Secondo alcune indiscrezioni provenienti dalla supply chain asiatica, Apple starebbe adottando una strategia decisamente aggressiva (e per certi versi anche inedita per portata) nel mercato delle memorie, arrivando ad acquistare tutta la DRAM mobile disponibile a prezzi estremamente elevati, con l’obbiettivo, neanche troppo velato, di mettere in seria difficoltà i concorrenti Android nei prossimi mesi.

Una mossa che, se confermata, non rappresenterebbe soltanto una semplice operazione commerciale, ma un vero e proprio cambio di passo nella gestione della supply chain, soprattutto in un periodo storico in cui la disponibilità di componenti chiave, come le memorie, è già di per sé limitata.

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Apple pronta a sacrificare i margini per guadagnare terreno

Entrando nel dettaglio della questione, l’analista Ming-Chi Kuo aveva già anticipato nelle scorse settimane uno scenario simile: l’azienda di Cupertino potrebbe infatti sfruttare la propria enorme liquidità per assorbire l’aumento dei prezzi della memoria, sacrificando parte dei margini (già elevati) pur di mantenere competitivi i prezzi dei propri dispositivi.

Una strategia che, come spesso accade quando si parla di Apple, va letta in prospettiva; non si tratta semplicemente di vendere più iPhone o Mac nell’immediato, ma di portare nuovi utenti all’interno dell’ecosistema, dove il vero guadagno si concretizza nel tempo attraverso servizi, abbonamenti e commissioni.

Non è dunque un caso che il recente lancio del MacBook Neo venga letto da molti osservatori come il primo segnale concreto di questa direzione, un prezzo particolarmente aggressivo che posiziona Apple in una fascia di mercato (quella tra i 600 dollari e gli 800 dollari) estremamente appetibile, da circa 30 miliardi di dollari annui.

Se da un lato Apple sembrerebbe giocare d’anticipo, dall’altro iniziano già a intravedersi i primi effetti collaterali per il resto del settore. Alcuni produttori di chip, come Qualcomm e MediaTek, avrebbero infatti ridotto la produzione di soluzioni a 4 nm (tipicamente utilizzate negli smartphone di fascia media e bassa), con un taglio stimato tra 20.000 e 30.000 wafer, equivalenti a circa 15-20 milioni di chip.

Il motivo è piuttosto semplice, senza un’adeguata disponibilità di RAM sul mercato, produrre processori diventa meno sensato dal punto di vista industriale. Allo stesso tempo, anche Samsung avrebbe già iniziato ad aumentare i prezzi di alcuni dispositivi in Corea del Sud, inclusi modelli di fascia alta e varianti con maggiore capacità di archiviazione, segno che la pressione sulla supply chain potrebbe già essersi tradotta in un aumento dei costi per i produttori.

Le conseguenze per i consumatori potrebbero non tardare ad arrivare, diversi produttori avrebbero già anticipato un aumento graduale ma costante dei prezzi degli smartphone nel corso del 2026, con alcuni flagship che potrebbero avvicinarsi, se non addirittura toccare, quota 1.999 euro.

Allo stesso modo, la fascia media rischia di subire un riposizionamento verso l’alto, rendendo sempre più comune trovare dispositivi tra i 700 euro e gli 800 euro, una soglia che fino a pochi anni fa era riservata ai modelli premium. In questo contesto, Apple potrebbe paradossalmente risultare più competitiva rispetto ai produttori Android, proprio grazie alla capacità di assorbire i costi e mantenere prezzi relativamente stabili.

C’è poi un elemento strutturale che distingue Apple dalla maggior parte dei suoi concorrenti: la capacità di generare ricavi ricorrenti attraverso il proprio ecosistema. A differenza di molti produttori Android, che dipendono in larga parte dai margini hardware, Apple continua a monetizzare anche dopo la vendita del dispositivo, grazie a servizi come App Store, abbonamenti e piattaforme proprietarie; una dinamica che, in misura diversa, riguarda anche Google, ma che a Cupertino raggiunge livelli particolarmente elevati.

Questo consente all’azienda di sostenere strategie più aggressive nel breve periodo, anche a costo di comprimere i margini, con l’obbiettivo di aumentare la base utenti e rafforzare ulteriormente il proprio ecosistema.

Naturalmente, non è ancora chiaro quanto questa strategia sia sostenibile nel lungo periodo, né se le indiscrezioni si tradurranno in effetti concreti su scala globale; quel che è certo è che il settore delle memorie sta attraversando una fase estremamente delicata, e qualsiasi intervento così massiccio rischia di amplificare ulteriormente le tensioni.

Apple, dal canto suo, sembrerebbe aver deciso di giocare una partita decisamente aggressiva, sfruttando un vantaggio competitivo che pochi altri possono vantare, una liquidità enorme e un ecosistema capace di generare valore nel tempo.

Non ci resta che attendere i prossimi mesi per capire se questa strategia si rivelerà vincente, o se, al contrario, porterà a conseguenze impreviste per l’intero mercato tecnologico.