Nuovo capitolo, per certi versi ancora più complicato, nella lunga battaglia legale che vede Apple accusata di esercitare un monopolio nella distribuzione delle app su iPhone; nelle ultime ore infatti, il giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers ha revocato la certificazione della class action che solo un anno fa aveva autorizzato, ribaltando ancora una volta la direzione del procedimento.

Una decisione tutt’altro che marginale, perché ridimensiona in modo drastico il potenziale impatto economico della causa e, soprattutto, mette in discussione l’intero impianto accusatorio, almeno nella sua forma attuale.

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Revocata la certificazione di una class action contro Apple

Per comprendere la portata dell’aggiornamento, occorre ricordare che l’azione collettiva era stata presentata da un gruppo di utenti iOS che accusava Apple di impedire l’acquisto e l’installazione di app al di fuori dell’App Store, mantenendo così il pieno controllo sui canali di distribuzione e sulle commissioni applicate agli sviluppatori. Secondo i querelanti, queste commissioni si rifletterebbero inevitabilmente sui consumatori finali, traducendosi in prezzi più alti per download e acquisti in-app.

Dopo un primo rifiuto di certificazione nel 2022, il caso era stato riammesso nel 2024 con un perimetro ristretto: potevano fare parte della class action solo i titolari di un account Apple che avessero speso almeno dieci dollari in acquisti digitali negli ultimi 17 anni; l’obbiettivo era quello di definire un gruppo omogeneo e rappresentativo per stimare il danno economico subito.

Il nodo della nuova decisione sta tutto nel modello matematico-statistico usato dagli accusatori per quantificare i danni, secondo quanto rilevato da un esperto ingaggiato da Apple, l’analisi presentava errori sistemici tali da compromettere l’affidabilità dell’intera metodologia.

Tra gli esempi citati:

  • il querelante Robert Pepper e l’utente Rob Pepper risultavano fusi in un’unica identità, pur essendo due persone diverse (ma con le stesse credenziali di pagamento e lo stesso indirizzo fisico)
  • oltre 40.000 transazioni riferite genericamente a persone con nome Kim sono state raggruppate senza alcun ulteriore criterio di verifica, rendendo impossibile distinguere chi fosse effettivamente coinvolto nel presunto danno

Per la giudice Rogers, un modello che confonde identità e non riesce a filtrare i consumatori effettivamente colpiti da quelli illesi non può essere utilizzato come base per una class action.

Apple ha accolto con favore la decisione, ribadendo la propria posizione: l’App Store è presentato come un ambiente sicuro e affidabile per gli utenti, oltre che una grande opportunità commerciale per gli sviluppatori.

I querelanti, tramite il loro legale Mark Rifkin, hanno invece espresso ovvia delusione e annunciato che stanno valutando i prossimi passi; se la certificazione fosse stata confermata, secondo alcune stime preliminari i risarcimenti avrebbero potuto ammontare a miliardi di dollari.

Per chi sperava che un’eventuale condanna potesse accelerare cambiamenti strutturali nel funzionamento dell’App Store (come apertura a store alternativi o sistemi di pagamento esterni), la decisione rappresenta uno stop momentaneo, ma non necessariamente definitivo.

L’azione legale potrebbe infatti essere nuovamente ripresentata con un modello di danno più preciso, procedere con una serie di cause individuali, oppure sfociare in un nuovo ricorso se i giudici d’appello riterranno la revoca ingiustificata.

Nel frattempo, il caso resta indicativo di quanto il controllo della piattaforma sia visto, spesso e volentieri, come uno degli strumenti più rilevanti dell’attuale posizione dominante di Apple nel sistema iOS.

La sensazione generale è che ci troviamo solo all’ennesima tappa di un contenzioso destinato a protrarsi ancora a lungo, anche perché la materia tocca il cuore del modello di business dell’App Store.

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