C’è un momento, nella storia dei grandi programmi spaziali, in cui la pressione politica e la realtà ingegneristica entrano in collisione frontale. Di solito vince la pressione politica, e di solito finisce male. Il Challenger era pronto a non volare quella mattina del gennaio 1986: i tecnici di Morton Thiokol avevano segnalato i problemi agli O-ring con temperature sotto zero, avevano scritto memo, avevano alzato la mano. La pressione a rispettare il calendario era più forte. Sappiamo come andò.
La NASA che ha ridisegnato Artemis III, trasformando quello che doveva essere il grande ritorno sulla Luna in una missione di prova in orbita terrestre bassa, è una NASA che ha imparato qualcosa. Non tutto, forse. Ma qualcosa sì.
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Perché posticipare
Il contesto, per chi non ha seguito la vicenda nelle ultime settimane, è questo: Artemis II ha volato il 1° aprile 2026, quattro astronauti attorno alla Luna e ritorno, la missione più lontana dalla Terra con equipaggio umano dai tempi dell’Apollo. Un successo pieno, con il modulo Orion rientrato il 10 aprile e già smontato a Kennedy per l’analisi post-volo. Il programma funziona. Il problema era il passo successivo.
Artemis III doveva essere l’allunaggio, il momento che tutti attendevano da decenni, il ritorno della specie umana su un altro corpo celeste. Il problema è che un allunaggio richiede un lander, e i lander non erano pronti. SpaceX ha accumulato ritardi su Starship, Blue Origin ha il suo Blue Moon Mark 2 in fase di test robotico, e mettere insieme un Orion con equipaggio e un lander commerciale mai collaudato con astronauti a bordo sarebbe stato, per usare il linguaggio tecnico dell’ingegneria aerospaziale, una pessima idea.
Così a febbraio 2026 la NASA ha preso la decisione che nessuno voleva prendere ma che tutti i tecnici speravano qualcuno prendesse: Artemis III resterà in orbita terrestre bassa, testerà il rendezvous e l’attracco con i lander commerciali, raccoglierà dati, ridurrà il rischio. L’allunaggio si sposta ad Artemis IV, nel 2028.
Chi conosce la storia del programma Apollo riconosce immediatamente la logica. Era il marzo del 1969, e la NASA fece volare Apollo 9 in orbita terrestre: niente Luna, niente atterraggio, solo il modulo di comando e il modulo lunare che si agganciavano e sganciano a poche centinaia di chilometri dalla Terra, con Jim McDivitt, David Scott e Rusty Schweickart a bordo. Una missione che nessuno ricorda. Una missione senza la quale Apollo 11 non sarebbe mai partito.
Artemis III è lo stesso ragionamento, applicato a una situazione più complicata. Perché questa volta i lander non sono un solo veicolo progettato internamente dalla NASA, ma due sistemi commerciali sviluppati da aziende private con timeline proprie, priorità proprie e una certa tendenza a comunicare con l’agenzia in termini ottimistici che la realtà poi corregge. Il capo del programma Moon to Mars, Jared Isaacman, ha riferito al Congresso che sia SpaceX che Blue Origin lo hanno informato che i loro lander non saranno pronti prima della fine del 2027. Non esattamente la finestra ideale per un allunaggio.
Una missione complessa
I dettagli tecnici della missione ridisegnata sono stati resi pubblici dalla NASA il 14 maggio 2026, e contengono alcune scelte interessanti.
Al posto del consueto stadio superiore propulsivo, Artemis III utilizzerà quello che la NASA chiama uno “spacer”, una struttura non propulsiva con la stessa massa e le stesse dimensioni dello stadio reale. Sarà il modulo di servizio Orion, costruito dall’ESA europea, a fornire la propulsione per circolarizzare l’orbita. È una scelta deliberata: l’orbita bassa terrestre offre più finestre di lancio per ciascun elemento della missione, aumentando le probabilità di far incontrare tutti i pezzi del puzzle nello stesso posto al momento giusto.
I quattro astronauti dell’equipaggio, ancora da annunciare, trascorreranno più tempo a bordo di Orion rispetto agli astronauti di Artemis II, per raccogliere ulteriori dati sui sistemi di supporto vitale. Per la prima volta verrà dimostrato il sistema di attracco, e un nuovo scudo termico aggiornato verrà testato al rientro, per consentire profili di rientro più flessibili e robusti per le missioni future.
L’elemento più significativo, però, è la complessità logistica: per la prima volta nella storia, la NASA coordinerà una campagna di lancio che coinvolge tre veicoli spaziali separati provenienti da più fornitori. Il razzo SLS porterà quattro astronauti in Orion in orbita terrestre bassa. Già in attesa ci saranno il pathfinder del sistema di atterraggio umano Starship di SpaceX e il pathfinder Blue Moon Mark 2 di Blue Origin, lanciati separatamente dai rispettivi fornitori commerciali.
Jeremy Parsons, il funzionario NASA responsabile del programma Moon to Mars, lo ha definito senza mezzi termini “una delle missioni più complesse che la NASA abbia mai intrapreso.” Non è retorica: orchestrare tre lanci separati con hardware di tre organizzazioni diverse, far incontrare tutto in orbita e gestire le operazioni congiunte è qualcosa che non è mai stato fatto prima, nemmeno durante l’era della Stazione Spaziale Internazionale.
C’è una domanda che vale la pena farsi, però, ed è quella che i critici del programma stanno facendo da mesi: tutto questo ritardo è una scelta saggia o è l’ennesima prova che il programma Artemis, nato con ambizioni politiche più che ingegneristiche, non riesce a trovare un ritmo sostenibile?
La risposta onesta è: entrambe le cose, e non si escludono a vicenda.
Artemis III era inizialmente previsto per il lancio nel 2025. Poi è slittato, e ancora, e ancora. I ritardi di Starship, i contratti riaperti, le discussioni su chi costruirà il lander definitivo, tutto questo ha un costo che non è solo economico ma di credibilità e di momentum. Ogni volta che una data slitta, una nuova generazione di ingegneri e appassionati si chiede se il programma sia davvero serio o sia un esercizio di comunicazione istituzionale.
Allo stesso tempo, la decisione di non volare sulla Luna finché i sistemi non sono pronti è esattamente il tipo di cultura della sicurezza che la NASA ha faticato per decenni a mantenere contro le pressioni politiche e di calendario. È facile prendere quella decisione quando i tempi sono comodi. È molto più difficile prenderla quando il Congresso, i media e l’opinione pubblica vogliono lo spettacolo.
Artemis III è prevista per la fine del 2027. L’allunaggio, se tutto andrà come pianificato, sarà Artemis IV nel 2028. Cinquantasei anni dopo Apollo 17, l’ultima volta che un essere umano ha lasciato un’impronta su un suolo che non fosse questo pianeta.
Nel frattempo, al Kennedy Space Center, i quattro motori RS-25 dello stadio centrale SLS sono attesi dallo Stennis Space Center entro luglio 2026 per l’integrazione. I tecnici lavorano in turni, le checklist vengono spuntate una per una, gli O-ring vengono controllati con più attenzione di quanto non si facesse quarant’anni fa.
La prova generale è in corso. Lo spettacolo, quello vero, è ancora da venire.
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