Avevamo raccontato a fine maggio di come una grande esplosione avesse distrutto il razzo New Glenn di Blue Origin insieme alle strutture del Launch Complex 36A a Cape Canaveral, in Florida, proprio mentre l’azienda si preparava a lanciare 48 satelliti della costellazione Amazon Leo, e avevamo poi seguito anche le prime rassicurazioni contrastanti arrivate all’inizio di giugno, quando la stessa NASA sembrava molto meno ottimista di Blue Origin sui tempi di ripristino della piattaforma.
Si era trattato di una battuta d’arresto importante per la società di Jeff Bezos, in un momento in cui il nuovo vettore aveva già ottenuto diversi successi ma sollevato anche qualche problematica, come il fallimento dell’immissione in orbita del satellite AST SpaceMobile BlueBird 7.
Blue Origin si era attivata immediatamente per ripristinare le strutture di lancio, promettendo di tornare a volare entro la fine dell’anno. Ebbene, nonostante si tratti di una sfida impegnativa, le operazioni sembrano procedere rapidamente, e questo potrebbe permettere un nuovo lancio di New Glenn entro la fine del 2026 o all’inizio del 2027, un momento chiave sia per l’attività dell’azienda sia per programmi spaziali più importanti come Artemis, con la missione Artemis III attualmente prevista per la seconda metà del prossimo anno.
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La valvola dell’ossigeno sotto accusa
Nelle scorse ore Dave Limp, CEO di Blue Origin, ha rivelato quella che potrebbe essere stata la causa dell’esplosione. In un post su X, l’alto dirigente ha dichiarato: “Volevo fornire un aggiornamento sull’indagine dell’anomalia del test statico di accensione dei motori. I progressi continuano“.
Secondo quanto riportato, l’anomalia si sarebbe originata nella valvola principale dell’ossigeno su uno dei motori BE-4 alla base del primo stadio, una conclusione confermata non solo dai dati telemetrici ma anche dall’hardware recuperato sul luogo dell’incidente e dalle ispezioni successive.
Blue Origin ha quindi individuato la parte che sarebbe stata all’origine dell’esplosione, e questo le ha permesso di concentrare l’attenzione su un singolo componente, introducendo nuovi test ed eseguendo accensioni di prova dei propulsori.
Un dettaglio interessante è che l’azienda ha deciso di apportare alcune modifiche di lieve entità alla valvola coinvolta, modifiche che possono essere installate anche sui motori BE-4 già esistenti, evitando così di dover costruire ex novo altri propulsori, con il conseguente spreco di tempo e denaro che ne sarebbe derivato. Nel frattempo è già in fase attiva di produzione l’hardware aggiornato, che dovrebbe essere pronto entro la fine di agosto.


Per assicurarsi che tutto sia stato valutato correttamente, Blue Origin sta proseguendo l’analisi dei dati per ridurre ulteriormente i rischi residui. I propulsori BE-4, che funzionano a metano e ossigeno criogenici, sono installati sia sui vettori New Glenn sia sul Vulcan Centaur di ULA, quest’ultimo attualmente bloccato a terra sia a causa dei problemi ai BE-4 sia per quelli riscontrati sui booster laterali con propellente allo stato solido GEM 63XL.
Vale la pena ricordare quanto New Glenn sia diventato ormai centrale per una serie di missioni molto diverse tra loro. Il vettore verrà inoltre utilizzato per portare nello spazio il lander Blue Moon Mark 2 nell’ambito della missione Artemis III, rendendo dunque il ritorno al volo di New Glenn un passaggio cruciale non solo per gli interessi commerciali di Blue Origin, ma anche per il programma di ritorno umano sulla Luna della NASA.
Un anno già segnato da più di un ostacolo
Il 2026, va detto, non è stato finora un anno semplice per il programma New Glenn. Oltre all’esplosione di maggio, il vettore aveva già dovuto affrontare il fallimento dell’immissione in orbita del satellite AST SpaceMobile BlueBird 7, un episodio che aveva sollevato dubbi sulla piena affidabilità del razzo anche nelle missioni riuscite solo parzialmente.
La combinazione di questi due eventi rende quindi ancora più importante il fatto che Blue Origin sia riuscita a individuare così rapidamente la causa specifica dell’esplosione di maggio, invece di dover proseguire per mesi con un’indagine ancora aperta su cosa fosse realmente accaduto sulla piattaforma di lancio.
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