Un’app dal nome quasi tenero, “Lino il maialino salva soldino”, si nasconde dietro una delle truffe più spietate degli ultimi tempi: 200.000 euro sottratti a un’ottantenne invalida del Trentino da due persone di cui si fidava ciecamente. Una storia che fa riflettere su quanto possa essere pericoloso il mix tra fiducia, promesse di guadagno facile e un po’ di abilità persuasiva.
guaI protagonisti della vicenda sono due uomini sulla cinquantina, uno di origini campane e uno pugliesi, entrambi residenti al nord da tempo e uno in particolare proprio in Trentino. Non si trattava di sconosciuti: i due conoscevano bene l’anziana e, soprattutto, sapevano che disponeva di un patrimonio di risparmi accumulato nel corso di una vita. Hanno costruito il progetto attorno a lei con cura e pazienza, presentandole un’applicazione per smartphone pensata per aiutare gli utenti a risparmiare sulla spesa quotidiana, con premi e meccanismi di cashback la cosiddetta “Lino Shopping app”. L’idea, almeno sulla carta, aveva una sua logica: il settore delle app di risparmio è reale e popolato da prodotti legittimi, il che rendeva il progetto apparentemente credibile, tanto più che era supportato da materiale promozionale curato ad hoc.
Il meccanismo proposto era semplice: acquistare quote della società che avrebbe sviluppato l’app, con la promessa di rendimenti straordinari rispetto all’investimento iniziale. Le quote erano valutate attorno ai 2.000 euro, ma la donna ha finito per versare oltre cento volte quella cifra, arrivando a 200.000 euro. Un meccanismo che richiama da vicino le classiche frodi piramidali, con guadagni sproporzionati usati come esca per spingere la vittima ad investire sempre di più. “Avevano una capacità dialettica straordinaria”, ha raccontato l’anziana stessa nel momento in cui ha capito di essere stata ingannata e si è recata in Procura con il suo avvocato per depositare la denuncia.
Le indagini della Guardia di Finanza e i soldi (in parte) scomparsi
A condurre le indagini sono stati i finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Trento, coordinati dalla Procura della Repubblica di Trento, che attraverso accertamenti bancari e testimonianze sono riusciti a ricostruire il flusso del denaro. Ed è qui che la vicenda si complica ulteriormente: i due uomini non avevano semplicemente intascato i soldi, ma li avevano reimpiegati in altre attività imprenditoriali, motivo per cui alle accuse di truffa aggravata si è aggiunto il reato di autoriciclaggio.
Sfortunatamente, solo una frazione dei 200.000 euro è stata recuperata. Il denaro, una volta entrato nel circuito delle attività dei due “imprenditori”, si era già disperso in canali difficili da tracciare e bloccare completamente. Un epilogo amaro per chi aveva investito i risparmi di un’intera esistenza fidandosi di persone che frequentava da anni.
Episodi come questo ricordano quanto sia importante mantenere un atteggiamento critico anche e soprattutto di fronte a proposte che arrivano da persone conosciute, che spesso abbassano inevitabilmente la guardia. Le truffe legate a finti investimenti in startup o applicazioni digitali sono in crescita e fanno leva proprio sulla difficoltà di distinguere un progetto reale da uno costruito appositamente per ingannare.
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