Basta dare un’occhiata al listino Amazfit del 2026 per avere la sensazione di trovarsi davanti a un catalogo in perenne espansione: una serie impressionante di modelli con prezzi che variano dai 200 ai 500 euro, salvo qualche rara eccezione, lanciati uno dopo l’altro nel giro di pochi mesi, che promettono cose diverse e che, una volta indossati, finiscono per fare più o meno la stessa cosa. Il problema non riguarda soltanto un marchio, ma l’idea stessa di che cosa debba essere un ecosistema dedicato allo sport: un insieme di prodotti con un’identità precisa, pensati per tipi diversi di utente, oppure un moltiplicarsi di varianti in cui il vero sforzo, per chi deve comprare, è capire quale sia la differenza. All’inizio gli smartwatch Amazfit facevano un po’ tutto, e l’assenza di una specializzazione era un tratto naturale del progetto; oggi invece l’ambizione dichiarata è quella di competere ai massimi livelli nel mercato sportivo. E qui casca l’asino.
Qui sotto trovate il video in cui Matteo vi dice la sua, dopo aver provato i tre modelli più recenti del brand.
Da GTR e GTS a Balance, la storia di un ecosistema rifatto più volte
Amazfit è partita a rilento, soprattutto a causa di un sistema operativo molto acerbo, e per un po’ i suoi smartwatch hanno pagato quell’immaturità. Il problema, va detto, non era l’hardware: gli smartwatch erano di buona qualità, ricchi di funzioni e con sensori in linea con il prezzo, ma il software era macchinoso e soprattutto lento, e questo rendeva frustrante l’esperienza d’uso, al punto da far passare in secondo piano tutto quello che di buono c’era sotto la scocca. Poi l’ecosistema è sembrato ben indirizzato, con una divisione semplice e leggibile: le linee GTR per chi amava il quadrante circolare e GTS per chi preferiva quello quadrato. Dopo un paio d’anni, però, hanno iniziato ad arrivare le versioni mini, le special, e in generale una quantità di varianti che hanno portato soprattutto confusione.
Con Balance è iniziata una nuova era, e sulla carta la strategia era chiara: una serie pensata per la vita di tutti i giorni, T-Rex per l’avventura outdoor, Cheetah per lo sport e Bip come entry level. Anche qui, però, le cose sono durate poco. Balance è stato aggiornato in modo massiccio per due anni e si è evoluto in maniera impressionante rispetto a come era nato, mentre la serie Cheetah è stata seguita ma senza troppa costanza, la T-Rex è stata aggiornata ogni anno e la Bip è rimasta un po’ ferma. Poi, da Balance 2, il caos è ricominciato: doppie e triple varianti dello stesso modello, una nuova linea Active di cui non si sentiva la mancanza, fino ad arrivare al 2026. Due versioni di Balance 3, due T-Rex, due Cheetah, un Active, un Bip Max, tutti con lo stesso hardware e lo stesso software. O quasi.
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Tutti possono fare tutto, e allora perché scegliere
È qui che la struttura cede, perché la scelta si riduce a una questione di prezzo ed estetica. Nessun modello ha funzioni esclusive o dedicate, quindi ogni orologio può fare tutto quello che fanno gli altri, al netto di qualche piccola differenza. E se un Active 3 Premium da 169 euro di listino offre le stesse cose di un Cheetah 2 Ultra da 599, la domanda diventa inevitabile: perché comprare il secondo?
Il confronto con Garmin aiuta a capire il problema. Chi compra un fēnix o un Instinct trova funzioni specifiche per quel tipo di orologio e assenti altrove, e chi sceglie un Forerunner ha strumenti dedicati alla corsa che però non ritrova sul fēnix. Ogni linea ha un’identità riconoscibile, e si acquista l’orologio che serve perché si sa che cosa aspettarsi. Con Amazfit questo meccanismo si è inceppato: i prodotti sono usciti in tale quantità e in così poco tempo che molti sono diventati sostanzialmente intercambiabili.
