Quando lo scorso anno Nothing ha presentato le Headphone (1), la sensazione generale era quella di trovarsi davanti a un ottimo esordio, ma con qualche compromesso tipico delle prime volte: un solo driver, un’unica modalità sonora “generalista” e un’anima più da lifestyle che da prodotto per audiofili. Con Headphone (1) Pro, il marchio londinese fa esattamente ciò che ci si aspetta da un capitolo “Pro”: prende tutto quello che funzionava nel modello originale e lo spinge oltre, aggiungendo un’architettura a tripla via, una collaborazione con gli storici Metropolis Studios e materiali premium come vetro e titanio lavorato a macchina. Il prezzo sale di conseguenza, attestandosi a 349 euro, contro i 299 euro del primo modello.
Le abbiamo indossate a lungo, tra sessioni di ascolto in studio, giornate intere davanti al computer per il montaggio video, chiamate di lavoro e tragitti in metro a Milano, per capire se questo salto di prezzo sia giustificato oppure se Nothing abbia semplicemente rincarato la dose senza cambiare davvero le regole del gioco.
La risposta, come vedremo, è più sfumata di un secco sì o no. Ma andiamo con ordine, perché c’è davvero tanto da raccontare.
Indice:
- Design e materiali: l’evoluzione del linguaggio trasparente
- La custodia: pesante, ma con un’anima da accessorio
- I comandi fisici e la new entry: lo switch Flat EQ
- Il salto più importante: tripla architettura dei driver
- Spatial Audio, modalità Metropolis Studios e le cinque anime del suono
- Cancellazione del rumore: il vero salto generazionale
- Autonomia, ricarica e connettività
- L’app Nothing X e la qualità certificata Hi-Res
- Il confronto diretto con Headphone (1): vale il salto?
- Considerazioni finali: pregi, difetti e per chi sono pensate
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Design e materiali: l’evoluzione del linguaggio trasparente
La prima cosa che si nota togliendo le Headphone (1) Pro dalla scatola di vendita è quanto il linguaggio estetico di Nothing si sia raffinato senza tradire se stesso. Il marchio ha sempre puntato su un’estetica “trasparente”, quasi da laboratorio, che lascia intravedere i componenti interni come se fossero un vezzo da orologiaio. Con il modello Pro questa filosofia si fa più matura: sotto la cupola in vetro non si intravede più solo un generico assemblaggio meccanico, ma una rappresentazione quasi topografica dei tre driver, un dettaglio che a prima vista può sembrare puramente decorativo ma che, usandole ogni giorno, restituisce la sensazione di indossare uno strumento di precisione e non un semplice accessorio di consumo. È il tipo di dettaglio che, da appassionati di design, apprezziamo particolarmente: non è la trasparenza fine a sé stessa della prima generazione, ma un tentativo di raccontare visivamente cosa succede dentro il padiglione.

I materiali fanno un salto evidente. Gli archetti passano dall’alluminio delle Headphone (1) al titanio lavorato a macchina, con un peso dichiarato inferiore del 45% rispetto al modello originale nella sola parte dell’archetto. Il telaio principale resta in alluminio, ma con una lavorazione che restituisce una sensazione al tatto più “densa” e meno plasticosa. Il vetro che protegge i driver è un Panda Glass 9H, quindi resistente a graffi e urti accidentali, un dettaglio non banale per chi porta spesso le cuffie in borsa insieme a cavi, caricabatterie e altri oggetti che nel tempo lasciano il segno su qualsiasi superficie lucida. Dopo circa tre settimane di uso quotidiano, le cuffie in prova non presentano un solo graffio visibile, e questo è già un ottimo biglietto da visita per chi tende a maltrattare un po’ i propri accessori.

Sul fronte del comfort, Nothing ha lavorato parecchio: il padding è più spesso del 12% e la fascia superiore è più larga del 10% rispetto alla generazione precedente, mentre l’imbottitura dei cuscinetti è realizzata con una schiuma dichiarata più morbida del 50%. Nell’uso pratico questo si traduce in sessioni di ascolto decisamente più lunghe senza quel fastidioso senso di pressione sulle orecchie che, va detto onestamente, era uno dei difetti più citati nelle recensioni delle Headphone (1) originali. Abbiamo indossato queste Pro per oltre quattro ore consecutive durante una sessione di montaggio video e, a differenza del modello precedente che dopo un paio d’ore iniziava a farsi sentire sulle orecchie (soprattutto se, come noi, si indossano gli occhiali), qui il fastidio è quasi azzerato. Il merito va anche al nuovo meccanismo di rotazione dei padiglioni, che ora ruotano di 20 gradi per adattarsi meglio alla forma della testa: un accorgimento pensato apposta per chi ha una conformazione del cranio meno “standard”.

