Negli ultimi anni, il settore dell’intelligenza artificiale ha vissuto una crescita a dir poco impetuosa, trainata in larga parte proprio da OpenAI, che con ChatGPT ha ridefinito il concetto stesso di interazione uomo-macchina. Tuttavia, come spesso accade in contesti caratterizzati da espansioni estremamente rapide, iniziano a emergere alcune crepe che, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, riguarderebbero in particolare la sostenibilità economica della strategia adottata dall’azienda.

Costi elevati e crescita sotto le attese: un equilibrio sempre più fragile per OpenAI

Entrando più nel dettaglio, OpenAI si troverebbe ad affrontare una fase particolarmente delicata, con risultai operativi inferiori rispetto alle aspettative interne di crescita (sia in termini di utenti sia di ricavi), che avrebbe iniziato a rallentare verso la fine dello scorso anno; una dinamica che ovviamente ha innescato una riflessione interna piuttosto profonda (e, a tratti, anche accesa) sulla gestione degli investimenti, soprattutto quelli legati alla capacità computazionale.

Il punto centrale della questione riguarda infatti la sostenibilità degli impegni pluriennali per il calcolo, considerati (non a caso) il vero collo di bottiglia nello sviluppo dei modelli di nuova generazione. In questo contesto, la CFO Sarah Friar avrebbe espresso più di una perplessità sulla capacità dell’azienda di onorare i contratti futuri qualora la crescita del fatturato non dovesse accelerare in maniera significativa.

Alla base della situazione attuale troviamo la linea strategica fortemente voluta da Sam Altman, che negli ultimi anni ha puntato con decisione su un’acquisizione preventiva e massiccia di capacità computazionale; una scelta che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto garantire un vantaggio competitivo nel medio-lungo periodo, ma che nei fatti ha portato OpenAI a impegnarsi in contratti stimati nell’ordine dei 600 miliardi di dollari.

Un approccio questo, che lega in maniera sempre più stretta la crescita dell’intero ecosistema IA alla disponibilità di risorse infrastrutturali, ma che al tempo stesso espone l’azienda a rischi non trascurabili, soprattutto in una fase in cui la domanda sembra crescere meno rapidamente del previsto.

Come molti di voi avranno notato, il panorama competitivo nel settore dell’intelligenza artificiale si è fatto nel frattempo decisamente più affollato, da un lato troviamo Gemini che avrebbe guadagnato rapidamente quote di mercato, mentre dall’altro si fa sempre più evidente la pressione esercitata da realtà come Anthropic, particolarmente forte nei segmenti enterprise e coding.

Proprio in questi ambiti, OpenAI avrebbe incontrato alcune difficoltà, tra tassi di abbandono più elevati del previsto e una crescita meno lineare rispetto alle previsioni iniziali. Non è dunque un caso che, nel corso del 2025, l’azienda abbia mancato diversi obbiettivi mensili di ricavi, contribuendo a delineare un quadro complessivo più complesso di quanto inizialmente immaginato.

Nonostante queste criticità, OpenAI può comunque contare su una posizione finanziaria ancora solida, rafforzata da un recente round di finanziamento da ben 122 miliardi di dollari, un risultato record per la Silicon Valley; tuttavia, secondo le proiezioni interne, questo capitale potrebbe essere assorbito nel giro di circa tre anni, soprattutto alla luce degli impegni infrastrutturali già presi.

Nel frattempo, l’azienda ha iniziato a razionalizzare alcune attività, ridimensionando progetti come Sora e concentrandosi su soluzioni con maggiore trazione commerciale, come Codex nel segmento dello sviluppo software. Sul fronte tecnologico invece, il lancio di GPT-5.5 ha permesso a OpenAI di mantenere una posizione di rilievo nei benchmark di settore, dimostrando come (almeno dal punto di vista tecnico) la leadership resti ancora salda.

A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono anche alcune dinamiche interne ed esterne. Da un lato emergono divergenze sulla tempistica di una possibile quotazione in borsa, con Sarah Friar che spingerebbe per un rafforzamento dei controlli interni prima di affrontare i mercati pubblici, mentre Sam Altman sembrerebbe orientato verso una timeline più aggressiva.

Dall’altro lato, non mancano elementi di instabilità, tra cui l’assenza temporanea della numero due Fidji Simo per motivi di salute e il procedimento legale avviato da Elon Musk, che contesta la struttura for-profit della società e la leadership attuale.

Infine, è importante sottolineare come le difficoltà di OpenAI si inseriscano in un contesto più ampio, in cui l’intero settore IA sta affrontando tensioni significative sul fronte della capacità computazionale. Diversi operatori, tra cui la stessa Anthropic, hanno segnalato carenze di risorse, con inevitabili ripercussioni su prezzi, disponibilità dei servizi e qualità dell’esperienza per gli utenti, soprattutto quelli professionali.

OpenAI dal canto suo, continua a rivendicare un vantaggio competitivo proprio in termini di capacità di calcolo, rispondendo indirettamente anche alle critiche mosse dal CEO di Anthropic, Dario Amodei. Resta però da capire se questa strategia, tanto ambiziosa quanto onerosa, riuscirà effettivamente a tradursi in un vantaggio sostenibile nel lungo periodo.