Meta avrebbe ridotto di quasi 6 miliardi di dollari il proprio conto con il fisco statunitense ricorrendo a una particolare classificazione dei propri datacenter, e secondo quanto riportato dal New York Times alcune delle grandi strutture realizzate dall’azienda per l’intelligenza artificiale sarebbero state registrate come impianti sperimentali, o “modelli pilota”, consentendo così di applicare ai chip acquistati i crediti d’imposta destinati alle attività di ricerca e sviluppo.
Dell’ingegneria finanziaria con cui Meta sta costruendo le proprie infrastrutture per l’IA avevamo del resto già scritto lo scorso luglio, quando un’analisi aveva ricostruito come il debito fuori bilancio dell’azienda avesse raggiunto i 420 miliardi di dollari, quasi il triplo di quello effettivamente registrato nei conti ufficiali, con il datacenter Hyperion in Louisiana a fare da caso di scuola. Andiamo a scoprire di cosa si tratta questa volta.
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Lo stratagemma di Meta che fa storcere il naso
La vicenda ruota attorno a un’agevolazione fiscale introdotta negli Stati Uniti per spingere le aziende a investire in progetti di ricerca caratterizzati da un certo grado di rischio, il cui principio di fondo consiste nel compensare parzialmente le imprese quando sostengono costi per attività sperimentali che potrebbero non portare ai risultati sperati, mentre le regole fiscali escludono espressamente che lo stesso credito possa essere utilizzato per le normali attività operative.
Ed è proprio su questo punto che si concentra la contestazione, dato che Meta avrebbe adottato classificazioni differenti a seconda della destinazione d’uso dei propri impianti, trattando come infrastrutture operative quelli dedicati ai tradizionali servizi di cloud computing e archiviazione dei dati, mentre alcune strutture destinate all’intelligenza artificiale sarebbero finite nella categoria dei modelli pilota, con una contabilizzazione diversa applicata anche ai chip destinati alle une e alle altre.
La strategia sarebbe stata avviata circa due anni fa e nel 2024 avrebbe permesso all’azienda di ridurre le imposte di circa 2 miliardi di dollari, cifra poi salita a quasi 4 miliardi nell’esercizio fiscale 2025 per un totale che si avvicina ai 6 miliardi complessivi, tanto che secondo il quotidiano statunitense Meta sarebbe diventata il principale beneficiario noto di questo specifico credito tra tutte le società quotate.

I dubbi dei contabili e la difesa dell’azienda
Prima di andare avanti, segnaliamo che la stessa Meta, nei documenti finanziari esaminati dal New York Times, riconosce l’esistenza di “incertezze relative ai nostri crediti d’imposta per la ricerca” e ammette la possibilità che una parte delle somme richieste venga contestata dall’Internal Revenue Service, l’agenzia fiscale federale statunitense.
Anche il ruolo dei consulenti finisce sotto osservazione, visto che EY, società incaricata della revisione contabile di Meta, avrebbe approvato l’impostazione arrivando a suggerire, sempre secondo il quotidiano, che anche altre aziende potrebbero adottare un approccio analogo. Molto più netta la posizione di Lisa De Simone, ex consulente fiscale della stessa EY, che ha commentato così la vicenda:
“Meta sta richiedendo miliardi di dollari di benefici fiscali che i suoi stessi contabili stanno dicendo agli investitori essere a rischio di annullamento da parte dell’IRS“.
Dal canto suo l’azienda difende la propria lettura delle norme, e il portavoce Andy Stone ha dichiarato che “Meta è uno dei maggiori investitori in ricerca e sviluppo negli Stati Uniti. Come altre aziende che investono a questa scala, utilizziamo gli incentivi fiscali che il Congresso ha istituito decenni fa per incoraggiare questo tipo di investimento nazionale“.
Numeri che pesano sul bilancio federale
Per capire la portata della vicenda conviene guardare alle stime del Joint Committee on Taxation, secondo cui i crediti fiscali per le attività sperimentali sarebbero costati al governo statunitense circa 32,1 miliardi di dollari nel corso del 2025, il che significa che le sole richieste avanzate da Meta rappresenterebbero attorno al 10% dell’intero ammontare.
C’è poi un indizio che arriva direttamente dai conti dell’azienda, perché le riserve destinate a coprire eventuali contestazioni fiscali sarebbero passate in due anni da 12,9 a 18,74 miliardi di dollari, con un incremento vicino al 45%, e nei documenti depositati proprio i crediti legati alla ricerca compaiono tra le principali posizioni che l’IRS potrebbe mettere in discussione.
Questo non è peraltro il primo esame a cui Meta viene sottoposta su questo fronte, dato che l’azienda sta già affrontando una controversia da circa 16 miliardi di dollari tra imposte e sanzioni che il fisco statunitense ritiene riconducibili a profitti trasferiti alle Isole Cayman.
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