Certo, va detto che il peso complessivo resta comunque importante: 327 grammi, sostanzialmente in linea con i 329 grammi delle Headphone (1) di prima generazione. Chi si aspettava un netto alleggerimento complessivo, quindi, resterà un po’ deluso: il titanio ha ridotto il peso dell’archetto, ma nel bilancio totale la differenza percepita indossandole è minima. È un limite che va sottolineato, perché in un prodotto che punta tutto sul comfort premium ci si aspetterebbe un lavoro più aggressivo sul peso complessivo, non solo su un singolo componente.

La certificazione IP52 per la resistenza a polvere e schizzi d’acqua rimane invariata rispetto al modello base: va bene per una pioggerellina improvvisa o per il sudore di una passeggiata, ma non aspettatevi di portarle in palestra per un allenamento intenso o sotto un acquazzone vero e proprio.
La custodia: pesante, ma con un’anima da accessorio
Anche la custodia di trasporto segue la stessa filosofia curata del resto del prodotto: è stata disegnata nello studio londinese di Nothing, con un guscio rigido rivestito internamente in TPU morbido che protegge le cuffie da urti e graffi durante il trasporto in borsa o zaino. Misura 228,5 x 123 x 53 mm e pesa 383,5 grammi, quindi non è proprio tascabile, ma resta comunque gestibile per chi porta le cuffie fuori casa ogni giorno.

La base neutra integra un paio di anelli che permettono di agganciare portachiavi, cordini o ciondoli decorativi, un dettaglio pensato più per la personalizzazione estetica che per la funzionalità pura, coerente con l’approccio “lifestyle” che Nothing porta avanti anche sugli accessori. Nell’uso quotidiano è un guscio solido e rassicurante, anche se la sua ingombranza lo rende meno adatto a chi cerca una soluzione da infilare in tasca: è pensata più per lo zaino o la borsa che per una convivenza discreta con smartphone e portafoglio.
I comandi fisici e la new entry: lo switch Flat EQ
Uno degli aspetti che abbiamo sempre apprezzato di più delle cuffie Nothing è la scelta di puntare su comandi fisici invece che su superfici touch capacitive, spesso fonte di tocchi accidentali e frustrazione. Anche su Headphone (1) Pro ritroviamo la stessa filosofia, con qualche new entry interessante.

Il Roller, la rotellina posizionata sul padiglione destro, gestisce il volume con un movimento rotatorio che restituisce un feedback tattile preciso, quasi meccanico, e con un semplice click si mette in pausa la riproduzione. Tenendolo premuto più a lungo si passa tra le modalità di cancellazione del rumore. È un sistema che, dopo un paio di giorni di adattamento, diventa quasi automatico: ci è capitato spesso di regolare il volume durante una call di lavoro senza nemmeno guardare il telefono, cosa che con i controlli touch di molte cuffie concorrenti risulta più macchinosa.
Il Paddle, la leva sul lato opposto, gestisce invece i brani: un flick per saltare avanti o indietro, una pressione prolungata per il fast forward, e la gestione delle chiamate. Il Button, personalizzabile tramite l’app Nothing X, può essere configurato per attivare l’assistente vocale, scattare una foto oppure richiamare ChatGPT.

