Quando si parla di sanità e automazione, il confine tra fantascienza e realtà è spesso più sottile di quanto si possa immaginare, e Aletta ne è probabilmente uno degli esempi più concreti e, per certi versi, anche sorprendenti. Si tratta infatti del primo sistema di prelievo venoso completamente automatizzato al mondo, un robot in grado di gestire in autonomia una delle procedure diagnostiche più comuni in assoluto: il prelievo di sangue.

Un’operazione che, se da un lato è clinicamente semplice e routinaria, dall’altro viene vissuta con disagio da moltissimi pazienti e rappresenta una voce sempre più critica per le strutture sanitarie, soprattutto alla luce della cronica carenza di personale qualificato. È proprio in questo scenario che si inserisce Aletta, sviluppato dall’azienda olandese Vitestro, specializzata in robotica medica e intelligenza artificiale applicata alla diagnostica.

Cos’è Aletta, come funziona e perché è diverso da tutto il resto

Aletta non è un semplice supporto tecnologico, ma un sistema pensato per gestire l’intera procedura di prelievo senza intervento manuale diretto; l’operatore sanitario infatti, si limita a inserire nel dispositivo una cartuccia con le provette già etichettate, dopodiché è il robot a occuparsi di tutto il resto.

Il paziente, dal canto suo, deve solo confermare la propria identità tramite l’interfaccia del sistema, sedersi davanti alla macchina e appoggiare il braccio sull’apposito supporto. Un indicatore luminoso guida il corretto posizionamento, riducendo al minimo errori o movimenti involontari.

Una volta che il braccio è correttamente posizionato, entra in gioco il cuore tecnologico di Aletta, il sistema utilizza una combinazione di infrarosso vicino e ultrasuoni Doppler per individuare una vena idonea, riuscendo a distinguerla con precisione dalle arterie e valutandone posizione e condizioni.

Solo dopo aver verificato che tutto sia ottimale, Aletta procede con l’inserimento dell’ago, che avviene con precisione sub-millimetrica. Un dettaglio tutt’altro che secondario è che l’ago rimane fuori dal campo visivo del paziente, un accorgimento pensato per ridurre lo stress e la percezione del dolore, soprattutto per chi soffre di ansia o ha una forte avversione ai prelievi.

Al termine della procedura, il robot rimuove l’ago, applica la medicazione e si prepara automaticamente per il paziente successivo; in questo modo, un solo operatore qualificato può supervisionare fino a tre unità in parallelo, con evidenti benefici in termini di efficienza e carico di lavoro.

Un aspetto particolarmente rilevante è che Aletta non è un semplice prototipo, nell’estate del 2024 il dispositivo ha infatti ottenuto la certificazione European Medical Device Regulation (MDR) ed è già marcato CE, il che lo rende ufficialmente utilizzabile in ambito clinico in Europa.

Questo significa che il sistema ha superato i rigorosi requisiti previsti per i dispositivi medici, inclusa l’analisi e la gestione di tutti i rischi prevedibili legati all’uso, compresi quelli connessi all’esperienza del paziente e all’interazione uomo-macchina (anche se la normativa non prevede requisiti specifici sulla prevenzione di ansia o panico).

Non a caso, Aletta è già impiegato in alcuni ospedali e laboratori europei che hanno accettato di fare da early adopter, contribuendo alla validazione sul campo della tecnologia.

Curiosamente, la situazione è opposta oltreoceano, negli Stati Uniti Aletta non è ancora stato approvato dalla FDA e resta confinato a studi clinici e percorsi autorizzativi. Un’inversione di tendenza piuttosto interessante, considerando che spesso sono proprio gli USA a fare da apripista nell’adozione di nuove tecnologie medicali.

Guardando Aletta in funzione, l’impressione generale è quella di un sistema estremamente avanzato e ben progettato; qualche perplessità resta, ad esempio sul laccetto che stringe il braccio del paziente, che potrebbe risultare problematico per le persone più sensibili o soggette a panico durante il prelievo.

Detto questo, è difficile non vedere in Aletta un possibile punto di svolta per la diagnostica di routine: meno stress per i pazienti, maggiore standardizzazione delle procedure e un aiuto concreto alle strutture sanitarie sempre più sotto pressione.