Due anni fa Qualcomm aveva un problema molto semplice da risolvere: convincerci che un PC Windows con processore ARM potesse essere davvero un PC. Non era affatto scontato. Ogni discussione su Snapdragon X finiva inevitabilmente nello stesso punto: le applicazioni funzionano? I driver ci sono? Posso comprare questo notebook e utilizzarlo come qualsiasi altro computer Windows oppure prima o poi incontrerò qualcosa che non gira?
Al Qualcomm Snapdragon Summit 2026 di Maui mi sono reso conto che quella conversazione, almeno dal punto di vista di Qualcomm, è già vecchia. Kedar Kondap, Senior Vice President e General Manager della divisione Compute and Gaming di Qualcomm, durante il suo intervento lo ha detto senza troppi giri di parole: oggi sono oltre 7.300 le applicazioni compatibili con Windows on Snapdragon e sono più di 170 i design sviluppati dai principali produttori di PC. Per Qualcomm, insomma, il problema della compatibilità software appartiene ormai alla fase precedente della propria storia nel mercato PC.
Che poi questo significhi che Windows on ARM sia realmente perfetto in qualsiasi scenario è un’altra questione. Gaming, software molto specifici, periferiche e applicazioni professionali possono ancora rappresentare delle eccezioni. Ma il punto interessante è un altro: Qualcomm non sta più costruendo tutta la propria comunicazione attorno alla necessità di giustificare l’esistenza di un PC ARM. Sta già pensando alla fase successiva.
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Il problema non è più se il software funziona, ma dove deve girare
Ed è qui che il discorso diventa molto più interessante del solito confronto tra benchmark. Una delle domande attorno alle quali Qualcomm sta costruendo la propria strategia è apparentemente molto semplice: dove deve essere eseguita l’intelligenza artificiale? La risposta, ovviamente, non è sempre sul dispositivo e non è sempre nel cloud.
Il cloud ha vantaggi evidenti. Permette di utilizzare modelli enormi, una capacità computazionale praticamente impossibile da replicare all’interno di un notebook e sistemi di reasoning molto complessi. Il dispositivo locale, però, ha altri vantaggi altrettanto evidenti: latenza, privacy, disponibilità immediata e soprattutto accesso al contesto personale dell’utente. Ed è proprio qui che secondo me sta cambiando il modo in cui dobbiamo guardare agli AI PC.
Perché se immaginiamo un futuro nel quale abbiamo agenti che lavorano continuamente per noi, leggono informazioni, analizzano documenti, organizzano attività, interpretano ciò che stiamo facendo e interagiscono tra dispositivi differenti, diventa molto difficile immaginare che ogni singola operazione possa passare continuamente attraverso un datacenter. Kedar ha impostato il problema anche in termini economici: su scala sufficientemente grande, spedire ogni token al cloud semplicemente non è sostenibile.
E questa, paradossalmente, potrebbe essere una delle migliori argomentazioni mai utilizzate per spiegare perché abbiamo bisogno di tutta questa potenza AI dentro un computer. Non perché ogni PC debba improvvisamente trasformarsi in ChatGPT, ma perché non tutto ciò che farà l’AI nei prossimi anni potrà permettersi un viaggio continuo verso il cloud.
Il PC come nodo centrale della nostra intelligenza personale
Qualcomm utilizza un’espressione che secondo me merita particolare attenzione: anchor node. Il PC potrebbe diventare il nodo centrale di questa intelligenza distribuita perché ha più memoria di uno smartphone, maggiore capacità di dissipazione, una batteria molto più grande e soprattutto può mantenere carichi computazionali elevati per periodi molto lunghi. È quindi il posto naturale nel quale far girare modelli più complessi localmente e coordinare parte delle operazioni che riguardano gli altri dispositivi.
Kedar lo ha spiegato chiaramente: quando un agente deve ragionare su attività complesse, il PC è uno dei dispositivi più adatti perché dispone del margine termico, della memoria e della capacità di calcolo sostenuta necessaria per farlo. E qui il concetto di AI PC finalmente inizia ad avere un senso un po’ meno fumoso.