La vera novità è però lo Switch Flat EQ, un piccolo interruttore fisico ispirato esteticamente ai mixer audio anni ’90, che Nothing descrive come un omaggio alla gerarchia tra controlli “quotidiani” e controlli “specialistici” tipica dell’hardware audio di quell’epoca. Attivandolo si passa istantaneamente a un profilo sonoro neutro, sviluppato in collaborazione con i Metropolis Studios, pensato per l’ascolto critico o per il confronto tra mix. È un’aggiunta che definiremo di nicchia ma azzeccata: nella vita di tutti i giorni la maggior parte degli utenti non lo toccherà mai, ma per chi lavora con l’audio, monta video o semplicemente vuole capire come suona davvero una traccia senza colorazioni aggiuntive, è uno strumento reale. Un appunto pratico: quando il Flat EQ è attivo, la modalità Trasparenza, lo Spatial Audio e gli equalizzatori vengono disabilitati automaticamente. È una scelta logica dal punto di vista tecnico, ma nell’uso quotidiano può generare un po’ di confusione la prima volta che si preme lo switch e ci si accorge che alcune funzioni sono improvvisamente sparite dall’app.
Il salto più importante: tripla architettura dei driver
Qui arriviamo al cuore della recensione, perché è sul fronte sonoro che Headphone (1) Pro giustifica davvero il salto di prezzo rispetto al modello originale. Le Headphone (1) di prima generazione montavano un singolo driver dinamico da 40 mm sviluppato con KEF: un’unica unità che doveva occuparsi dell’intero spettro sonoro, dai bassi profondi agli acuti più delicati. Un approccio che comunque ci aveva convinti per la qualità complessiva, ma che strutturalmente pone un limite fisico: un solo diaframma non può essere ottimizzato contemporaneamente per riprodurre bene bassi potenti e allo stesso tempo alti dettagliati.
Headphone (1) Pro risolve il problema alla radice con una configurazione a tre driver, ciascuno specializzato su una porzione dello spettro compreso tra 20 Hz e 40.000 Hz, un range doppio rispetto a quello percepibile dall’orecchio umano ma che garantisce margine e naturalezza anche nelle frequenze udibili. Il driver dinamico da 40 mm si occupa delle basse frequenze, da 20 Hz a 10 kHz, con un sistema di sospensione in PEEK e PU che mantiene i bassi “tesi” e controllati, e una cupola in PET con rivestimento metallo-ceramico che riduce la distorsione quando il volume sale. Rispetto al driver a singolo magnete della prima generazione, Nothing dichiara un 15% di spinta in più e una sensibilità superiore del 26%, valori che nella pratica si traducono in un basso più profondo, meno “gommoso” e con un attacco più deciso.

Il secondo driver, quello di precisione, copre la fascia dei medi (5-15 kHz) con un diaframma in PEN, un materiale che offre maggiore stabilità strutturale. È proprio qui che si sente la differenza più netta rispetto al modello base: le voci nei brani acustici, i cori, gli strumenti a corda, tutto acquisisce una presenza e una definizione che nelle Headphone (1) originali tendevano a passare leggermente in secondo piano rispetto ai bassi. Ascoltando un brano jazz con voce solista in primo piano, la differenza è percepibile fin dai primi secondi: i dettagli del respiro, l’articolazione delle consonanti, quella texture quasi “grezza” della voce dal vivo emergono con una naturalezza che il singolo driver della prima generazione semplicemente non riusciva a restituire con la stessa chiarezza.
Il terzo driver, quello più innovativo, è un tweeter xMEMS allo stato solido dedicato agli altissimi, da 10 kHz fino a 40 kHz. Il diaframma in silicio è dichiarato 95 volte più rigido della plastica pur essendo molto più leggero, una caratteristica che si traduce in una risposta ai transienti quasi istantanea. Nell’ascolto pratico questo significa che piatti, cimbali e armoniche acute non risultano mai “sporchi” o metallici anche a volumi elevati, un problema che affliggeva non poche cuffie della fascia media-alta, comprese, in parte, le Headphone (1) originali quando spinte al massimo del volume.
Il risultato complessivo è un suono che definiremmo più maturo, meno “spettacolare” nel senso di autoindulgente sui bassi e più bilanciato nel complesso. Chi ha amato il carattere corposo e divertente delle Headphone (1) potrebbe inizialmente percepire queste Pro come leggermente più “seria”, meno orientata all’effetto wow immediato e più tarata su una resa fedele. È una scelta che personalmente promuoviamo, perché è coerente con il posizionamento “pro” del prodotto, ma chi cerca solo bassi potenti da ascolto occasionale in cuffia durante il tragitto casa-lavoro potrebbe non percepire immediatamente il valore aggiunto di questa architettura più complessa senza attivare le modalità giuste.
Spatial Audio, modalità Metropolis Studios e le cinque anime del suono
Un’altra area dove Headphone (1) Pro fa un balzo evidente rispetto al passato è la gestione dello spazio sonoro. Le Headphone (1) originali offrivano già uno Spatial Audio con head tracking, ma qui Nothing introduce cinque modalità distinte, ciascuna pensata per un contesto d’ascolto specifico, sviluppate in collaborazione con i Metropolis Studios di Londra, gli stessi studi di registrazione dietro ad album di artisti internazionali come Adele e Coldplay.
La modalità Standard offre un suono ampio e bilanciato, pensato per film e ascolto generalista. Studio B, ispirata all’omonima control room dei Metropolis Studios, ricrea la sensazione di trovarsi al centro di una control room professionale, con un suono aperto, arioso e “onesto”, ottimo per chi vuole ascoltare la musica in modo analitico senza però rinunciare del tutto alla spazialità. Live House ricrea l’ambientazione grezza e riverberata di un concerto in un piccolo locale, perfetta per rock, indie e jazz. Club è pensata per musica elettronica e dance, con bassi più profondi ed energici. Concert Hall, infine, è tarata su musica orchestrale e classica, con un suono più raffinato e spazioso.














