Torniamo a parlare di una delle funzioni più diffuse nei dispositivi wearable: il monitoraggio del sonno. Una funzione che si è evoluta nel corso del tempo ma che è finita al centro di un procedimento legale per la sua accuratezza. È quello che sta accadendo in California dove è stata avviata una class action nei confronti di Oura, accusata di aver esagerato l’affidabilità delle sue rilevazioni sulle fasi del sonno, mettendo in discussione uno dei pilastri su cui l’azienda ha costruito la propria reputazione nel settore degli smart ring. Non è la prima volta che le reali capacità di rilevazione dei dispositivi indossabili vengono messe in discussione. Era già accaduto con i Samsung Galaxy Watch che restituivano punteggi elevati sulla qualità del sonno.

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La causa e le accuse

La denuncia è stata depositata lo scorso 20 agosto presso il tribunale federale del distretto settentrionale della California dallo studio legale Clarkson Law Firm. Secondo quanto sostenuto nel documento, gli anelli smart Oura non sarebbero in grado di rilevare i segnali fisiologici necessari per determinare con precisione le fasi del sonno. Si affiderebbero, invece, a stime generate dall’intelligenza artificiale a partire da segnali indiretti raccolti dal dito.

La causa arriva dopo anni in cui numerosi utenti hanno espresso online la propria frustrazione per l’accuratezza del monitoraggio del sonno di Oura, raccontando episodi in cui l’app segnalava un riposo ottimale nonostante la sensazione soggettiva di aver dormito male.

Ryan Clarkson, co-fondatore dello studio legale che rappresenta la ricorrente, ha dichiarato che quando le persone si affidano a un dispositivo per prendere decisioni sulla propria salute, comunicare informazioni sbagliate non è accettabile, sottolineando come gli utenti Oura tendano a strutturare le proprie giornate e a interpretare il proprio stato fisico sulla base dei dati mostrati dall’anello.

Le cifre contestati e i modelli coinvolti

L’oggetto della contestazione riguarda le percentuali di accuratezza pubblicizzate da Oura. La denuncia ricorda che l’azienda ha in passato dichiarato un accordo del 79% con la polisonnografia clinica e più di recente ha parlato di un’accuratezza del 95% nel riconoscimento delle fasi del sonno rispetto a un laboratorio clinico. La causa cita anche uno studio del 2025 secondo cui gli anelli Oura avrebbero identificato correttamente le fasi del sonno solo nel 53,18% dei casi. Un po’ poco, secondo l’accusa.

Come era già emerso nel confronto tra Oura Ring 5 e Oura Ring 4, le cifre di accuratezza fornite dall’azienda andrebbero considerate come un obiettivo dichiarato piuttosto che un dato verificato in modo indipendente da terze parti.

La causa nomina esplicitamente Oura Ring 5, Oura Ring 4 e Oura Ring 4 Ceramic, sostenendo che nessuno dei tre dispone dei sensori normalmente impiegati per l’analisi clinica del sonno. La classificazione delle fasi di riposo in ambito medico si basa infatti su segnali come l’attività cerebrale e i movimenti oculari, mentre gli anelli Oura raccolgono dati relativi a frequenza cardiaca, movimento, temperatura cutanea e andamento della saturazione di ossigeno nel sangue, gli stessi parametri su cui l’azienda ha costruito la propria linea di prodotti.

La difesa di Oura

Dopo la pubblicazione della notizia, un portavoce di Oura ha diffuso una dichiarazione in cui l’azienda afferma di sostenere pienamente la propria scienza, la propria ricerca e le proprie affermazioni sull’accuratezza. Secondo Oura, l’anello stima le fasi del sonno incrociando più segnali fisiologici, tra cui frequenza cardiaca, variabilità della frequenza cardiaca, movimento, pattern respiratori e temperatura, e la propria metodologia di sleep staging sarebbe stata validata e avrebbe ottenuto risultati favorevoli in più studi condotti a confronto con la polisonnografia, considerata lo standard di riferimento in ambito clinico.

L’azienda ha inoltre precisato che l’algoritmo alla base della funzione, chiamato NSSA, sarebbe stato sviluppato analizzando oltre 1.200 notti di dati, con una metodologia descritta in un paper sottoposto a revisione paritaria, e ha ribadito che più studi indipendenti condotti da terze parti supporterebbero le proprie affermazioni sull’accuratezza. Oura ha specificato di non presentare il proprio anello come un dispositivo medico né come un sostituto di uno studio clinico del sonno, e ha annunciato l’intenzione di contestare le accuse in sede legale.

La causa avanza sette distinte contestazioni legali, tra cui frode per false dichiarazioni, arricchimento ingiusto e violazioni delle normative californiane su pubblicità ingannevole e concorrenza sleale. Oltre a un risarcimento per i clienti che avrebbero acquistato i prodotti facendo affidamento su tali dichiarazioni, la denuncia chiede un’ingiunzione che impedisca a Oura di continuare a diffondere quelle che vengono definite affermazioni fuorvianti sulle capacità di monitoraggio del sonno dei propri dispositivi.