Proteggere la Terra da un eventuale impatto con un asteroide è uno degli obbiettivi su cui le principali agenzie spaziali e diversi istituti di ricerca stanno lavorando da anni. Se finora il riferimento più concreto è stato la missione DART della NASA, che nel 2022 ha dimostrato come sia possibile modificare la traiettoria di un piccolo corpo celeste attraverso un impatto cinetico, dalla Cina arriva ora una proposta decisamente più radicale.
Un gruppo di ricercatori della China Academy of Launch Vehicle Technology di Pechino ha infatti sviluppato una strategia che richiama inevitabilmente la trama del celebre film Armageddon del 1998: invece di far esplodere una bomba nucleare sulla superficie dell’asteroide, gli scienziati propongono di scavare un foro al suo interno e far detonare l’ordigno in profondità, così da trasferire molta più energia alla roccia e aumentarne l’efficacia nella distruzione o nella deviazione.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Space: Science & Technology e ripreso dal South China Morning Post, rappresenta al momento un’analisi teorica basata su simulazioni al computer, ma offre interessanti spunti per il futuro della difesa planetaria.
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Una missione in due fasi per aumentare l’efficacia dell’esplosione
A differenza dell’approccio tradizionale, che prevede l’esplosione di un ordigno nelle vicinanze o sulla superficie dell’asteroide, il progetto cinese punta a sfruttare una detonazione sotterranea.
La missione sarebbe composta da due veicoli spaziali distinti, il primo avrebbe il compito di colpire l’asteroide con un penetratore metallico, scavando un foro profondo nella sua superficie; solo successivamente entrerebbe in azione una seconda sonda, incaricata di trasportare e rilasciare una bomba nucleare all’interno della cavità appena creata.
Secondo i ricercatori, questa soluzione consentirebbe di convogliare una quantità molto maggiore dell’energia prodotta dall’esplosione direttamente nella struttura dell’asteroide, evitando che gran parte della potenza venga dispersa nello spazio come accadrebbe con una detonazione esterna.
Il metodo offrirebbe inoltre un altro vantaggio importante, gli ingegneri potrebbero scegliere con precisione il punto in cui posizionare l’ordigno, invece di affidarsi esclusivamente all’impatto ad alta velocità contro una zona casuale del corpo celeste.
Le simulazioni mostrano risultati promettenti
Per verificare l’efficacia della proposta, il team ha simulato al computer numerosi scenari prendendo in considerazione asteroidi con dimensioni, traiettorie e tempi di preavviso differenti.
Secondo i risultati ottenuti, un ordigno nucleare da 300 chilotoni, pari a circa 20 bombe di Hiroshima, sarebbe sufficiente a distruggere completamente un asteroide di circa 50 metri di diametro. Salendo invece a una potenza di 3 megatoni, equivalente a circa 200 bombe di Hiroshima, sarebbe possibile disintegrare un asteroide di circa 100 metri di diametro.
Gli studiosi sottolineano inoltre che la profondità della detonazione gioca un ruolo determinante, posizionare la bomba a circa 30 metri sotto la superficie renderebbe l’intervento molto più efficace rispetto a una detonazione più superficiale.
Nel caso di un asteroide di circa un chilometro di diametro, le simulazioni mostrano che un’esplosione a 30 metri di profondità produrrebbe una variazione della velocità di circa 30 centimetri al secondo, oltre tre volte superiore rispetto a una bomba interrata a soli 10 metri e addirittura circa 110 volte maggiore rispetto alla variazione ottenuta dalla missione DART della NASA.
Perché un’esplosione sotterranea sarebbe più efficace
Secondo gli autori dello studio, il vantaggio principale deriva dal fatto che la roccia circostante agisce come una sorta di contenitore naturale, costringendo una parte molto più consistente dell’energia liberata dall’esplosione a propagarsi all’interno dell’asteroide invece di disperdersi nello spazio.
In questo modo aumenta sia la probabilità di frantumare completamente il corpo celeste, sia quella di modificarne significativamente la traiettoria qualora la distruzione totale non fosse possibile.
Rispetto a una semplice collisione cinetica inoltre, questa strategia potrebbe rivelarsi particolarmente utile contro asteroidi di grandi dimensioni oppure scoperti con poco anticipo, situazioni nelle quali l’energia sviluppata dall’impatto di una sonda potrebbe non essere sufficiente a evitare un impatto con la Terra.
La missione DART resta il principale riferimento
L’unica missione pratica di difesa planetaria realizzata finora rimane la missione DART (Double Asteroid Redirection Test) della NASA.
Nel settembre 2022 una sonda è stata fatta schiantare deliberatamente contro l’asteroide Dimorphos, riuscendo a modificarne l’orbita e dimostrando che la tecnica dell’impatto cinetico è realmente praticabile; l’esperimento rappresenta ancora oggi il principale punto di riferimento per tutte le future missioni dedicate alla difesa della Terra dagli oggetti vicini al nostro pianeta.
Secondo i ricercatori cinesi però, un approccio di questo tipo potrebbe non bastare nel caso di asteroidi molto più grandi o individuati solo poco tempo prima di un eventuale impatto, rendendo necessario prendere in considerazione anche soluzioni più estreme come l’utilizzo controllato di ordigni nucleari.
Un progetto ancora teorico
Gli stessi autori dello studio precisano che il progetto è ancora lontano da una possibile applicazione pratica. Affinché una missione di questo tipo possa essere realizzata sarebbe innanzitutto necessario individuare con largo anticipo un asteroide realmente pericoloso, solo in questo modo ci sarebbe il tempo sufficiente per progettare, costruire e lanciare due veicoli spaziali distinti.
Servirebbero inoltre razzi di grande capacità in grado di trasportare nello spazio profondo sia il penetratore metallico sia il carico nucleare, oltre a tecnologie estremamente precise per garantire il corretto posizionamento dell’ordigno all’interno dell’asteroide.
Per questo motivo i ricercatori definiscono il loro lavoro come una base teorica destinata a supportare la pianificazione di future missioni di difesa planetaria. Pur trattandosi di uno studio preliminare, rappresenta un ulteriore tassello nella ricerca di strategie capaci di affrontare una minaccia che, sebbene estremamente rara, potrebbe avere conseguenze catastrofiche per il nostro pianeta.
L’immagine di copertina è puramente indicativa e realizzata con l’ausilio dell’IA
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