Abbiamo provato tutte e cinque le modalità con generi musicali coerenti alle loro descrizioni, e dobbiamo dire che la differenza percepita non è un semplice trucco di marketing: passando da un brano elettronico in modalità Club a un quartetto d’archi in modalità Concert Hall, la sensazione di ambiente cambia realmente, non è solo un equalizzatore travestito da modalità spaziale. Resta però un dubbio pratico che ci sentiamo di sollevare: quante persone, nell’uso quotidiano, si prenderanno davvero la briga di cambiare modalità a ogni cambio di genere musicale? È una funzione affascinante da provare e sicuramente un ottimo strumento di differenziazione rispetto alla concorrenza, ma nella vita reale, tra una playlist e l’altra su Spotify che mescola generi diversi, rischia di essere sottoutilizzata dalla maggioranza degli utenti, restando più uno strumento per appassionati e professionisti che una funzione di uso quotidiano.
A completare il pacchetto ci sono i cinque EQ personalizzati sviluppati sempre dai Metropolis Studios: Neo-Jazz, British Rock, UK Rap + Grime, Electronica e UK Bass. Sono profili tarati con cura sui generi di riferimento, con un lavoro di taratura che si sente, soprattutto sull’EQ UK Bass che restituisce un basso deciso ma mai invadente, e sull’EQ British Rock che dà più corpo alle chitarre distorte. Restano comunque delle etichette abbastanza di nicchia per il pubblico italiano, e ci saremmo aspettati magari qualche profilo pensato anche per generi più mainstream a livello internazionale come il pop latino o l’hip-hop americano.
Cancellazione del rumore: il vero salto generazionale
Se il comparto sonoro rappresenta un’evoluzione, sulla cancellazione del rumore Nothing ha davvero cambiato marcia. Le Headphone (1) originali montavano sei microfoni complessivi e un ANC che, pur dignitoso, non riusciva a competere con i migliori nomi della categoria come Sony e Bose, specialmente sulle frequenze medio-basse tipiche del rumore di un treno o di un aereo.
Su Headphone (1) Pro i microfoni diventano dieci in totale, con tre feed-forward e due feedback per lato, posizionati internamente per evitare l’interferenza diretta del vento, un problema che chi usa le cuffie in bicicletta o durante le passeggiate all’aperto conosce fin troppo bene. Il risultato dichiarato da Nothing è di 5 dB di riduzione del rumore in più rispetto al modello precedente, con una copertura del range di frequenze cancellate più ampia del 40%, fino a un massimo di 46 dB di attenuazione.

Nell’uso pratico in metropolitana a Milano, un banco di prova piuttosto severo per via del rumore costante e non sempre lineare delle carrozze, la differenza rispetto alla generazione precedente è netta: il rombo di fondo viene abbattuto in modo più uniforme, senza quell’effetto “a buchi” che a volte si percepiva con le Headphone (1) originali su alcune frequenze specifiche. Anche gli annunci vocali delle stazioni, che tendono a essere fastidiosi perché tagliano di netto la musica, vengono gestiti meglio, con una cancellazione più aggressiva che però non intacca la naturalezza del suono musicale in riproduzione.
La cancellazione del rumore è inoltre adattiva in tempo reale, passando automaticamente tra livelli basso, medio e alto in base all’ambiente circostante, senza bisogno di intervenire manualmente. È una funzione che abbiamo lasciato sempre attiva durante il periodo di prova, e nella stragrande maggioranza dei contesti, dall’ufficio di casa alla strada trafficata, il sistema ha scelto l’intensità corretta senza richiedere correzioni manuali.

