Il Tribunale Mercantile di Córdoba ha emesso un provvedimento che riaccende il dibattito europeo sul bilanciamento tra lotta alla pirateria e libertà della rete. LaLiga e Telefónica hanno ottenuto un’ordinanza che obbliga ProtonVPN e NordVPN a impedire l’accesso dalla Spagna a determinati indirizzi IP utilizzati per trasmettere illegalmente le partite di calcio. Il blocco dovrà attivarsi in modo dinamico durante gli eventi sportivi, seguendo in tempo reale le segnalazioni della lega.

È un passo ulteriore nella guerra al pezzotto condotta dalla lega calcistica spagnola, che dopo aver colpito siti web e singoli indirizzi IP ora punta direttamente ai servizi che permettono agli utenti di mascherare la propria posizione geografica.

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Un’ordinanza decisa senza avvisare le VPN: i dettagli

LaLiga ha comunicato che l’ordinanza è stata emessa senza preventiva notifica ai provider VPN coinvolti. Le aziende si trovano quindi di fronte a un obbligo immediato di bloccare gli IP segnalati, senza possibilità di sospensione automatica e senza margine per contestare la decisione prima che entri in vigore.

Secondo l’interpretazione della lega, il provvedimento riconosce che i servizi VPN svolgono un ruolo di intermediari tecnici nella catena di distribuzione dei contenuti piratati, e come tali possono essere chiamati a intervenire attivamente per bloccare l’accesso.

Proton, tuttavia, sostiene di non aver mai ricevuto comunicazione formale dell’ordinanza. L’azienda ritiene che un provvedimento mai notificato alle parti interessate presenti vizi procedurali che potrebbero renderlo contestabile in sede legale. La questione potrebbe quindi finire nuovamente davanti ai giudici.

VPN equiparate agli altri intermediari digitali

La lega calcistica spagnola ritiene che i provider VPN rientrino negli obblighi previsti dal Digital Services Act europeo, il regolamento sui servizi digitali che impone agli intermediari online di collaborare nel contrasto ai contenuti illegali.

Nell’ottica di LaLiga, le VPN non sono semplici strumenti per la privacy ma facilitatori che permettono agli utenti di aggirare i blocchi geografici e accedere a streaming protetti da diritti. Equipararle agli altri intermediari della filiera significa poterle coinvolgere direttamente nelle operazioni di blocco.

LaLiga presenta questa decisione come un precedente importante a livello europeo, citando quanto già avvenuto in Francia dove tribunali hanno iniziato a includere i provider VPN nelle misure antipirateria a partire dalla primavera dello scorso anno.

L’evoluzione dal 2022 a oggi

La Spagna ha costruito negli ultimi anni un arsenale giuridico sempre più sofisticato per combattere lo streaming illegale. Dal 2022 i tribunali possono ordinare blocchi rapidi e aggiornabili contro i siti pirata, superando i tempi lunghi delle cause tradizionali.

Nel 2024 l’attenzione si è spostata dal blocco dei domini al blocco degli indirizzi IP, una tattica più efficace ma che porta con sé il rischio di colpire servizi legittimi che condividono le stesse infrastrutture. È lo stesso problema che in Italia ha reso controverso Piracy Shield, con blocchi che hanno coinvolto siti e servizi estranei alla pirateria.

Ora con il coinvolgimento delle VPN si aggiunge un ulteriore livello: non basta più bloccare la fonte, bisogna impedire anche che gli utenti possano raggiungerla attraverso strumenti di anonimizzazione.

Nel mirino anche gli utenti finali

La strategia di LaLiga non si ferma all’infrastruttura. L’anno scorso la lega ha ottenuto dai tribunali la possibilità di richiedere agli operatori telefonici i dati identificativi degli utenti associati agli indirizzi IP rilevati durante la fruizione di streaming illegali, soprattutto attraverso piattaforme peer-to-peer come AceStream.

È un approccio che ricorda da vicino quanto successo in Italia con DAZN, che ha avviato richieste di risarcimento contro centinaia di utenti accusati di aver guardato partite attraverso canali pirata. Il messaggio è chiaro: non solo chi distribuisce i contenuti rischia conseguenze, ma anche chi li guarda.

LaLiga sta quindi costruendo un sistema di pressione a più livelli con blocco delle fonti, blocco degli strumenti per raggiungerle e identificazione di chi ci prova comunque. Resta da vedere se questa escalation porterà a risultati concreti nella riduzione della pirateria o se spingerà semplicemente gli utenti verso soluzioni ancora più difficili da intercettare.