L’esplosione che ha coinvolto il razzo New Glenn e la piattaforma di lancio LC-36 di Blue Origin continua a far discutere il settore spaziale, soprattutto per le possibili conseguenze sui programmi lunari della NASA e sui numerosi clienti commerciali che fanno affidamento sul vettore pesante dell’azienda fondata da Jeff Bezos. Nelle ultime ore tuttavia, sono arrivate dichiarazioni contrastanti sul futuro della struttura danneggiata: da un lato l’amministratore della NASA Jared Isaacman ritiene plausibile una completa ripresa delle operazioni soltanto nel 2028, dall’altro Blue Origin continua a mostrarsi decisamente più ottimista.
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Blue Origin punta a tornare in volo entro la fine dell’anno
L’incidente risale al 28 maggio scorso, quando il razzo New Glenn è esploso durante un test static fire dei motori presso il Launch Complex 36 di Cape Canaveral, in Florida. Si tratta di una fase fondamentale delle attività di preparazione al lancio, durante la quale i motori vengono accesi mentre il veicolo resta ancorato alla piattaforma.
Dopo l’esplosione, che fortunatamente non ha provocato feriti tra il personale, sono emersi dubbi significativi sulle tempistiche necessarie per ripristinare l’unica infrastruttura attualmente disponibile per i lanci di New Glenn. A esprimere preoccupazione è stato Jared Isaacman, amministratore della NASA, che durante un’intervista alla CNBC ha spiegato come la ricostruzione possa richiedere molto tempo, indicando il 2028 come un orizzonte temporale assolutamente realistico per il pieno recupero della struttura.
Secondo Isaacman, l’agenzia spaziale statunitense dispone di numerosi dati storici relativi alla costruzione e alla ricostruzione delle piattaforme di lancio e, anche procedendo a ritmi particolarmente sostenuti, il ripristino di un’infrastruttura così complessa potrebbe richiedere diversi anni.
Dave Limp: i danni sono seri, ma meno gravi del previsto
Di tutt’altro tenore sono invece le dichiarazioni di Dave Limp, CEO di Blue Origin, che nelle scorse ore ha fornito un aggiornamento dettagliato sullo stato della piattaforma LC-36 dopo le prime ispezioni sul posto.
Secondo il dirigente, diversi elementi fondamentali dell’infrastruttura sono rimasti sorprendentemente intatti, i serbatoi dedicati all’ossigeno liquido, all’idrogeno liquido e al gas naturale liquefatto non avrebbero subito danni significativi, così come la torre dell’acqua utilizzata durante le operazioni di lancio; si tratta di componenti particolarmente importanti perché richiedono tempi molto lunghi per essere sostituiti.
Anche il booster soprannominato Never Tell Me The Odds e tre secondi stadi GS-2 presenti all’interno dell’edificio di integrazione sarebbero rimasti sostanzialmente indenni. La struttura più colpita è invece la grande torre di supporto della piattaforma, tuttavia, secondo Blue Origin, il danno non sarebbe tale da richiedere la demolizione completa: la torre potrebbe essere riparata direttamente sul posto, riducendo sensibilmente tempi e costi dell’intervento.
Per questo motivo Limp continua a ribadire una previsione molto ambiziosa, New Glenn dovrebbe tornare a volare prima della fine del 2026.
Le conseguenze per NASA, Amazon e gli altri clienti
La rapidità del recupero della piattaforma rappresenta un fattore cruciale non soltanto per Blue Origin, ma anche per i suoi partner. La NASA ha infatti assegnato all’azienda diversi contratti collegati al programma Artemis e alle future attività lunari, tra questi figura anche la missione Blue Moon Mark 1, che dovrebbe contribuire alle future operazioni sulla superficie del nostro satellite naturale.
L’incidente coinvolge direttamente anche Amazon, altra società fondata da Jeff Bezos, proprio New Glenn avrebbe dovuto lanciare nelle prossime settimane un gruppo di 48 satelliti destinati alla costellazione internet in orbita bassa dell’azienda, progetto che mira a competere direttamente con Starlink di SpaceX.
Anche altre realtà del settore commerciale, come AST SpaceMobile, dipendono in parte dai futuri lanci del vettore pesante sviluppato da Blue Origin.
Una seconda piattaforma non arriverà in tempo
A complicare ulteriormente la situazione c’è il fatto che Blue Origin dispone attualmente di una sola piattaforma operativa per New Glenn, l’azienda sta lavorando a un secondo sito di lancio presso la base spaziale di Vandenberg, in California, ma il progetto è ancora nelle fasi iniziali.
Secondo le stime attuali, saranno necessari circa due anni prima che la struttura possa essere utilizzata per le operazioni di lancio; questo significa che non rappresenterà una soluzione immediata nel caso in cui il recupero del complesso LC-36 dovesse effettivamente richiedere tempi più lunghi del previsto.
Al momento dunque, il futuro a breve termine di New Glenn dipende quasi esclusivamente dall’esito delle indagini sull’esplosione del 28 maggio e dalla reale entità dei danni subiti dalla piattaforma. Blue Origin continua a mostrare fiducia e parla apertamente di un ritorno ai voli entro la fine dell’anno, mentre dalla NASA arrivano valutazioni decisamente più prudenti; saranno probabilmente le prossime settimane a chiarire quale delle due visioni sia più vicina alla realtà.
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