A supporto dell’isolamento acustico interviene anche il nuovo sistema di sound seal, una doppia imbottitura che combina pelle sintetica e tessuto in nylon, con una schiuma dichiarata più morbida del 50% rispetto al modello base, capace di adattarsi meglio al contorno delle orecchie e persino agli occhiali, altro dettaglio non banale per chi, come chi scrive, li indossa quotidianamente. Al centro di questa struttura c’è una parete in silicone da 8 mm che rinforza ulteriormente la tenuta acustica passiva, riducendo la dispersione del suono verso l’esterno: un vantaggio anche per chi usa le cuffie in ufficio open space e non vuole disturbare i colleghi con la musica che fuoriesce.
Sul fronte delle chiamate, la tecnologia Clear Voice è stata addestrata su oltre 30 milioni di campioni audio reali raccolti in condizioni di traffico, ristoranti e vento, e utilizza quattro microfoni con beamforming basato su reti neurali per isolare la voce dal rumore di fondo. Nelle prove effettuate durante alcune videochiamate di lavoro in strada, con traffico cittadino di sottofondo, gli interlocutori hanno confermato una qualità vocale pulita, senza quell’effetto “metallico” o soffocato che a volte caratterizza le cuffie con ANC aggressivo durante le chiamate.
Autonomia, ricarica e connettività
Sul fronte batteria, Nothing dichiara fino a 30 ore di autonomia con ANC attivo e fino a 68 ore con ANC disattivato, valori leggermente inferiori rispetto alle 35 e 80 ore dichiarate per le Headphone (1) originali. È un compromesso comprensibile, considerando che qui ci sono tre driver da alimentare invece di uno, oltre a una cancellazione del rumore più aggressiva su dieci microfoni invece di sei, ma è comunque un dato che chi arriva dal primo modello noterà, soprattutto chi usa le cuffie in modo intensivo durante viaggi lunghi. Usandole con LDAC attivo, il codec ad alta risoluzione, l’autonomia scende ulteriormente a 28 ore con ANC attivo, un dato comunque nella media alta della categoria.
La ricarica rapida resta un punto di forza concreto: cinque minuti di ricarica regalano due ore di ascolto con ANC attivo, un valore utile per chi, come chi scrive, si accorge di avere le cuffie quasi scariche proprio mentre sta per uscire di casa. La ricarica completa richiede circa due ore tramite USB-C.

Sulla connettività, il Bluetooth passa alla versione 6.1, con supporto a Google Fast Pair e Microsoft Swift Pair per un abbinamento rapido, oltre a un pairing immediato in ecosistema Apple. La connessione doppio dispositivo permette di passare automaticamente tra due sorgenti, per esempio computer e smartphone, in base a quale dei due sta effettivamente riproducendo audio: una funzione che nell’uso quotidiano da content creator, tra call su computer e notifiche sullo smartphone, si è rivelata sorprendentemente affidabile, con pochissimi episodi di scambio errato tra le due sorgenti.
Da segnalare anche la modalità a bassa latenza, attivabile dall’app Nothing X, che scende sotto i 120 millisecondi complessivi, un valore che rende l’esperienza di gaming e streaming video decisamente più sincronizzata rispetto a una connessione Bluetooth standard, anche se resta comunque percepibile per chi è abituato a un collegamento cablato durante il gaming competitivo. Per l’ascolto in cablato, tramite il cavo jack da 3.5 mm in dotazione o USB-C, la latenza con Flat EQ attivo scende sotto i 15 millisecondi, un dato di tutto rispetto per chi vuole usarle per il montaggio video professionale, dove la sincronia tra audio e immagine è imprescindibile.
Interessante anche il supporto ad Auracast, lo standard di trasmissione audio broadcast che permette alle Headphone (1) Pro di trasmettere audio verso altre cuffie compatibili contemporaneamente, funzionando sia da trasmettitore che da ricevitore, a differenza di molti concorrenti che si affidano interamente al telefono per questa funzione.
L’app Nothing X e la qualità certificata Hi-Res
L’app Nothing X resta uno dei punti di forza dell’ecosistema, con un equalizzatore semplice basato su preset e uno avanzato che permette di trascinare punti di regolazione lungo l’intero spettro da 20 Hz a 20 kHz, invece delle classiche bande fisse. È uno strumento che invita davvero alla personalizzazione, ben oltre quanto offerto dalla maggior parte delle app concorrenti, spesso limitate a pochi cursori predefiniti.
Da segnalare anche la funzione Personal Sound, che attraverso un breve test dell’udito crea un profilo sonoro personalizzato basato sulle caratteristiche uditive di ciascun utente, e la funzione “Dove sono le mie cuffie”, utile per rintracciare l’ultimo punto di connessione in caso di smarrimento.
































