Uno studio condotto da ricercatori del Dartmouth College ha scoperto che i dati raccolti passivamente da uno smartwatch Garmin Vivoactive 4s sono riusciti a identificare un gruppo clinicamente distinto di pazienti con depressione il cui livello di compromissione non era emerso dalle valutazioni standard. La scoperta ha implicazioni importanti per il monitoraggio e la diagnosi dei disturbi depressivi, ma solleva anche domande che richiedono ulteriori approfondimenti.

Lo studio ha coinvolto 297 adulti con diagnosi confermata di disturbo depressivo maggiore, che hanno indossato l’orologio Garmin continuativamente per 90 giorni.

Un’applicazione per smartphone funzionava passivamente in background, registrando comportamenti come tempo di utilizzo dello schermo, chiamate e messaggi in uscita, e durata delle conversazioni rilevate dal microfono. Scopriamone i dettagli.

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Cosa ha scoperto lo studio

L’analisi dei dati accumulati ha prodotto due gruppi. Il gruppo più numeroso, che comprendeva l’85,7% dei partecipanti, mostrava letture nella media su tutte le misurazioni. Il secondo gruppo, che rappresentava il restante 14,3%, presentava uno schema costante di sonno disturbato, variabilità della frequenza cardiaca (HRV) cronicamente bassa e ridotto coinvolgimento sociale.

La cosa interessante è che entrambi i gruppi riportavano livelli simili di sintomi depressivi sui questionari clinici standard. Ma quando i ricercatori hanno valutato quanto bene i partecipanti funzionassero nella vita quotidiana, mantenendo il lavoro e le relazioni, il secondo gruppo risultava misurabilmente peggio.

In pratica, lo smartwatch Garmin aveva rilevato una distinzione che il colloquio clinico non aveva colto.

Garmin Venu e Garmin vivoactive 4s

Il ruolo della variabilità della frequenza cardiaca

La variabilità della frequenza cardiaca è una misura della variazione nel tempo tra battiti cardiaci successivi. Una lettura alta indica un sistema nervoso autonomo adattabile e reattivo, che passa efficientemente tra stati di sforzo e recupero. Una lettura persistentemente bassa, d’altro canto, indica l’opposto ovvero un sistema sotto stress, con capacità compromessa di regolazione emotiva e recupero dallo stress.

La connessione tra HRV e depressione è ben documentata nella letteratura scientifica. Studi precedenti hanno dimostrato che le persone con depressione maggiore tendono ad avere un’HRV più bassa rispetto ai soggetti sani. Al contrario, un’HRV elevata è correlata con umore positivo, regolazione emotiva efficace, flessibilità e coinvolgimento sociale.

C’è però un aspetto importante da considerare. Proprio due giorni prima della pubblicazione di questo studio, una ricerca separata aveva dimostrato che i sensori ottici da polso di Garmin producono letture di HRV che deviano sostanzialmente dalle misurazioni cliniche con elettrocardiogramma. Gli errori superavano i 100 millisecondi in alcuni partecipanti, senza una direzione coerente dell’errore tra i diversi individui.

Lo studio sulla depressione si basa sulla stessa generazione di tecnologia dei sensori. Il problema dell’accuratezza non dipende dalla generazione del dispositivo o dalla versione del software: è una limitazione intrinseca della misurazione ottica del flusso sanguigno attraverso il polso, che nessun aggiornamento firmware o sensore di nuova generazione potrà risolvere completamente.

Lo studio non suggerisce che i wearable possano diagnosticare la depressione

È fondamentale chiarire che lo studio non suggerisce che i wearable consumer possano diagnosticare la depressione. Ogni partecipante aveva già una diagnosi confermata. Il dispositivo ha potenzialmente identificato un sottogruppo all’interno di pazienti già diagnosticati.

Un periodo di letture HRV notturne basse non indica di per sé una malattia. Quello che la ricerca suggerisce è che i dati passivi continui raccolti da un dispositivo già presente al polso del paziente possono fornire informazioni clinicamente rilevanti che né il paziente né il suo medico avrebbero altrimenti a disposizione.

Per circa uno su sette partecipanti nel gruppo più compromesso, lo smartwatch rifletteva un peso che le risposte ai questionari non rivelavano.

Una scoperta da non sottovalutare

Questo è, come minimo, un risultato che vale la pena approfondire con campioni più ampi e rappresentativi in quanto la possibilità che uno smartwatch possa aiutare i clinici a identificare pazienti che stanno peggio di quanto riferiscano è intrigante, ma richiede validazione su scala più ampia prima di poter essere tradotta in pratica clinica.