Il mondo degli indossabili tecnologici ha vissuto un 2024-2025 particolarmente movimentato, con alcune categorie che hanno raggiunto una maturità sorprendente e altre che invece hanno deluso le aspettative, talvolta in modo clamoroso.

In questo quarto episodio dei TuttoTech Wrapped 2025 abbiamo fatto il punto della situazione insieme alla redazione, analizzando cosa ha funzionato, cosa è andato storto e quali prospettive si aprono per il prossimo anno.

Ne emerge un quadro articolato: gli smartwatch hanno consolidato il loro ruolo di dispositivi essenziali per salute e benessere, le cuffiette true wireless si sono arricchite di funzionalità un tempo impensabili, mentre i visori per la realtà mista hanno dimostrato che l’hype non basta a creare un mercato. E poi ci sono gli smart glasses, tornati prepotentemente sulla scena grazie all’intelligenza artificiale, e gli smart ring, che invece sembrano già avviati verso un mesto tramonto.

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Smart glasses: la rinascita grazie all’intelligenza artificiale

Aveva ragione Google? La domanda sorge spontanea osservando come gli occhiali intelligenti stiano vivendo una seconda giovinezza. I Google Glass di oltre dieci anni fa sembravano arrivare direttamente dal futuro, eppure non riuscirono mai a conquistare il grande pubblico. Oggi il panorama è cambiato radicalmente, e il merito va attribuito principalmente all’integrazione dell’intelligenza artificiale.

Ray-Ban Meta rappresenta attualmente il punto di riferimento del settore, affiancato da modelli sportivi come i Vanguard realizzati in collaborazione con Oakley. Questi occhiali integrano fotocamera, altoparlanti di buona qualità e, soprattutto, un assistente AI che permette di interagire con il dispositivo in modo naturale. Sul mercato americano è già disponibile una versione ancora più evoluta, i Ray-Ban Meta Display, che aggiungono un piccolo schermo posizionato nell’angolo inferiore destro della lente.

Abbiamo avuto modo di provarli e le impressioni sono state contrastanti. Da un lato l’interazione gestuale, gestita attraverso un braccialetto che riconosce i movimenti della mano tramite impulsi elettrici, funziona sorprendentemente bene. Dall’altro, il display così vicino all’occhio crea una barriera percettiva: non si riesce a mettere a fuoco contemporaneamente lo schermo e la scena circostante, un po’ come accade con gli Head-Up Display delle automobili, ma in versione decisamente meno raffinata.

Il limite principale rimane però l’ecosistema chiuso di Meta. Nonostante l’hardware sia potenzialmente collegato allo smartphone e potrebbe sfruttare qualsiasi servizio AI, l’esperienza resta confinata alle app del gruppo: Instagram, WhatsApp e poco altro. Per chi utilizza Telegram, ad esempio, non c’è storia. In italiano poi l’assistente lascia ancora molto a desiderare, creando confusione nella lettura delle notifiche.

Visori: il fallimento più rumoroso dell’anno

Se c’è un prodotto che incarna il concetto di aspettative tradite, quello è senza dubbio Apple Vision Pro. Presentato come il futuro dello “spatial computing”, si è rivelato una tecnologia già superata al momento del lancio e soprattutto priva di un reale caso d’uso per il consumatore medio.

Il problema non è tanto la qualità costruttiva, che rimane ai livelli tipici di Apple, quanto la concezione stessa del prodotto. Un visore che isola completamente l’utente dal mondo circostante può avere senso in ambito professionale, dove ci si dedica a un’unica attività in modo esclusivo, ma risulta del tutto inadatto alla vita quotidiana. Per leggere due email o rispondere a una telefonata nessuno vuole indossare un caschetto pesante e ingombrante quando ha a disposizione una tastiera e uno schermo.

I numeri parlano chiaro: Vision Pro è ancora disponibile solo negli Stati Uniti e in pochissimi altri mercati, l’aggiornamento hardware con nuovo processore non ha portato miglioramenti sostanziali (a parte una cinghia aggiuntiva per distribuire meglio il peso), e Apple sembra aver sostanzialmente abbandonato il progetto. La lezione da trarre è che nemmeno il marketing più efficace può creare un mercato per un prodotto che non risponde a esigenze reali.

Fa riflettere il confronto con HTC Vive, presentato al Mobile World Congress di Barcellona circa dieci anni fa: un visore tecnicamente avanzatissimo per l’epoca, con sensori nella stanza e grande libertà di movimento, che pure non riuscì a sfondare. Apple è arrivata dopo con un prodotto certamente migliore, ma il destino si è ripetuto.