Sul fronte della qualità certificata, Headphone (1) Pro ottiene la certificazione Hi-Res Audio sia in modalità wireless che cablata, fino a 24-bit/96 kHz via jack da 3.5 mm, e fino a 24-bit/192 kHz in modalità lossless via USB-C. È un traguardo che il modello precedente non poteva vantare con la stessa ampiezza, e che avvicina ulteriormente Headphone (1) Pro al mondo audiophile più esigente.
Il confronto diretto con Headphone (1): vale il salto?
Arrivati a questo punto la domanda più naturale è: per chi già possiede le Headphone (1) originali, ha senso investire 50 euro in più per il salto al modello Pro? La risposta, dopo settimane di utilizzo comparativo, è positiva ma con alcune sfumature da tenere bene a mente.
Sul fronte sonoro il salto è concreto e percepibile, non un semplice esercizio di marketing: la tripla architettura dei driver risolve davvero il limite più evidente del modello base, cioè quella leggera compressione dei medi che penalizzava voci e strumenti acustici. Anche la cancellazione del rumore compie un progresso oggettivo, passando da un sistema dignitoso ma non best-in-class a uno che può realmente competere con i riferimenti della categoria. Sul fronte del comfort, l’imbottitura più morbida e il meccanismo di rotazione dei padiglioni rendono le sessioni prolungate più gradevoli, anche se il peso complessivo resta sostanzialmente invariato, un’occasione mancata per chi si aspettava un netto alleggerimento.

Sul fronte dell’autonomia, invece, il bilancio è leggermente a sfavore del nuovo modello: chi macinava chilometri di ascolto con le 80 ore ad ANC spento delle Headphone (1) originali dovrà abituarsi a qualche ora in meno con il modello Pro, un compromesso comunque comprensibile visti i componenti aggiuntivi da alimentare.
Il prezzo di 349 euro colloca Headphone (1) Pro in una fascia più alta rispetto ai 299 euro del modello base, avvicinandosi territorialmente a nomi come Sennheiser Momentum 4 e restando comunque sotto ai top di gamma Sony WH-1000XM6, generalmente proposti a un prezzo più elevato. È un posizionamento che ha senso strategico, ma che elimina in parte quel vantaggio di prezzo aggressivo che aveva reso le Headphone (1) originali una scelta interessante anche solo per il rapporto qualità-prezzo.
Considerazioni finali: pregi, difetti e per chi sono pensate
Headphone (1) Pro è il tipo di prodotto che riesce a convincere su quasi tutti i fronti tecnici, pur mantenendo qualche piccola incoerenza tipica di un secondo capitolo che vuole strafare. La tripla architettura dei driver è probabilmente l’elemento più riuscito dell’intero pacchetto, capace di trasformare davvero l’esperienza d’ascolto rispetto al modello base, così come il netto miglioramento della cancellazione del rumore, ora finalmente competitiva con i migliori nomi del settore. Il design, pur partendo dallo stesso linguaggio della prima generazione, guadagna in raffinatezza grazie ai materiali premium, restando comunque riconoscibile e coerente con l’identità visiva di Nothing.

Tra gli aspetti che invece meritano una critica più sincera, il peso complessivo pressoché invariato rispetto al modello precedente rappresenta un’occasione persa per un prodotto che punta tutto sul comfort premium. L’autonomia in calo, seppur comprensibile dal punto di vista tecnico, è un downgrade che chi arriva dal primo modello percepirà concretamente nell’uso quotidiano. Le modalità Spatial Audio firmate Metropolis Studios, per quanto tecnicamente ben realizzate, rischiano di restare una funzione di nicchia poco sfruttata dalla maggior parte degli utenti nella vita di tutti i giorni, più uno strumento per creator e professionisti del settore che una vera funzione mainstream.
In definitiva, Headphone (1) Pro sono un prodotto che consigliamo senza troppe remore a chi cerca cuffie over-ear che sappiano distinguersi sia per il design che per una qualità sonora davvero superiore alla media, ed è pensato in particolare per chi lavora con l’audio o il video e apprezza strumenti come il Flat EQ e la connessione USB-C lossless. Chi invece possiede già le Headphone (1) originali e cerca principalmente un’estetica diversa senza un uso professionale dell’audio potrebbe trovare il salto meno indispensabile, complice anche un prezzo di 349 euro che va valutato con attenzione rispetto alle reali esigenze d’ascolto quotidiane. Resta comunque, nel complesso, una delle proposte più interessanti e mature viste finora nel segmento delle cuffie over-ear premium, capace di dimostrare che Nothing non si limita a fare bella figura sul fronte estetico, ma sa lavorare seriamente anche sulla sostanza sonora.
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