Secondo alcune stime, ci sono diversi trilioni di pianeti solo nel nostro Gruppo Locale di galassie, e molti si trovano nella zona abitabile delle loro stelle. Se la vita trova un modo, dove sono tutte le civiltà aliene? Questo è il cuore del cosiddetto paradosso di Fermi, e proprio per provare a rispondere a questa domanda è nata una nuova missione, ambiziosa ma con i piedi per terra: si chiama Fermi Explorer e punta a raggiungere Alpha Centauri in meno di 80.000 anni.
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Il paradosso di Fermi e il “filtro” da superare
Il paradosso di Fermi, in estrema sintesi, dice: se la vita è abbastanza comune nell’Universo, gli esseri umani avrebbero già dovuto raccogliere prove credibili dell’esistenza di civiltà extraterrestri. Chi ci ragiona sopra pensa che possa esistere qualche “filtro” in grado di limitare o impedire completamente a una civiltà avanzata di inviare sonde o addirittura navi portatrici di vita verso stelle vicine.
Philip Johnston, matematico e fisico britannico noto soprattutto come co-fondatore di Starcloud (azienda da 2,3 miliardi di dollari che sviluppa data center orbitali), è uno di quelli che riflettono spesso sul paradosso. Con la missione Fermi Explorer, però, ha deciso di passare dalla teoria alla pratica. L’idea è semplice: se riusciamo a inviare un veicolo verso un’altra stella, eliminiamo dal tavolo due possibili “filtri”: che una specie non voglia mandare sonde oltre la propria stella, oppure che il viaggio interstellare sia troppo difficile. Ecco perché la missione è stata annunciata il 1° settembre 2026, con un obiettivo concreto e alla portata delle tecnologie attuali.
Martedì scorso, Johnston insieme a un piccolo gruppo di imprenditori ha svelato i dettagli di Fermi Explorer, un’organizzazione no-profit che intende raccogliere 15 milioni di dollari per costruire una minuscola navicella spaziale con un payload di 1 chilogrammo (10 cm² di superficie) e lanciarla verso Alpha Centauri. L’obiettivo temporale? Arrivarci in meno di 80.000 anni. Certo, una cifra enorme per noi umani, ma se ci riuscirà, sarà il primo oggetto costruito dall’uomo esplicitamente diretto verso un’altra stella e il sesto a lasciare il nostro sistema solare dopo le sonde Voyager e Pioneer.
Il team iniziale comprende, oltre a Johnston, i co-fondatori di Starcloud Adi Oltean ed Ezra Feilden, con Garret Jameson come program manager. Il loro piano è di utilizzare tecnologie spaziali già collaudate, niente prototipi fantascientifici. Il non-profit sta cercando fornitori per costruire il veicolo, fondi per pagarli e, cosa molto affascinante, sta sollecitando payload scientifici e artistici da spedire, sul modello dei sensori e del Golden Record della sonda Voyager della NASA. Potremmo quindi vedere sulla Fermi Explorer un messaggio simile a quello che abbiamo già inviato oltre i confini del Sistema Solare.
Le distanze in gioco sono sbalorditive: la sonda Voyager, lanciata nel 1977, si trova attualmente a circa 26 miliardi di km dalla Terra; Alpha Centauri, la stella più vicina, è invece a 41 trilioni di km di distanza. Un salto enorme, ma la missione non vuole arrivarci in tempi umani, bensì dimostrare che è possibile iniziare il viaggio.
Un approccio pragmatico rispetto a Breakthrough Starshot
Non è la prima volta che la Silicon Valley affronta questa sfida. Il precedente tentativo più famoso, Breakthrough Starshot, era stato fondato nel 2016 da Yuri Milner con il supporto di Mark Zuckerberg. Prevedeva uno sforzo da miliardi di dollari basato su un innovativo sistema di propulsione laser, ma il progetto è collassato nel 2025. Il sogno di raggiungere un’altra stella, però, evidentemente non è morto.
Fermi Explorer adotta l’approccio opposto: invece di spingere la frontiera tecnologica con rischi e costi enormi, punta a usare ciò che già abbiamo per fare qualcosa di concreto. Quindici milioni di dollari sono una cifra ragionevole per una missione spaziale no-profit, e la scelta di tecnologie collaudate riduce i margini di fallimento. In fondo, se il paradosso di Fermi ha una risposta, forse per scoprirla non serve un’astronave a curvatura, ma solo un piccolo veicolo, della grandezza di un mattone, che cominci a viaggiare verso le stelle. E magari, dentro quel mattone, ci siamo anche noi con le nostre domande e le nostre speranze.
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