La situazione dei droni di fabbricazione cinese negli Stati Uniti continua a muoversi su un terreno estremamente complesso e frammentato, fatto di divieti, ripensamenti e competenze che si sovrappongono tra diverse agenzie governative. Nelle ultime ore è arrivata una notizia che, almeno sulla carta, potrebbe sembrare positiva per DJI e per l’intero settore, ma che in realtà lascia irrisolti i nodi più critici.
Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha infatti deciso di ritirare il piano che avrebbe imposto restrizioni dirette all’importazione dei droni di fabbricazione cinese, una proposta che era stata inviata alla Casa Bianca lo scorso anno; tuttavia, come spesso accade in questi casi, il quadro generale è ben più articolato di quanto possa sembrare a una prima lettura.
Il Dipartimento del Commercio USA fa un passo indietro sui droni, ma il vero problema resta
Secondo quanto riportato, il Dipartimento del Commercio ha ufficialmente abbandonato l’idea di introdurre nuove norme per limitare o vietare l’importazione dei droni cinesi, una misura che era stata giustificata con le consuete preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale e alla catena di approvvigionamento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
La proposta, discussa internamente fino al 19 dicembre e presentata alla Casa Bianca l’8 ottobre, è stata ritirata senza che venisse mai formalmente adottata; una decisione che sembra inserirsi nel più ampio contesto del disgelo diplomatico tra Stati Uniti e Cina, in vista dell’incontro programmato per aprile tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping.
Il punto centrale però è un altro, il ritiro della proposta del Dipartimento del Commercio non ha alcun effetto sulle restrizioni già introdotte dalla Federal Communications Commission (FCC), che restano pienamente operative.
Già a dicembre infatti, la FCC ha vietato l’approvazione di nuovi modelli di droni di fabbricazione estera e dei relativi componenti critici, includendo esplicitamente produttori come DJI e Autel, sempre per motivi legati alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In settimana, la stessa FCC ha precisato che alcuni droni non cinesi potranno essere esentati, ma il blocco sui produttori cinesi rimane sostanzialmente invariato.
È importante sottolineare che la FCC non vieta l’uso, la vendita o l’importazione dei droni già approvati in passato, né ha effetti sui dispositivi già acquistati; tuttavia, senza la certificazione FCC, nessun nuovo modello può entrare legalmente nel mercato statunitense, rendendo la distinzione tra divieto di importazione e divieto di approvazione molto più sottile di quanto possa sembrare.
Alla luce di questo scenario, la situazione di DJI resta tutt’altro che risolta, è vero che con il passo indietro del Dipartimento del Commercio l’azienda evita, almeno per ora, un blocco totale delle importazioni, ma può continuare a portare negli Stati Uniti solo modelli più vecchi, già certificati in passato.
Un limite non da poco, soprattutto se si considera che le importazioni cinesi rappresentano la stragrande maggioranza delle vendite di droni commerciali negli USA, e che più della metà proviene proprio da DJI, oggi il più grande produttore di droni al mondo.
In questo contesto, l’impossibilità di introdurre nuovi prodotti o componenti critici rischia di trasformarsi in un problema strutturale, non solo per l’azienda cinese ma anche per gli utenti professionali che basano il proprio lavoro su questi dispositivi.
Le difficoltà per DJI inoltre, non si limitano alle decisioni della FCC e del Dipartimento del Commercio, nel corso degli ultimi anni anche il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha etichettato l’azienda come “azienda militare cinese”, una definizione che è stata in parte ridimensionata dalla Corte distrettuale del Distretto di Columbia, la quale ha affermato di respingere con fermezza la maggior parte delle accuse e di non trovare basi per sostenere che DJI sia controllata dal Partito Comunista Cinese.
A tutto questo si aggiungono le iniziative del Congresso, che nel 2024 ha tentato di vietare l’attività dell’azienda, concedendo poi una proroga di un anno per consentire a DJI di dimostrare di non rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale.
Come chiarito più volte anche dalle autorità, tutte queste misure non influenzeranno i droni attualmente in uso, che continueranno a funzionare regolarmente. Il vero nodo riguarda il futuro, senza nuovi modelli e senza componenti di ricambio certificati, la manutenzione e l’aggiornamento dei dispositivi diventeranno sempre più complessi.
In definitiva, il ritiro del piano del Dipartimento del Commercio rappresenta solo una mezza boccata d’ossigeno, che non risolve il problema principale; finché il divieto della FCC resterà in vigore, DJI e gli altri produttori stranieri continueranno a operare in una sorta di limbo normativo, con un impatto potenzialmente pesante su un mercato che oggi dipende in larga parte proprio da questi droni.
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