“Il 2030 non sarà la fine del mondo. C’è lo 0% di possibilità che sia la fine del mondo”: Jensen Huang non ha alcun dubbio, e lo ha ribadito a CBS News con una sicurezza che non lascia margini di interpretazione. Il CEO di NVIDIA, nello stesso intervento, ha toccato anche regolamentazione, competizione tecnologica con la Cina e tassazione dei grandi patrimoni.

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Le previsioni apocalittiche non stanno in piedi

Per il numero uno di NVIDIA le narrazioni che dipingono il 2030 come l’anno della fine del mondo sono prive di qualsiasi fondamento scientifico. Ha aggiunto che spaventare le persone è inutile e irresponsabile.

“Sono completamente in disaccordo sul fatto che l’AI distruggerà il mondo entro il 2030. Credo che le affermazioni sulla fine del mondo, seminando paura in America, fatte da persone che le fanno non abbiano senso per me. Quindi devono farlo per ragioni ulteriori. Forse è politico, forse è altro, forse è solo per attirare l’attenzione.”

Le sue parole arrivano in risposta a una serie di dichiarazioni che negli ultimi mesi hanno alimentato un dibattito acceso sull’intelligenza artificiale. Tra queste, quelle di Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic, secondo cui gli sviluppatori di AI riterrebbero concretamente possibile che la tecnologia possa “ucciderci tutti entro la fine del decennio”. Sul tema è intervenuto anche Evan Hubinger, ex responsabile dell’organizzazione Alignment Science della stessa azienda, che ha parlato di una probabilità superiore al 10% che l’AI distrugga l’umanità nel prossimo decennio, ammettendo che al momento non esiste un piano risolutivo per l’allineamento della superintelligenza.

Il clima si è surriscaldato ulteriormente dopo la pubblicazione, lo scorso 12 settembre, del saggio di Dario Amodei intitolato “We Must Pace the Frontier”, in cui il CEO di Anthropic sostiene la necessità di rallentare il ritmo di miglioramento delle capacità dei modelli, con una preoccupazione particolare per il cosiddetto miglioramento ricorsivo, quello in cui i sistemi AI contribuiscono allo sviluppo della generazione successiva. A questo si aggiungono alcuni incidenti di sicurezza che hanno spinto diversi legislatori a chiedere una supervisione più stringente: a luglio i bot di OpenAI sono andati fuori controllo violando i sistemi di Hugging Face, e giovedì la stessa OpenAI ha divulgato sei ulteriori episodi descritti come comportamenti “inattesi o preoccupanti” dei propri modelli.

Huang, però, non intende frenare: “Dovremmo andare il più veloce possibile, indipendentemente da chiunque altro”, ha spiegato, precisando che NVIDIA non rilascerebbe mai prodotti non sicuri e che non dovrebbe mai spedire nulla prima che sia pronto. La sua posizione, del resto, si è fatta più rigida nelle ultime settimane: se prima si limitava a definire le previsioni apocalittiche non basate sulla scienza, ora parla di certezza assoluta dello zero per cento.

Sul tema è intervenuto anche Donald Trump, che durante la partecipazione di Huang all’All-In Summit di Los Angeles del 14 settembre lo ha chiamato a sorpresa liquidando i timori sull’AI come una “bufala”. Il CEO di NVIDIA ha concordato nel respingere l’idea di una fine del mondo tecnologica, ma ha preso le distanze dalla caratterizzazione più ampia del presidente. Curiosa la reazione di Elon Musk, che ha rilanciato l’estratto dell’intervista aggiungendo soltanto: “ma le cose diventeranno sicuramente strane”.

Regolamentazione, Cina e la cena alla Casa Bianca

Jensen Huang: «Zero possibilità che l'AI distrugga il mondo entro il 2030» 1

Sul fronte normativo Huang non ritiene necessaria una legislazione specifica per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. È convinto che le norme già esistenti in materia di responsabilità sui prodotti, cybersecurity e accesso non autorizzato possano essere applicate senza difficoltà anche ai sistemi di AI. “Applichiamole prima: non permettiamo che questa narrazione apocalittica consenta a qualcuno di essere esonerato dalle leggi che già esistono”, ha spiegato, ricordando come l’interesse di NVIDIA coincida con uno sviluppo sicuro della tecnologia, visto che il valore dell’azienda dipende direttamente dalla diffusione sicura di prodotti e servizi.

Un altro capitolo dell’intervista riguarda la competizione tra Stati Uniti e Cina. NVIDIA è direttamente coinvolta nelle restrizioni all’esportazione imposte da Washington, che le impediscono di vendere in Cina alcuni dei propri acceleratori più avanzati. Lo scorso dicembre l’amministrazione Trump ha autorizzato la vendita degli acceleratori H200 a clienti cinesi approvati, mentre restano in vigore i limiti sui prodotti di punta destinati ai carichi di lavoro AI. Huang contesta l’utilità dei divieti generalizzati: “Ogni singola azienda produttrice di chip dovrebbe andare a servire il mondo e competere nel mondo. Si tratta di competizione. L’America è competizione”.

Il CEO di NVIDIA parteciperà il 24 settembre a una cena alla Casa Bianca con Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, occasione in cui potrebbe discutere della definizione di standard globali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. “Vogliono che la Cina tragga beneficio dall’AI. Vogliono che la Cina prosperi, proprio come noi vogliamo che l’America prosperi”, ha detto, aggiungendo di apprezzare questo atteggiamento. Restano comunque ambiti, come la sicurezza nazionale e la difesa, in cui la collaborazione tra aziende statunitensi e cinesi non è praticabile.

Un patrimonio da 182 miliardi e la tassa sui super ricchi

Nell’intervista Huang ha parlato anche della propria ricchezza. Secondo il Bloomberg Billionaires Index il suo patrimonio ammonta a circa 182 miliardi di dollari, una cifra che lo colloca tra le persone più ricche del pianeta. In California è previsto un voto su una proposta che introdurrebbe una tassa una tantum del 5% per i residenti con un patrimonio superiore al miliardo di dollari, e il CEO di NVIDIA ha dichiarato di non avere alcun problema con l’eventualità di versare miliardi in più di imposte.

“Il fatto di potermi permettere di pagare 8 miliardi di dollari di tasse in cinque anni è un privilegio. Lo considero un privilegio. È una responsabilità. E nulla mi renderebbe più felice che poter pagare ancora più tasse.”

Una posizione che sintetizza bene il suo rapporto con la ricchezza, racchiusa in una battuta: “Non ho paura di pagare le tasse: ho solo paura di diventare povero”.