Il caso più eloquente è quello dei due Cheetah. Il 2 Ultra era stato pensato come orologio per il trail running, mentre al 2 Pro mancava qualcosa su quel fronte, ma con l’ultimo aggiornamento software le stesse funzioni sono arrivate anche sul secondo, e l’esclusiva del modello più specializzato è durata pochissimo. Il discorso vale in parte anche per il T-Rex Ultra, che ha un corpo così particolare, pensato per le spedizioni, da rendere improbabile che qualcuno sia davvero indeciso tra questo e gli altri, ma che al di là dell’estetica orientata all’avventura non offre funzioni dedicate che gli altri non abbiano.
Anche i nomi non aiutano
La confusione comincia già dal listino, e in parte dipende da come sono battezzati i prodotti. Le stesse sigle ricorrono su linee diverse senza indicare sempre la stessa cosa: c’è un Pro sul Cheetah 2 e uno sul T-Rex 3, un Ultra sul Cheetah 2, sul T-Rex e sul Balance, un Max sul Bip e un altro sull’Active, un Premium sull’Active 3. Chi non segue da vicino il marchio non ha modo di capire, dal solo nome, che cosa distingua un modello dall’altro e in quale direzione si muova: più autonomia, materiali migliori, funzioni in più, un corpo più grande, oppure semplicemente un prezzo diverso.
Il risultato è che la ricerca dell’orologio giusto diventa un lavoro di documentazione, fatto di tabelle comparative, recensioni incrociate e schede tecniche lette riga per riga. Non a caso servono guide dedicate, come quella che spiega , utili proprio perché il listino da solo non le rende evidenti. Per un’azienda che vuole presentarsi come protagonista del mercato sportivo è un segnale poco incoraggiante, perché chi sceglie uno sportwatch di fascia alta tende a essere un utente informato, ma non per questo disposto a fare da solo il lavoro di selezione che dovrebbe fare il produttore con una gamma ordinata.
Il prezzo come unica leva
Quando le funzioni sono le stesse, il prezzo diventa l’unico vero argomento di vendita, e non sempre un argomento convincente. Tra un modello da 169 euro e uno da 599 esistono differenze reali, dai materiali, acciaio contro titanio, al vetro, alle dimensioni, alla batteria, ma nessuna di queste risponde alla domanda che dovrebbe guidare l’acquisto: che cosa consente di fare questo orologio che quello più economico non consente? Se la risposta è soltanto “ha un aspetto più raffinato” o “dura qualche giorno in più”, la spesa difficilmente sembrerà giustificata a chi guarda soprattutto alle prestazioni.
C’è poi un rischio di posizionamento. Un marchio che punta al vertice del mercato sportivo ha bisogno di prodotti aspirazionali, cioè di orologi che non siano soltanto più cari ma che facciano cose che gli altri non fanno, e che diano a chi li compra la sensazione di avere il riferimento della categoria. Se invece i modelli di punta si limitano a essere versioni più costose di quelli economici, e se le funzioni in esclusiva scivolano verso il basso con il primo aggiornamento, come è successo ai Cheetah, il messaggio che passa è l’opposto: che il prezzo più alto non compri davvero nulla di diverso.
Aggiornamenti: una politica chiara, una cadenza irregolare
Su un punto Zepp Health merita un riconoscimento pieno: la durata del supporto è dichiarata con chiarezza. Sul portale dell’azienda è pubblicato l’elenco dei dispositivi con la data di fine degli aggiornamenti, e dalla metà del 2025 la è passata da due a tre anni di aggiornamenti software. Qualche estensione è arrivata anche per prodotti già in commercio, come è successo al , entrambi prolungati fino a dicembre 2026. Non è un dettaglio da poco, perché distingue un marchio che si prende cura dei propri prodotti da uno che li lascia a se stessi dopo il lancio.
