Nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2026, SpaceX ha lanciato Starship V3 per la prima volta. Dodicesimo volo integrato del programma, primo per la nuova generazione del veicolo spaziale più grande mai costruito. Il risultato è stato largamente positivo, con qualche intoppo che non ha però compromesso gli obiettivi principali della missione.

Il decollo è avvenuto alle 00:30 ora italiana dalla Starbase di Boca Chica, Texas, con 24 ore di ritardo rispetto al piano originale. Il primo tentativo del 21 maggio era stato annullato per un problema banale quanto fastidioso: un pin idraulico sul braccio di sgancio della torre di lancio che si rifiutava di retrarsi. Nessun difetto strutturale, nessun problema ai propellenti, nessun errore software. Solo un componente meccanico che non si è comportato come previsto. Il giorno successivo, il problema era risolto e il lancio è avvenuto senza ulteriori ostacoli.

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Un’intera generazione nuova

Il volo 12, indicato come IFT-12, segna il debutto di una nuova generazione quasi completa del sistema Starship: un nuovo Super Heavy, una nuova Ship, una nuova evoluzione dei motori Raptor e un nuovo pad di lancio a Starbase, il Pad 2. Non si tratta di aggiornamenti incrementali, ma di un riprogetto significativo che ha richiesto mesi di lavoro a terra e ripetuti slittamenti delle date di lancio, con finestre operative spostate dal 12 maggio all’ultimo momento del 21, ogni volta per completare verifiche su un veicolo interamente ridisegnato.

Il booster Super Heavy ha acceso tutti e 33 i motori Raptor 3 al decollo, poi ha perso uno dei motori durante la salita. Nonostante questo, il veicolo ha continuato la sua traiettoria fino alla separazione degli stadi. Il booster ha eseguito la manovra direzionale di flip che SpaceX voleva testare per le future missioni, ma non è riuscito ad accendere tutti i motori necessari per un boostback burn completo, la manovra che avrebbe permesso al razzo di tornare verso la base.

Il Super Heavy è quindi caduto nel Golfo del Messico, ma senza drammi: SpaceX non aveva intenzione di recuperarlo, a differenza di quanto fatto in voli precedenti con i bracci meccanici della torre di lancio. Questo volo era progettato per raccogliere dati, non per recuperare hardware.

La parte più rilevante del volo ha riguardato lo stadio superiore. La navicella ha mantenuto una traiettoria stabile anche se uno dei sei motori della Ship era fuori servizio: l’evento non ha compromesso il profilo di volo. Circa 30 minuti dopo il decollo, ha rilasciato in un tempo record 20 simulatori Starlink, di dimensioni simili ai satelliti Starlink V3 di nuova generazione, e due satelliti modificati equipaggiati con telecamere per riprendere lo scudo termico della capsula.

Le immagini della Ship riprese nello spazio dai satelliti modificati sono state trasmesse in diretta durante il volo: un momento visivamente significativo che ha mostrato il veicolo in orbita suborbitale con la Terra sullo sfondo, catturato da altri satelliti sullo stesso profilo di volo.

Durante il rientro nell’atmosfera, la Ship ha raccolto dati sulle prestazioni dello scudo termico, ha eseguito manovre di stress test per i flap posteriori e ha simulato la traiettoria che le future missioni seguiranno per tornare alla base di lancio. Dopo il landing flip e una burn di atterraggio su due motori Raptor, è ammarata e si è distrutta nell’Oceano Indiano. L’ammaraggio era pianificato: in questa fase del programma, la priorità è raccogliere dati sul comportamento del veicolo, non recuperarlo.

Cosa è andato bene, cosa no

Il bilancio è chiaro. Sul lato positivo: separazione degli stadi riuscita, Ship in grado di mantenere la traiettoria con un motore in meno, payload rilasciato correttamente, dati sullo scudo termico raccolti, manovre sperimentali sul rientro completate. Sul lato negativo: il boostback burn del Super Heavy non è stato completato per via dei motori che non si sono riaccesi tutti.

È un risultato coerente con la natura dei test di sviluppo. SpaceX non costruisce razzi per fare bella figura: costruisce razzi, li fa volare, raccoglie dati, capisce cosa non funziona e migliora. L’approccio iterativo che ha portato Falcon 9 a diventare il vettore commerciale più affidabile al mondo si applica anche a Starship, con la differenza che qui la scala di complessità è enormemente superiore.

Elon Musk si è congratulato con il suo team per quello che ha definito un “epico primo lancio e atterraggio della Starship V3”, aggiungendo che avevano “segnato un gol per l’umanità”. Un’iperbole, forse, ma il contesto aiuta a capire perché questo volo conta più di quanto la cronaca tecnica possa suggerire.

Nel frattempo SpaceX ha depositato i documenti per la sua IPO presso la Securities and Exchange Commission pochi giorni fa, con le azioni attese sul mercato il 12 giugno. Il primo volo riuscito di Starship V3, arrivato con questo tempismo, non è solo un traguardo ingegneristico: è anche un segnale per gli investitori che il programma avanza, che la tecnologia funziona e che la visione di SpaceX per il trasporto interplanetario ha basi concrete.

Starship è il veicolo su cui NASA conta per riportare gli astronauti sulla Luna nell’ambito del programma Artemis, ed è il mezzo con cui Musk vuole portare esseri umani su Marte. Ogni volo di test porta il programma un passo più vicino a quegli obiettivi. Il volo 12 ha confermato che la nuova generazione del sistema funziona, anche quando qualcosa non va esattamente come pianificato. Per un razzo di questa complessità, è già un risultato significativo.