Dieci minuti. Questo è il tempo necessario affinché l’uso di un chatbot IA inizi a danneggiare le capacità cognitive di una persona, riducendo la capacità di risolvere problemi e peggiorando drasticamente le prestazioni quando il supporto dell’intelligenza artificiale viene rimosso. Lo rivela uno studio congiunto condotto da ricercatori del MIT, delle Università di Oxford, Carnegie Mellon e UCLA, pubblicato qualche giorno fa su arXiv con un titolo che sembra non lasciare spazio ad alcun dubbio:”L’assistenza IA riduce la perseveranza e danneggia le prestazioni autonome”.

La ricerca ha coinvolto 1.222 partecipanti in una serie di esperimenti casuali ma controllati su compiti di ragionamento matematico e comprensione del testo. I risultati parlano chiaro, nonostante le premesse iniziali: l’intelligenza artificiale migliora le prestazioni nel breve termine ma i risultati ottenuti senza l’ausilio dell’IA sono peggiori, con una spiccata tendenza ad arrendersi di fronte alle difficoltà.

L’assistenza delle IA miglior ale prestazioni immediate ma comporta un pesante costo cognitivi“, dichiarano i ricercatori nel loro studio. Sono sufficienti dieci minuti di utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per rendere le persone dipendenti dalla tecnologia, portandoli a un peggioramento delle prestazioni e al burnout quando gli strumenti ausiliari vengono rimossi.

Equazioni con e senza chatbot

Il primo esperimento ha coinvolto 350 americani, che sono stati invitati a completare una serie di equazioni basate su frazioni. Metà dei partecipanti ha ricevuto un accesso casuale a un chatbot specializzato, basato su GPT-5 di OpenAI (che da poco ha lanciato un nuovo modello per la cyber difesa), mentre la restante metà ha dovuto procedere in completa autonomia. A metà dell’esame l’accesso all’IA è stato rimosso al gruppo assistito.

Questo intervento ha portato a un forte calo delle risposte corrette da parte del gruppo che ha potuto inizialmente contare sull’assistenza dell’intelligenza artificiale e nella maggior parte dei casi le persone si sono semplicemente arrese. Il risultato, che ha portato a un crollo di prestazioni e perseveranza, è stato replicato con un gruppo di 670 persone, e confermato successivamente con una serie di domande legate alla comprensione del testo piuttosto che esercizi matematici.

Rachit Dubey, professore assistente all’Università della California, coautore dello studio ha così commentato la ricerca:

“Una colta che l’IA viene tolta alle persone, non è solo che queste ultime danno le risposte sbagliate. Non sono nemmeno disposte a provare senza IA. La loro tenacia crolla”

Lo studio paragona l’uso della tecnologia all’effetto della “rana bollita”, in cui l’uso sostenuto dell’IA erode la motivazione e la persistenza che guidano l’apprendimento a lungo termine. Questi effetti si accumulano e nel momento in cui diventano visibili sono decisamente difficili da invertire. I ricercatori ipotizzano che la persistenza si riduca perché l’intelligenza artificiale condiziona le persone, portandole ad aspettarsi risposte immediate, negando di fatto l’esperienza di affrontare le sfide da sole.

È un meccanismo che mina alla radice il processo di apprendimento, visto che la capacità di persistere attraverso le difficoltà è fondamentale per l’acquisizione delle competenze e rappresenta uno dei fondamenti dell’apprendimento a lungo termine.

Dubey lancia un avvertimento che è particolarmente preoccupante in merito al settore educativo. La rapida implementazione dell’IA nelle scuole potrebbe portare a uan generazione di studenti che non avrà contezza delle proprie capacità, finendo per diluire l’innovazione e la creatività del genere umano.

In tutto questo i ricercatori hanno comunque trovato un piccolo punto luminoso legato all’IA: le persone ne ne fanno uso per suggerimenti e chiarimenti hanno avuto meno difficoltà nel lavorare senza aiuti rispetto alle persone che hanno utilizzato il chatbot per ottenere delle risposte. In altre parole, c’è una grossa differenza tra usare un bot come tutor, che guida l’utente verso la soluzione, piuttosto che usarla come sostituto del proprio pensiero. Il primo approccio mantiene attive le capacità cognitive, il secondo finisce per atrofizzare il cervello.

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Collaboratori miopi

Il nuovo studio è solo l’ultimo di una lunga lista di ricerche che provano a documentare gli effetti negativi dell’intelligenza artificiale sulle capacità cognitive. Il mese scorso uno studio di Boston Consulting Group aveva coniato il termine “AI brain fry” per descrivere l’affaticamento mentale derivante dall’utilizzo eccessivo di strumenti IA oltre la propria capacità cognitiva.

L’indagine su 1.488 lavoratori a tempo pieno ha rilevato che quando il lavoro relativo all’IA richiedeva alti livelli di supervisione, le persone spendevano il 14% in più di sforzo mentale. L’alta supervisione dell’AI era anche associata al 12% in più di affaticamento mentale e al 19% in più di sovraccarico informativo.

Molti intervistati hanno riferito una “nebbia” o un “ronzio” associato all’uso eccessivo dell’intelligenza artificiale che richiedeva loro di allontanarsi fisicamente dai computer. Altri hanno notato un aumento del numero di piccoli errori commessi a causa di questa stanchezza cerebrale. Nel mondo dell’educazione, gli effetti sono ancora più marcati. Studi hanno scoperto che l’uso dell’IA a scuola porta a scarso sviluppo sociale e intellettuale e che i ragazzi che si affidano ai chatbot tendono a ottenere risultati peggiori nei test.

Il problema fondamentale degli attuali sistemi di IA, secondo i ricercatori, è che sono fondamentalmente dei collaboratori miopi, ottimizzati per fornire risposte istantanee senza mai dire no, se non per ragioni di sicurezza. Il contrario di quello che fa invece un mentore umano, che non si limita a rispondere alle domande ma costruisce l’apprendimento, monitora i progressi e dà priorità alla crescita della persona rispetto ai risultati immediati.

L’intelligenza artificiale si limita quindi a fornire un aiuto, che per certi versi è straordinario, senza preoccuparsi dell’effetto che tale aiuto provoca sulle persone che lo riceve nel tempo.

Lo studio appena pubblicato non è ancora stato sottoposto a review, ma sta comunque sollevando degli interrogativi urgenti sulla facilità con cui i sistemi di IA vengono integrati nella società. La promessa era che tali soluzioni avrebbero liberato l’uomo dai compiti ripetitivi, ma sembra che in realtà rischino di privarci della capacità di ragionare autonomamente.