Lo smartphone rimane con noi tutto il giorno, gli occhiali potrebbero diventare i nostri occhi, le cuffie le nostre orecchie e il cloud rimane il posto dove possiamo richiamare una quantità virtualmente illimitata di potenza. Il computer, però, potrebbe diventare quello che tiene insieme tutto. Non necessariamente il dispositivo che fa ogni cosa, ma quello che sa decidere dove quella cosa debba essere fatta.
CPU, GPU e NPU non sono tre numeri da mettere sulla confezione
È anche per questo che Qualcomm continua a insistere sull’architettura eterogenea. Negli ultimi anni abbiamo trasformato i TOPS in una specie di nuovo benchmark da mettere sulle confezioni dei computer: 40 TOPS, 50 TOPS, 80 TOPS. Ma la NPU da sola dice relativamente poco.
Snapdragon X nasce invece attorno alla possibilità di utilizzare CPU, GPU e NPU, assegnando le diverse parti di un workload al motore più efficiente. Ed è un dettaglio fondamentale nel momento in cui smettiamo di immaginare l’intelligenza artificiale come qualcosa che interroghiamo tre volte al giorno e iniziamo a immaginare agenti che lavorano costantemente in background.
Il vero obiettivo non è completare una singola inferenza nel minor tempo possibile. È poter fare inferenza continuamente senza trasformare il notebook in una stufa e senza distruggere la batteria. Qualcomm sostiene che proprio l’efficienza per watt della propria architettura permetta di mantenere questi workload sul dispositivo evitando continui round trip verso il cloud. È probabilmente questo uno dei passaggi che più distingue l’AI PC che ci hanno raccontato negli ultimi due anni da quello che potrebbe effettivamente arrivare nei prossimi.
Ogni token ha un costo
C’è poi un’altra questione della quale si parla ancora troppo poco: l’AI costa. Ogni volta che utilizziamo un modello nel cloud qualcuno sta pagando GPU, energia, memoria, infrastruttura e banda. Fino a quando utilizziamo un chatbot ogni tanto il problema può sembrare secondario, ma immaginate milioni di agenti personali che analizzano continuamente ciò che succede sui nostri dispositivi. Il volume di inferenza diventerebbe enorme.
Ed ecco perché spostare una parte crescente di quella computazione sul dispositivo non è soltanto una questione di privacy o di velocità. È anche una questione di modello economico. Un computer con una NPU potente è una capacità computazionale che abbiamo già acquistato. Una volta che il modello è sul dispositivo, ogni ulteriore inferenza non richiede necessariamente una nuova chiamata a un servizio remoto.
Non significa che il cloud sparirà, anzi, per i modelli più grandi rimarrà fondamentale. Significa semplicemente che potrebbe nascere una suddivisione molto più intelligente: il dispositivo esegue ciò che può gestire localmente, mentre il cloud interviene quando serve realmente maggiore capacità. In altre parole, il futuro potrebbe non essere cloud contro AI locale, ma cloud insieme all’AI locale.
Snapdragon, nel frattempo, ha smesso di essere soltanto Windows
È però guardando quello che Qualcomm ha annunciato in questi giorni che si capisce quanto sia diventata più grande l’ambizione. Snapdragon X era nato, nella percezione di molti, praticamente come sinonimo di Windows on ARM. Oggi non è più così: prima Windows, poi Googlebook, adesso anche Linux. Ed è stato proprio Kedar a riassumere la situazione con una frase che probabilmente racconta meglio di qualsiasi slide la trasformazione avvenuta:
Da Windows a Googlebook e ora Linux. Tre sistemi operativi, tutti alimentati da Snapdragon.
Secondo me questa frase pesa tantissimo, perché significa che Qualcomm non vuole più essere semplicemente il terzo produttore di processori al tavolo insieme a Intel e AMD nel mercato Windows. Vuole costruire una piattaforma. Googlebook è forse l’esempio più evidente. Snapdragon X Elite entra nei nuovi computer di Google con supporto nativo alle applicazioni Android, integrazione con Gemini e soprattutto un legame molto più profondo con gli smartphone Android. Dell e HP sono tra i primi produttori coinvolti.
Contemporaneamente arriva Linux. Qualcomm ha annunciato il supporto ufficiale al sistema operativo, partendo da Debian entro la fine del 2026 e puntando alla certificazione Ubuntu nella prima metà del 2027 ma solo per X2 family. La società sta inoltre lavorando all’upstreaming dei componenti necessari, compresi quelli relativi alla GPU Adreno e alla NPU Hexagon. Kedar lo ha introdotto ricordando come Linux fosse una delle richieste più frequenti degli sviluppatori: “Linux on Snapdragon. Vi abbiamo ascoltato.”
