La NASA ha dato ufficialmente il via a una missione che potrebbe aprire una nuova pagina nella gestione dei satelliti e degli osservatori spaziali, è infatti partita Swift Boost, un’operazione senza precedenti che punta a salvare il Neil Gehrels Swift Observatory, telescopio spaziale in attività da oltre vent’anni la cui orbita si è progressivamente abbassata fino a diventare critica.

Per evitare che il telescopio rientri nell’atmosfera terrestre andando inevitabilmente distrutto, l’agenzia spaziale statunitense ha deciso di tentare un intervento diretto nello spazio, affidandosi alla startup aerospaziale Katalyst Space e alla sua sonda robotica LINK, progettata per raggiungere l’osservatorio, agganciarlo e riportarlo su un’orbita più sicura.

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La missione Swift Boost della NASA è partita

Il lancio della missione è avvenuto dopo alcuni rinvii causati dal maltempo e da verifiche tecniche, la sonda LINK è stata portata in orbita da un razzo Pegasus XL di Nothrop Grumman, rilasciato in volo dal celebre aereo Stargazer, un Lockheed L-1011 appositamente modificato per il lancio di vettori spaziali ad alta quota.

Il decollo è avvenuto dall’atollo di Kwajalein, nella Repubblica delle isole Marshall, da dove il Pegasus XL è stato sganciato a circa 12.000 metri di altitudine prima di accendere i propri motori e immettere LINK in orbita terrestre bassa.

Poche ore dopo il lancio è arrivata anche una prima conferma positiva: i tecnici sono riusciti a stabilire le comunicazioni con la sonda, verificando il corretto funzionamento dei sistemi principali. Nelle prossime settimane il team di Katalyst Space completerà tutti i test in orbita, controllando propulsione, sensori e sistemi di navigazione prima di iniziare l’avvicinamento al telescopio.

La parte più complessa della missione richiederà ancora tempo, LINK dovrà infatti raggiungere Swift con estrema precisione, avvicinandosi lentamente nel corso di circa un mese.

Durante questa fase la sonda scatterà numerose immagini dell’osservatorio per permettere ai tecnici sulla Terra di individuare i punti migliori in cui effettuare la presa tramite i suoi bracci robotici; solo dopo aver verificato che l’aggancio sia stabile inizierà la vera e propria operazione di salvataggio.

Utilizzando i propri propulsori, LINK spingerà gradualmente il telescopio verso un’orbita più elevata. Si tratta di una manovra estremamente delicata che durerà diversi mesi e che, se completata con successo, permetterà a Swift di continuare la propria attività scientifica invece di andare incontro a un rientro distruttivo nell’atmosfera.

Una volta raggiunta l’altitudine prevista, la sonda si separerà dall’osservatorio, concludendo una missione che rappresenta uno dei più ambiziosi tentativi di manutenzione robotica mai effettuati nello spazio.

Lanciato nel 2024, il Neil Gehrels Swift Observatory è stato progettato per osservare alcuni dei fenomeni più energetici dell’universo, in particolare i lampi di raggi gamma (Gamma Ray Burst), eventi che possono durare anche pochi millisecondi ma liberare enormi quantità di energia.

Per raggiungere questo obbiettivo il telescopio integra tre strumenti principali dedicati rispettivamente ai raggi gamma, ai raggi X e alla luce ultravioletta, riuscendo a individuare rapidamente questi fenomeni e a orientarsi quasi istantaneamente verso la loro sorgente.

Negli ultimi anni però, la sua orbita ha iniziato a decadere più rapidamente del previsto. La causa è l’attrito residuo presente nell’atmosfera terrestre alle basse quote, un fenomeno che è stato ulteriormente accentuato dalla recente intensa attività solare. Privo di un sistema di propulsione in grado di compensare questa perdita di quota, Swift è progressivamente sceso dai circa 600 chilometri iniziali fino a un’altitudine di circa 300 chilometri, valore scelto anche per facilitare l’intercettazione da parte di LINK.

Se la missione dovesse avere successo, non solo il telescopio potrà continuare a svolgere il proprio prezioso lavoro scientifico, ma la NASA dimostrerebbe anche l’efficacia di un nuovo approccio alla manutenzione dei satelliti già in orbita; una tecnologia che, in futuro, potrebbe prolungare la vita operativa di numerose missioni spaziali, riducendo costi e rifiuti spaziali e rendendo sempre più comune l’idea di riparare un veicolo direttamente nello spazio anziché sostituirlo.