Smartwatch e cuffie: l’anno della maturità

In netto contrasto con le difficoltà dei visori, il settore degli smartwatch ha raggiunto nel 2025 un livello di eccellenza trasversale. Quello che fino a poco tempo fa era il gold standard indiscusso, Apple Watch, ha visto avvicinarsi concorrenti sempre più agguerriti, a partire dalla famiglia Pixel Watch di Google.

La vera novità non è tanto nell’hardware, ormai stabilizzato su standard qualitativi elevati per quasi tutti i produttori, quanto nell’approccio al benessere dell’utente. L’intelligenza artificiale, intesa non come chatbot generativo ma come capacità di analizzare grandi quantità di dati biometrici, permette oggi di creare piani di allenamento personalizzati, fornire consigli sulla salute e sull’alimentazione in modo proattivo.

Interessante la filosofia adottata da Google con Pixel Watch 3: a differenza dei produttori cinesi che sommergono l’utente di dati in tempo reale, l’orologio di Mountain View lavora silenziosamente in background, soprattutto durante la notte, e interviene solo quando rileva qualcosa di significativo, come l’arrivo di un’influenza o un’anomalia nel battito cardiaco. Un approccio ereditato dall’acquisizione di Fitbit che si sta dimostrando vincente.

Anche il fronte cuffie true wireless ha vissuto un’annata eccellente. Gli AirPods hanno introdotto funzionalità da apparecchio acustico certificate, abbattendo costi e barriere d’accesso per chi soffre di deficit uditivi. Altri produttori hanno aggiunto sensori per il battito cardiaco, permettendo di allenarsi senza dispositivi al polso, mentre le traduzioni in tempo reale stanno diventando una realtà sempre più diffusa.

Un capitolo a parte merita la sicurezza: l’integrazione degli SMS di emergenza satellitari negli smartwatch rappresenta una funzionalità potenzialmente salvavita. Per chi pratica attività outdoor in zone remote, la possibilità di inviare la propria posizione GPS precisa con un semplice tocco può fare la differenza tra la vita e la morte.

I prezzi, infine, si sono fatti più accessibili. Redmi Watch 5 offre GPS e funzionalità complete a cifre quasi irrisorie, mentre Apple Watch SE 3 ha rappresentato una piacevole sorpresa in termini di rapporto qualità-prezzo.

Smart ring: il funerale di una categoria

Nel bilancio del 2025 dobbiamo registrare anche una vittima illustre: gli smart ring. Quella che sembrava la next big thing del settore wearable si è rivelata un vicolo cieco, e Samsung, che aveva puntato forte su Galaxy Ring, pare aver già abbandonato il progetto.

I motivi del fallimento sono molteplici. A fronte di prezzi spesso superiori a quelli degli smartwatch, gli anelli intelligenti offrono funzionalità limitate al solo monitoraggio del benessere, senza la possibilità di ricevere notifiche o interagire con lo smartphone. La precisione dei sensori sul dito risulta inferiore rispetto a quella ottenibile al polso, e l’autonomia della batteria rimane un problema irrisolto.

Per chi cerca un dispositivo discreto dedicato al fitness esistono alternative più convincenti, come le fasce Whoop o Amazfit da indossare al braccio, che offrono prestazioni superiori senza i compromessi imposti dal form factor ad anello. Molti utenti, inoltre, semplicemente non sopportano l’idea di indossare un anello tecnologico 24 ore su 24.

Il crollo dei prezzi racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato del mercato: anelli che fino a poco tempo fa venivano venduti a circa 300 euro, si trova oggi su Amazon a 70 euro.

Cosa aspettarci dal 2026

Le prospettive per il prossimo anno appaiono floride, almeno per alcune categorie. La convergenza tra wearable maturi dal punto di vista hardware e intelligenza artificiale sempre più sofisticata promette di sbloccare scenari finora solo immaginati.

Sul fronte smart glasses, oltre alla probabile evoluzione dei Ray-Ban Meta, si vocifera di nuovi Google Glass e di un progetto Samsung legato proprio alla visione aumentata. Non è escluso che siano i produttori cinesi a rimescolare le carte, portando sul mercato prodotti più aperti e meno vincolati agli ecosistemi proprietari.

Gli smartwatch continueranno probabilmente il loro percorso di affinamento, con un focus sempre maggiore sulla prevenzione e sul monitoraggio proattivo della salute. L’accessibilità, intesa come supporto per utenti con disabilità, rappresenta un altro fronte su cui ci aspettiamo progressi significativi.

Resta da capire se qualche produttore riuscirà a trovare la formula giusta per i visori di realtà mista, magari puntando decisamente sul mercato B2B anziché inseguire un consumatore che, evidentemente, non è interessato a isolarsi dal mondo per guardare film in aereo. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Intanto, se vi va, fateci sapere la vostra con un commento qui o sul video nel nostro canale YouTube.