Grazie al James Webb Space Telescope e alla sua sensibilità senza precedenti, gli astronomi potrebbero aver scovato una delle supernove più distanti mai osservate. La sua luce ha viaggiato per circa 11,7 miliardi di anni, partendo da quando l’universo era ancora un “bambino” di appena 2 miliardi di anni. Si chiama SN 2023aeaf e rappresenta una finestra unica sulla morte delle stelle massicce nell’universo primordiale.

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Una supernova nell’universo giovane

Le supernove sono eventi relativamente comuni, ma osservarle quando l’universo era così giovane è una sfida titanica. Il JWST, con la sua Near Infrared Camera (NIRCam), ha permesso di rilevare SN 2023aeaf durante il survey COSMOS-Web, un programma di 255 ore che ha coperto 0,54 gradi quadrati su quattro filtri. Il team guidato da Valeria Aparicio dell’Institute for Astronomy dell’Università delle Hawaii ha misurato per questa supernova un redshift di 3,195, che corrisponde a un’epoca in cui l’universo aveva circa 2 miliardi di anni.

Per avere un’idea della distanza, pensate che la luce ha impiegato 11,7 miliardi di anni per raggiungerci. È una delle supernove più lontane mai confermate, e lo studio, pubblicato su The Astrophysical Journal il 13 agosto 2026, offre uno sguardo ravvicinato sulle condizioni chimiche primordiali. I ricercatori hanno stimato che la stella progenitrice avesse una massa di circa 12 volte quella del Sole ed era circondata da circa mezza massa solare di materiale circumstellare, un dettaglio che aiuta a ricostruire gli ultimi istanti di vita dell’astro.

Una galassia ospite giovane e povera di metalli

Osservare la supernova è stata la parte più facile: per capire il contesto, gli astronomi hanno studiato lo spettro della galassia che la ospita.
JWST scopre supernova a 11,7 miliardi di anni luce: è tra le più lontane 1

Utilizzando il programma di fitting Prospector su dati spettroscopici e fotometrici, hanno scoperto che si tratta di una galassia nana a bassa massa, ancora in fase di formazione stellare, con una percentuale molto bassa di elementi più pesanti dell’elio (i cosiddetti “metalli”, in gergo astronomico). “L’ambiente ospite a bassa massa e povero di metalli di SN 2023aeaf è coerente con le aspettative per le esplosioni di stelle massive in galassie chimicamente giovani a z ∼ 3”, scrive il team nel paper.

Queste galassie primitive sono proprio i luoghi in cui ci si aspetta che le stelle massicce esplodano, perché l’universo non aveva ancora avuto il tempo di arricchirsi di elementi pesanti. In pratica, osservare SN 2023aeaf significa vedere da vicino come morivano le stelle quando il cosmo era ancora in gran parte composto da idrogeno ed elio.

Per classificare l’esplosione, i ricercatori hanno confrontato la fotometria JWST con modelli spettrofotometrici di supernovi a collasso di nucleo e di Tipo Ia, affiancandoli anche alle osservazioni nell’ultravioletto del telescopio Swift. Il risultato? Una probabilità del 97,2% che si tratti di una supernova di Tipo II, quella che si verifica quando una stella massiccia esaurisce il combustibile nucleare e il suo nucleo di ferro collassa sotto la propria gravità. Lo spettro della supernova vera e propria, purtroppo, era mascherato dall’emissione della galassia ospite (in particolare dalla riga Hα), quindi la classificazione si basa principalmente sui dati fotometrici, ma il team è convinto della solidità della diagnosi.

Grazie a scoperte come questa, il JWST continua a spingere i confini della nostra conoscenza, regalandoci istantanee di un passato cosmico che fino a pochi anni fa era impossibile da osservare. La prossima volta che guarderete il cielo notturno, pensate che quella supernova là fuori, esplosa miliardi di anni fa, ha appena svelato i segreti della sua galassia nana.