci dentro, serve continuare a reinventarlo.