A quasi cinquant’anni dal suo lancio, Voyager 2 continua a rappresentare una delle missioni spaziali più straordinarie mai realizzate. Nonostante l’inevitabile riduzione dell’energia disponibile a bordo, gli ingegneri della NASA sono riusciti a trovare una soluzione che consentirà alla sonda di proseguire le sue osservazioni scientifiche ancora più a lungo del previsto.

Il team del Jet Propulsion Laboratory (JPL) ha infatti completato con successo una delicata operazione di gestione energetica, soprannominata internamente Big Bang, che ha permesso di recuperare preziosa potenza elettrica senza compromettere il funzionamento della sonda. Grazie a questo intervento, i tre strumenti scientifici ancora attivi su Voyager 2 potranno continuare a raccogliere dati nello spazio interstellare per almeno un altro anno.

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Una manovra complessa eseguita a oltre 21 miliardi di chilometri dalla Terra

L’operazione rappresentava una sfida tutt’altro che banale, Voyager 2 si trova oggi a circa 21,5 miliardi di chilometri dalla Terra, una distanza tale che un segnale radio impiega circa 20 ore per raggiungerla; questo significa che qualsiasi comando inviato dalla NASA richiede quasi un giorno per arrivare alla sonda e altrettanto tempo per ricevere una conferma dell’esito dell’operazione. Per questo motivo ogni fase dell’intervento è stata pianificata nei minimi dettagli.

L’operazione Big Bang è consistita nello spegnimento simultaneo di alcuni sistemi ad alto consumo energetico e nella loro sostituzione con alternative a basso assorbimento. La simultaneità della procedura era fondamentale, i dispositivi coinvolti comprendono infatti anche i sistemi di riscaldamento indispensabili per mantenere operative le componenti elettroniche e le linee del carburante.

Nell’ambiente estremamente freddo dello spazio interstellare, dove le temperature si avvicinano allo zero assoluto, uno spegnimento graduale avrebbe potuto provocare il congelamento permanente di componenti essenziali della sonda. Per evitare questo rischio, gli ingegneri hanno progettato una sequenza estremamente precisa che ha permesso di sostituire i sistemi senza compromettere l’equilibrio termico del veicolo.

Il problema è l’energia, che diminuisce ogni anno

La necessità di ricorrere a queste soluzioni nasce dal naturale invecchiamento dei generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG) che alimentano Voyager2. A differenza delle sonde che operano vicino al Sole, Voyager non utilizza pannelli solari, l’energia viene infatti prodotta sfruttando il calore generato dal decadimento del plutonio-238, trasformato in elettricità dai generatori RTG.

Con il passare del tempo il materiale radioattivo perde progressivamente potenza e, di conseguenza, anche la quantità di energia disponibile diminuisce. La NASA stima una perdita di circa 4 watt all’anno per ciascuna delle due sonde Voyager.

Questa riduzione costante ha costretto il team della missione, soprattutto negli ultimi anni, a spegnere progressivamente strumenti scientifici e sistemi non essenziali per concentrare l’energia residua sulle apparecchiature più importanti.

Dal 2024 erano già stati disattivati due strumenti scientifici su entrambe le sonde, senza l’intervento completato nelle scorse settimane, Voyager 2 avrebbe dovuto rinunciare a un ulteriore strumento entro la fine del 2026.

Voyager continua a studiare lo spazio oltre l’influenza del Sole

Grazie all’energia recuperata, Voyager 2 potrà mantenere attivi ancora più a lungo il magnetometro, lo strumento dedicato allo studio delle onde di plasma e il rivelatore di raggi cosmici.

Questi strumenti stanno raccogliendo dati estremamente preziosi sull’ambiente che si trova oltre l’eliosfera, la gigantesca bolla magnetica generata dal Sole che protegge il Sistema Solare dalla radiazione proveniente dallo spazio interstellare. Si tratta di misurazioni praticamente impossibili da ottenere in qualsiasi altro modo, attualmente infatti, non esiste alcuna missione destinata a sostituire la rete di osservazione costituita dalle due Voyager.

Una missione che continua a fare la storia dopo quasi mezzo secolo

Lanciata il 20 agosto 1977, Voyager 2 era stata progettata per una missione della durata di appena cinque anni dedicata all’esplorazione dei pianeti esterni del Sistema Solare, nel corso della sua straordinaria carriera è diventata l’unica sonda ad aver visitato da vicino Urano e Nettuno, fornendo immagini e dati che ancora oggi rappresentano una delle principali fonti di conoscenza su questi due giganti ghiacciati.

A bordo della sonda è presenta anche il celebre Golden Record, il disco dorato contenente immagini, suoni, musica e messaggi della Terra pensato come testimonianza dell’umanità nel caso in cui il veicolo venga un giorno intercettato da un’eventuale civiltà extraterrestre.

Nel 2018 Voyager 2 ha raggiunto un altro traguardo storico, attraversando l’eliopausa ed entrando ufficialmente nello spazio interstellare, seguendo il percorso già compiuto dalla gemella Voyager 1 nel 2012.

La stessa procedura verrà applicata anche a Voyager 1

Il successo dell’operazione Big Bang rappresenta una notizia importante anche per Voyager 1, che oggi si trova ancora più lontano dalla Terra; gli ingegneri della NASA prevedono infatti di replicare la stessa procedura nei prossimi mesi anche sulla sonda gemella, che al momento opera con due strumenti scientifici ancora attivi.

Entrambe le Voyager si avvicinano inoltre a un traguardo simbolico, nel 2027 celebreranno il loro 50° anniversario nello spazio, un risultato impensabile al momento del lancio.

La NASA stima che, continuando a gestire con attenzione l’energia residua, le due sonde possano continuare a trasmettere dati scientifici ancora per alcuni anni, probabilmente fino al termine di questo decennio, quando i generatori a radioisotopi non saranno più in grado di fornire energia sufficiente al funzionamento dei sistemi di bordo.