La tassa da 2 euro sui pacchi provenienti da Paesi extra-UE è ufficialmente entrata in vigore lo scorso 1° gennaio 2026, ma nella pratica non è ancora stata applicata; o meglio, lo sarà solo a partire dal 15 marzo 2026, dopo un periodo transitorio che sta generando non poca confusione tra operatori, corrieri, e soprattutto consumatori finali.
Vediamo dunque che fine ha fatto questo contributo, come funziona e perché rischia di trasformarsi in una tassa non uguale per tutti.
La nuova tassa sui pacchi dovrebbe entrare in vigore dal 15 marzo
La misura, introdotta con la legge di bilancio 2026, prevede un contributo fisso di 2 euro per tutte le spedizioni di valore inferiore ai 150 euro provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione Europea; si tratta formalmente di un contributo destinato a sostenere il lavoro delle dogane, in particolare per la gestione dell’enorme flusso di piccoli pacchi legati al commercio elettronico.
Nonostante l’entrata in vigore dal 1° gennaio, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ha successivamente corretto il tiro. Con la circolare n. 1/2026 del 7 gennaio, è stato introdotto un periodo transitorio che durerà fino al 28 febbraio 2026.
La decisione è stata presa per consentire l’adeguamento dei sistemi informativi sia dell’Agenzia sia degli operatori del settore (corrieri e spedizionieri), che sono poi i soggetti chiamati materialmente a versare il contributo.
Durante questa fase, i contributi relativi alle spedizioni dal 1° gennaio al 28 febbraio dovranno essere contabilizzati, e il pagamento avverrà tramite una dichiarazione unica da presentare entro il 15 marzo 2026; tuttavia, l’assenza del versamento non comporterà sanzioni. In altre parole, fino a fine febbraio si procede sulla fiducia.
Dal 1° marzo 2026 invece il sistema entrerà a regime, ogni pacco extra-UE con valore inferiore ai 150 euro dovrà pagare immediatamente i 2 euro al momento dello sdoganamento; niente più rinvii o dichiarazioni cumulative.
Il contribuito è dovuto indipendentemente dal tipo di spedizione, si applica infatti ad acquisti online destinati ai consumatori finali (classico B2C), spedizioni verso operatori commerciali, invii da privato a privato, anche senza finalità commerciali.
Il soggetto obbligato al versamento è il dichiarante, ovvero chi presenta la dichiarazione doganale: nella stragrande maggioranza dei casi si tratta del corriere o dell’agenzia di sdoganamento incaricata. Sarà poi quest’ultimo a rivalersi sul destinatario del pacco, con modalità che possono variare (pagamento alla consegna, richiesta anticipata, POS, o altro).
C’è un aspetto fondamentale da considerare nell’intera questione, la nuova tassa rischia infatti di trasformarsi in una lotteria; se ad esempio un pacco ordinato da piattaforme come AliExpress, Temu o Shein viene sdoganato in un altro Paese europeo, non passerà dalla dogana italiana e quindi non pagherà nulla.
Se invece transita dall’Italia potrebbe pagare i 2 euro, oppure non pagarli, perché è impensabile controllare milioni di pacchi di bassissimo valore. Il risultato? Alcuni pacchi pagheranno, altri no, anche a parità di importo e provenienza.
C’è poi un’ulteriore incognita, i grandi store potrebbero decidere di addebitare i 2 euro direttamente in fase di acquisto, per tutte le spedizioni sotto i 150 euro; ma se poi il pacco non passa dalla dogana italiana, quei 2 euro non verranno mai versati allo Stato.
Questi soldi verranno rimborsati o resteranno nelle tasche del venditore? Difficile dirlo, il rischio concreto è che molti utenti paghino la tassa senza che questa venga effettivamente riscossa dalle dogane, alimentando ulteriore confusione e sfiducia.
Il quadro che emerge dunque non sembra predisposto a regola d’arte, ci sono regole poco chiare e l’applicazione risulta disomogenea, soprattutto se confrontata con il dazio europeo da 3 euro che entrerà in vigore a luglio 2026, con criteri chiari e senza le falle lasciate aperte dalla normativa italiana.
In sintesi, la tassa da 2 euro sui pacchi esiste, è stata approvata, ma la sua applicazione rischia di essere casuale, inefficiente e poco trasparente; a pagare, come spesso accade, potrebbe essere ancora una volta l’utente finale, senza nemmeno la certezza che quei due euro finiscano davvero dove dovrebbero.
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