Da qualche giorno, come ha confermato ufficialmente Apple a 9to5Mac, è iniziato il roll out degli annunci pubblicitari all’interno di Apple Maps. La novità è riservata, almeno per il momento, agli utenti di Stati Uniti e Canada e nel corso delle prossime settimane sarà gradualmente estesa a tutti gli utenti. Non è una sorpresa vera e propria, visto che l’azienda di Cupertino aveva annunciato la novità nello scorso mese di marzo, con l’obiettivo dichiarato di introdurla nel corso dell’estate, una scadenza che sembra essere stata rispettata in maniera precisa.
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Due piazzamenti per un solo annuncio
Gli annunci saranno visualizzati in due punti precisi all’interno dell’applicazione. Nella sezione Luoghi Suggeriti, mostrata ancora prima di effettuare una ricerca, e tra i risultati veri e propri della ricerca, quando siano pertinenti con i termini utilizzati. Visivamente un annuncio si presenta come una qualsiasi altra scheda di attività commerciale, con la sola differenza rappresentata da un piccolo badge blu con la scritta “Ad” che la identifica come contenuto di natura pubblicitaria. Apple ha comunque specificato che per ciascuna ricerca effettuata sarà visualizzato un solo annuncio, niente invasioni di risultati sponsorizzati come ormai siamo abituati a vedere.
Il sistema funziona ad asta per parole chiave, in modo simile a quanto accade per gli Apple Search Ads all’interno di App Store. Le aziende si contendono la visibilità su determinate stringhe di ricerca, e solo chi ha già una scheda di attività verificata su Apple Maps, con una sede fisica, può acquistare lo spazio pubblicitario.
Le attività puramente di servizio, senza un negozio o un ufficio fisico, restano escluse dalla possibilità di fare pubblicità in questo modo, una scelta che dovrebbe evitare, almeno sulla carta, di vedere idraulici o servizi di disinfestazione comparire in cima a ogni ricerca vagamente collegata al tema. Per incentivare le prime adesioni, Apple offre inoltre un credito del 15% sulla spesa mensile, fino a 1.000 dollari al mese, per il primo anno, a chi attiva una campagna pagando con carta di credito entro l’11 ottobre 2026.
La difesa sulla privacy, e perché non basta a placare le critiche
Come già fatto per gli altri formati pubblicitari della propria galassia di servizi, Apple ha accompagnato l’annuncio con ampie rassicurazioni sulla riservatezza dei dati. Secondo l’azienda, la posizione dell’utente e gli annunci con cui interagisce non vengono associati al proprio Apple Account, i dati personali restano sul dispositivo, non vengono raccolti né conservati da Apple e non vengono condivisi con inserzionisti o data broker terzi. Età e genere non vengono utilizzati per targettizzare gli annunci, e gli account di minori sotto i 13 anni o gestiti da istituti scolastici non vedranno alcuna pubblicità.
Sono garanzie che, prese singolarmente, appaiono solide, ma che secondo diversi osservatori non bastano a risolvere il problema di fondo. John Gruber, autore del blog Daring Fireball, aveva già commentato l’annuncio di marzo elogiando l’impostazione sulla privacy mentre lamentava la deriva pubblicitaria che Apple sta imprimendo ai propri servizi principali, dopo App Store e Apple News: «Sempre più chiaramente, mentre la devozione di Apple alla protezione della privacy resta alta come sempre, la devozione a offrire la migliore esperienza utente possibile non lo è altrettanto», aveva scritto Gruber. Il giornalista Ben Lovejoy di 9to5Mac, riprendendo un sondaggio condotto tra i lettori della testata lo scorso luglio in cui la stragrande maggioranza si era detta favorevole a un’uscita completa di Apple dal business pubblicitario, ha aggiunto una seconda obiezione altrettanto concreta: la percezione conta quanto la realtà tecnica. Anche se Apple non traccia gli utenti per personalizzare gli annunci, la maggior parte delle persone darà per scontato il contrario, semplicemente perché è così che funziona la pubblicità ovunque altrove, e questo rischia di danneggiare la reputazione dell’azienda sulla privacy indipendentemente da quanto sia tecnicamente infondato il sospetto.
Un problema di immagine più che di soldi
C’è poi un argomento più difficile da liquidare con una rassicurazione tecnica: Apple, a differenza di gran parte dell’ecosistema di app gratuite che si regge sulla pubblicità, non ha alcun bisogno reale di questi introiti per far quadrare i conti, dato che vende hardware a margini già ampiamente premium. Lovejoy paragona l’operazione ai vecchi adesivi “Intel Inside” appiccicati sui laptop Windows più economici: comprensibili su un prodotto che deve raccogliere ogni fonte di ricavo possibile, ma che nessuno si aspetterebbe mai di vedere su un MacBook. Anche tra i commenti dei lettori sotto l’articolo di lancio, il tono prevalente non è dissimile: c’è chi promette di tornare a cercare le informazioni sul web prima di aprire Maps, esattamente come già fa con l’App Store, proprio per evitare di incappare nei risultati sponsorizzati.
Dal punto di vista del business, la mossa ha comunque una sua logica: gli utenti sono già abituati da anni alla pubblicità su Google Maps, quindi l’introduzione di annunci non richiede di stravolgere alcuna abitudine consolidata, e per Apple rappresenta una fonte di ricavi potenzialmente enorme, capace di aggiungere miliardi di dollari a un business pubblicitario già in crescita costante. Resta però la domanda di fondo che buona parte della copertura di queste ore continua a porsi: quanto a lungo un’azienda che ha costruito la propria identità di marca proprio sull’essere diversa, meno invasiva, più rispettosa dell’utente, può continuare ad aggiungere pubblicità ai propri servizi principali prima che quella narrazione smetta di reggere.
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