Il punto, semmai, riguarda l’intensità degli aggiornamenti più che la loro durata. Il Balance è il caso da manuale: ha ricevuto nel tempo aggiornamenti così corposi da portare sul modello originale funzioni nate con i successori, come BioCharge e il supporto a Stryd. Lo stesso slancio non si è visto in egual misura su tutte le serie nelle generazioni passate, con la Cheetah seguita meno e la Bip più ferma, anche se i modelli più recenti, come il Cheetah 2 Ultra, stanno ricevendo aggiornamenti con buona frequenza. C’è poi un dettaglio che spesso sfugge: il conto alla rovescia parte dal debutto del modello e non dall’acquisto. Il Balance, annunciato a settembre 2023, arriva a dicembre 2026 dopo una prima scadenza fissata a settembre 2025, e chi lo compra tardi si ritrova con una finestra di supporto ovviamente più corta.
Con un ritmo di lanci scandito in mesi, inoltre, ogni nuovo modello rischia di sottrarre attenzione ai precedenti, e un catalogo così ampio moltiplica il lavoro di test e manutenzione: più varianti significano più versioni da mantenere, con il paradosso che la quantità può finire per penalizzare la qualità del servizio. Quello che servirebbe, dunque, non è tanto una politica più lunga, che già esiste, quanto un impegno più uniforme, con le funzioni chiave portate con regolarità su tutte le serie e una gamma abbastanza ordinata da rendere sostenibile questo lavoro.
Quello che il mercato sa già fare
Non serve guardare lontano per capire che un’altra strada esiste. Garmin ha costruito nel tempo una gamma in cui ogni serie ha un ruolo preciso e funzioni che la distinguono, e ha affiancato agli orologi un ecosistema fatto di fasce cardio, sensori, ciclocomputer e una piattaforma web per gestire gli allenamenti. Marchi come Polar, Coros e Suunto, pur con cataloghi molto più snelli, dimostrano che si può costruire un’identità forte con pochi prodotti, purché ciascuno abbia una ragione d’essere chiara e sia seguito con cura.
Non si tratta di copiare nessuno. Amazfit ha punti di forza evidenti, dal rapporto tra prezzo e dotazione all’autonomia, e sono proprio quelli che le hanno permesso di conquistare tanti utenti. Ma per passare da marchio convincente a riferimento del settore serve qualcosa in più di un buon rapporto qualità prezzo, e quel qualcosa ha a che fare con la coerenza della proposta, più che con il numero di modelli.
Fermarsi, differenziare e completare l’ecosistema
La strada, a questo punto, sembra quasi obbligata. Amazfit, o meglio Zepp Health, dovrebbe fermarsi, pianificare con calma l’ecosistema e differenziare le proposte, invece di continuare a lanciare modelli. Questo significa lavorare sul perfezionamento dei prodotti che già funzionano, in modo che il Cheetah 2 Ultra diventi davvero un riferimento per chi fa trail running, il Cheetah 2 Pro per chi corre e i T-Rex possano giocarsela alla pari con gli Instinct e i fēnix. Significa anche aggiornare una piattaforma hardware che comincia a mostrare il fianco: il sensore BioTracker è fermo alla sesta generazione da parecchio tempo, e su questo fronte il mercato non aspetta. E significa rendere esclusive alcune funzioni software, come fa Garmin, che con le sue serie pone l’accento su caratteristiche specifiche e dà a ogni linea un motivo per esistere.
Poi c’è il capitolo dell’ecosistema, che oggi è incompleto proprio dove l’azienda dice di voler competere. Gli smartwatch ci sono, e ci sono anche una smartband e uno smart ring, Helio Strap e Helio Ring, ma per chi punta allo sport mancano ancora tanti pezzi: fasce cardio, sensori di cadenza e di potenza, sensori da piede, modelli specifici per il nuoto e, soprattutto, un ciclocomputer, perché chi fa multisport o trail è facile che vada anche in bicicletta, e oggi non ha alternative a Garmin o ad altri marchi per avere la stessa integrazione. Nel frattempo si sopperisce con i sensori di terze parti, come la compatibilità con Stryd arrivata con il Balance 2, ma un ecosistema davvero competitivo non può affidarsi soltanto ai partner per coprire le proprie lacune.
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