Windows, Googlebook, Linux. Lo stesso silicio, tre ecosistemi completamente differenti. Ed è difficile non vedere qui una Qualcomm molto diversa da quella che qualche anno fa cercava semplicemente di convincere Microsoft e gli sviluppatori Windows ad abbracciare ARM.
Il vero prodotto di Qualcomm potrebbe non essere più il PC
La parte che trovo più interessante è che, una volta arrivati fin qui, il notebook inizia quasi a sembrare soltanto il primo form factor. Ed è proprio per questo che durante la roundtable con Kedar ho voluto fare una domanda molto semplice: se Snapdragon X oggi ha CPU estremamente potenti, GPU sempre più importanti, NPU capaci di carichi AI sostenuti e soprattutto può vivere all’interno di ecosistemi software differenti, perché limitarlo al classico notebook?
Gli ho chiesto esplicitamente di gaming handheld e di altri form factor. La risposta non è stata l’annuncio di una console Snapdragon, ed è importante chiarirlo, ma l’apertura è evidente. Kedar ha spiegato che l’interesse per i dispositivi gaming è molto alto e che dal punto di vista tecnico non esiste nulla che impedisca a un produttore di utilizzare persino una piattaforma X2 Elite Extreme a 18 core all’interno di un handheld. Qualcomm ha già piattaforme presenti in dispositivi portatili da gaming, anche se oggi appartengono alle famiglie mobile e Snapdragon G e non alla serie X.
Ed è forse qui che tutti i pezzi iniziano ad andare al loro posto. Perché se Snapdragon X non è più legato esclusivamente a Windows, se Qualcomm sta costruendo un ecosistema software che comprende Windows, Googlebook e Linux, e se contemporaneamente il PC viene descritto come un nodo all’interno di una rete di intelligenza distribuita, allora anche la definizione stessa di “PC” potrebbe diventare molto meno rigida.
Un laptop, un convertibile, un handheld, una macchina Linux dedicata allo sviluppo o magari un dispositivo agentico che oggi probabilmente non sappiamo neanche come classificare. A quel punto il vantaggio che Qualcomm sta cercando di costruire non è semplicemente quello di avere il processore più veloce o più efficiente, ma poter utilizzare la stessa filosofia di computing su dispositivi completamente differenti.
Qualcomm ha superato Windows on ARM. Adesso viene la parte difficile
La sensazione che mi porto via da Maui è quindi abbastanza diversa da quella che avevo durante le prime generazioni Snapdragon X. Qualcomm non deve più soltanto dimostrare che ARM può far funzionare Windows. Quella era la prima battaglia. Adesso deve dimostrare che tutta questa potenza locale può effettivamente essere utilizzata.
Ed è paradossale perché è esattamente lo stesso problema che abbiamo incontrato parlando degli smartphone durante questi giorni al Summit. Abbiamo SoC potentissimi, NPU enormi, quantità sempre maggiori di memoria e capacità di eseguire modelli localmente. Poi però molte delle funzioni AI che utilizziamo quotidianamente continuano a passare dal cloud, per motivi tecnici, commerciali, di controllo dei servizi e di modello di business.
Sul PC Qualcomm sta cercando di ribaltare la prospettiva. Se gli agenti saranno davvero il futuro dell’informatica personale, non possiamo realisticamente mandare qualsiasi cosa nel cloud. Dobbiamo iniziare a distribuire l’intelligenza: un po’ sullo smartphone, un po’ sul computer, un po’ sugli altri dispositivi e, quando serve davvero, nel cloud.
In questo scenario Snapdragon X smette quasi di essere interessante soltanto come processore e diventa interessante come infrastruttura. Ed è probabilmente questa la vera scommessa che Qualcomm sta facendo oggi: non diventare semplicemente un’alternativa a Intel o AMD, ma provare a costruire il silicio comune attraverso cui far passare una parte sempre più grande della nostra intelligenza personale. Ora deve arrivare la parte più importante: qualcuno deve costruirci sopra qualcosa che ci faccia realmente capire perché ne abbiamo bisogno.
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