La riforma del Codice della Strada, introdotta negli ultimi mesi con l’obbiettivo dichiarato si rafforzare la sicurezza sulle strade, incassa una pesante battuta d’arresto dalla Corte Costituzionale. La Consulta, chiamata a pronunciarsi sull’articolo 187 così come modificato, ha infatti definito la norma irragionevole e sproporzionata, imponendo un cambio di rotta nell’applicazione delle sanzioni per guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti.
Una decisione che, come vedremo, rischia di avere effetti profondi e immediati, sia sui controlli futuri sia, soprattutto, sui procedimenti ancora in corso.
Come cambia la norma sulla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti
Con la riforma dell’articolo 187, il legislatore aveva introdotto un principio molto chiaro, almeno sulla carta: non era più necessario dimostrare uno stato di alterazione alla guida, ma era sufficiente rilevare la presenza di residui di sostanze stupefacenti nell’organismo del conducente.
In pratica, dopo un controllo stradale, un semplice test biologico positivo poteva far scattare sanzioni estremamente severe, tra cui multe fino a 6.000 euro, sospensione o revoca della patente, nonché la confisca del veicolo.
Il punto più critico, e quello che ha acceso il dibattito pubblico, era però un altro: la norma non distingueva tra assunzione recente e remota, né tra uso illegale e assunzione di sostanze lecite (come alcuni farmaci), avvenuta anche giorni prima del controllo, quando l’effetto sull’organismo era ormai nullo.
Proprio su questi aspetti si sono concentrati i dubbi sollevati da tre giudici, che hanno rimesso la questione alla Corte Costituzionale. Il verdetto è arrivato ed è netto: la legge, così formulata, non consente di valutare la reale pericolosità della condotta.
Secondo la Consulta, punire esclusivamente sulla base della rilevabilità di una sostanza, senza verificare l’effettiva alterazione psicofisica del conducente, viola i principi di ragionevolezza e proporzionalità; in altre parole, non tutto ciò che è misurabile è automaticamente pericoloso, e il Codice della Strada non può ignorare questa distinzione.
La Corte non ha cancellato l’articolo 187, ma ne ha imposto una lettura costituzionalmente orientata. Questo significa che, d’ora in avanti, per sanzionare un conducente sarà necessario accertare uno stato di alterazione psicofisica, oppure fare riferimento a soglie scientificamente validate, in grado di dimostrare che la quantità rilevata sia effettivamente idonea a compromettere la guida.
Torneranno quindi centrali valutazioni come i tempi di assorbimento, l’influenza reale della sostanza sull’organismo e le evidenze della letteratura scientifica, con analisi caso per caso e non più automatismi.
Uno degli aspetti più rilevanti, e potenzialmente dirompenti, riguarda l’efficacia della sentenza; la decisione della Consulta ha infatti effetti anche sui procedimenti in corso, nei quali la difesa potrà contestare l’intero impianto accusatorio basato sulla sola positività dei test.
In molti casi inoltre, non sarà nemmeno più possibile ricostruire la quantità di sostanza presente al momento del controllo, elemento che rende ancora più fragile l’accusa. Il rischio concreto è che numerosi procedimenti decadano, mettendo definitivamente in crisi l’approccio tolleranza zero introdotto dalla riforma.
La sicurezza stradale resta un obbiettivo fondamentale ma, come ribadito dalla Corte, non può prescindere da criteri scientifici e da una valutazione reale del pericolo.
Resta ora da capire come il legislatore interverrà per adeguare il Codice della Strada ai principi indicati dalla Consulta e quali linee guida verranno fornite alle forze dell’ordine. Nel frattempo gli automobilisti (e i loro avvocati) dovranno pazientare ancora un po’ per capire come verrà applicata, nella pratica, questa importante svolta giurisprudenziale.
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