Nel mondo dell’intelligenza artificiale si sta preparando una battaglia che potrebbe far comodo, almeno sulla carta, a chi questi strumenti li usa per lavorare. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, OpenAI starebbe valutando una riduzione drastica dei prezzi che applica ai propri utenti, nel tentativo di sottrarre clienti alla rivale Anthropic. Una mossa che, se confermata, potrebbe innescare una vera e propria guerra dei prezzi tra i due colossi del settore, proprio mentre entrambi si avvicinano alla quotazione in borsa.
Al centro delle valutazioni ci sono i token, l’unità di misura con cui le aziende di intelligenza artificiale calcolano i costi dei propri prodotti. Ogni interazione con un modello di IA consuma un certo numero di token, e il prezzo per token determina quanto un’azienda o uno sviluppatore paga per utilizzare il servizio. Secondo le fonti citate dal WSJ, OpenAI starebbe soppesando tagli significativi proprio sul prezzo dei token, anche se le discussioni interne sarebbero ancora in una fase fluida e non definitiva.
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Una mossa difensiva in anticipo sulle contromosse di Anthropic
L’aspetto più interessante della vicenda è il movente. OpenAI non starebbe semplicemente abbassando i prezzi per essere più aggressiva, ma lo farebbe in anticipo rispetto a tagli analoghi che si aspetta da parte di Anthropic. È una mossa difensiva e preventiva insieme, dettata dalla convinzione che la rivale stia per fare lo stesso. In altre parole, OpenAI vuole arrivare prima, per non trovarsi a inseguire.
La ragione di tanta nervosità competitiva ha radici concrete. Negli ultimi mesi Anthropic ha guadagnato terreno proprio nel segmento dei clienti business, trainata dal successo del suo strumento per la programmazione, Claude Code, che ha fatto impennare i ricavi dell’azienda. A fine maggio Anthropic ha chiuso un round di finanziamento di serie H raggiungendo una valutazione di 965 miliardi di dollari, superando di un soffio gli 852 miliardi attribuiti a OpenAI lo scorso marzo. Per la creatrice di ChatGPT, vedersi scavalcare nella valutazione da quella che era considerata la sfidante è stato evidentemente un campanello d’allarme.
Sul tema dei costi è intervenuto direttamente anche Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, che nel corso di un recente evento aziendale ha riconosciuto come gli elevati costi di utilizzo dell’IA siano diventati un problema enorme per i dirigenti d’azienda. Non è un dettaglio da poco, perché certifica dall’interno quella tensione sui budget che molte imprese stanno vivendo dopo aver abbracciato con entusiasmo gli agenti basati sull’intelligenza artificiale. Alcune di esse hanno iniziato a frenare la spesa dopo aver esaurito i budget destinati all’IA, alimentando un dibattito attorno al cosiddetto tokenmaxxing, ovvero la spinta a massimizzare il consumo di token che fa lievitare i costi.
Il contesto delle IPO e i rischi per i margini
Questa potenziale guerra dei prezzi arriva in un momento delicatissimo per entrambe le aziende. Proprio questa settimana OpenAI ha depositato in via riservata la documentazione per la propria offerta pubblica iniziale presso la SEC, l’autorità di vigilanza dei mercati statunitensi, seguendo le orme di Anthropic che aveva fatto lo stesso poco prima. Altman ha comunicato ai dipendenti che l’azienda prevede di quotarsi entro il prossimo anno.
Una guerra dei prezzi alla vigilia di due IPO è però un’arma a doppio taglio. Tagliare i prezzi dei token significa erodere i margini di profitto di entrambe le aziende, che già oggi perdono cifre considerevoli a causa degli enormi costi di calcolo necessari a far funzionare i sistemi di intelligenza artificiale. Detto altrimenti, OpenAI e Anthropic rischiano di entrare in una spirale al ribasso che metterebbe alla prova la solidità dei rispettivi modelli di business proprio mentre cercano di convincere gli investitori della loro sostenibilità.
Vale la pena ricordare che non sarebbe la prima volta che OpenAI usa il prezzo come leva competitiva contro Anthropic. Già con il lancio di GPT-5, l’azienda aveva fissato tariffe particolarmente aggressive sui token, andando a posizionarsi nettamente al di sotto dei prezzi di Claude, all’epoca molto più caro sul fronte della programmazione. La differenza è che oggi la posta in gioco è più alta, perché non si tratta più solo di conquistare sviluppatori, ma di presentarsi al mercato azionario nella posizione di forza migliore possibile.
Per gli utenti e le aziende che utilizzano questi strumenti, lo scenario di una guerra dei prezzi è in apparenza una buona notizia, perché significherebbe pagare meno per la stessa potenza di calcolo. Resta però da capire quanto questa corsa al ribasso sia sostenibile nel tempo, e se i tagli annunciati si tradurranno in un reale vantaggio duraturo o se, una volta consolidate le rispettive posizioni di mercato, i prezzi torneranno a salire. Per ora, come precisa lo stesso Wall Street Journal, si tratta di discussioni ancora in evoluzione, e nulla è stato deciso. Ma il fatto stesso che se ne parli racconta quanto sia diventata feroce la competizione ai vertici dell’intelligenza artificiale.
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