La Francia compie un passo deciso, e per certi versi storico, nel dibattito europeo sulla tutela dei minori online; nelle scorse ore infatti, l’Assemblea nazionale ha approvato l’articolo chiave di un disegno di legge che punta a vietare l’accesso ai social media ai minori di 15 anni, rendendo il Paese il primo in Europa a muoversi in questa direzione.

Si tratta di una misura fortemente sostenuta dal presidente Emmanuel Macron, ampiamente condivisa da gran parte dello spettro politico e che nasce da mesi di discussioni, studi e rapporti sugli effetti dei social network sulla salute mentale dei più giovani. Ma, come spesso accade, tra l’intenzione politica e l’applicazione pratica non mancano nodi critici e interrogativi ancora aperti.

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Cosa prevede la legge approvata dall’Assemblea nazionale

Il testo, presentato dalla deputata Laure Miller del partito Renaissance (oggi Ensemble pour la République), stabilisce in modo piuttosto chiaro che l’accesso a un servizio di social network online fornito da una piattaforma è vietato ai minori di età inferiore ai 15 anni. Nel perimetro rientrano le principali piattaforme social, tra cui TikTok, Instagram, Snapchat e Facebook.

Il voto in Assemblea nazionale ha visto 116 voti favorevoli e 23 contrari (in un’altra votazione successiva il margine si è ulteriormente ampliato), segno di un consenso politico piuttosto trasversale; non a caso, il provvedimento è stato sostenuto anche dal Raggruppamento Nazionale, mentre le critiche sono arrivate soprattutto da La France Insoumise, che ha sollevato dubbi sull’effettiva applicabilità del divieto e sul rischio di alimentare ulteriore sfiducia nei confronti delle istituzioni.

Secondo i promotori, la misura è necessaria per proteggere i minori da contenuti estremi e potenzialmente traumatici, come immagini di violenze, omicidi di massa o video esplicitamente disturbanti, ma anche da dinamiche più sottili legate agli algoritmi, alla pressione sociale e alla diffusione di contenuti autolesionisti.

Il ruolo di Macron e l’urgenza politica

Il presidente Emmanuel Macron ha sostenuto pubblicamente l’iniziativa, definendola un passaggio fondamentale per la tutela delle nuove generazioni. In un messaggio diffuso nei giorni precedenti al voto, ha ribadito che le emozioni dei nostri bambini e adolescenti non sono in vendita o manipolabili, facendo riferimento diretto al ruolo delle grandi piattaforme digitali e dei loro algoritmi.

L’urgenza politica è stata ulteriormente rafforzata da recenti fatti di cronaca, tra cui un grave episodio di violenza avvenuto in una scuola media francese, che ha riacceso il dibattito sull’influenza dei social media sul comportamento e sul benessere psicologico dei più giovani; non è un caso, dunque, che il governo abbia attivato una procedura legislativa accelerata, con l’obbiettivo di arrivare all’entrata in vigore della legge già a settembre, in concomitanza con l’inizio del nuovo anno scolastico.

Il vero nodo: la verifica dell’età e il quadro europeo

Come spesso accade in questi casi, la questione più delicata riguarda la verifica dell’età degli utenti. La Francia aveva già approvato nel 2023 una legge che fissava a 15 anni la cosiddetta maggiore età digitale, ma quella norma non è mai entrata in vigore proprio per l’assenza di un sistema tecnico efficace e compatibile con il diritto europeo.

Anche questa volta il rischio è lo stesso, e per evitare un nuovo stallo il governo sta valutando l’introduzione di una terza parte fidata incaricata di verificare l’età degli utenti, che non sarebbe né lo Stato né direttamente le piattaforme social; tra le ipotesi sul tavolo ci sono il riconoscimento facciale o il caricamento di documenti d’identità, soluzioni che però sollevano evidenti interrogativi in termini di privacy e protezione dei dati personali.

Sul fronte europeo, la Commissione UE ha chiarito che la Francia ha il diritto di adottare una simile misura, purché compatibile con il Digital Services Act (DSA); sarà poi compito delle piattaforme adeguarsi alla legislazione nazionale, sotto la supervisione delle autorità europee.

Un contesto internazionale sempre più restrittivo

La scelta francese non arriva dal nulla, come mostrano gli esempi internazionali il tema è ormai globale; l’Australia ha già approvato una delle leggi più severe al mondo, vietando i social ai minori di 16 anni senza eccezioni, mentre la Cina applica da tempo limiti rigidi basati su fasce d’età e riconoscimento facciale.

Anche in Europa qualcosa si muove, la Norvegia sta valutando di alzare l’età minima a 15 anni utilizzando sistemi di identificazione digitale nazionale, mentre negli Stati Uniti diversi stati hanno introdotto restrizioni, seppur tra ricorsi legali e blocchi giudiziari legati alla libertà di espressione.

Cosa succede ora

Il disegno di legge passerà ora al Senato, con un voto atteso entro la fine di febbraio; se approvato senza modifiche sostanziali, il divieto potrebbe entrare in vigore già dal 1° settembre, con un periodo transitorio per consentire alle piattaforme di disattivare gli account non conformi.

Resta però aperto il dibattito sull’efficacia reale di un divieto totale rispetto a strategie alternative, come l’educazione digitale, il rafforzamento delle responsabilità delle piattaforme e un maggiore coinvolgimento delle famiglie. Un tema complesso, che difficilmente troverà una risposta definitiva nel breve periodo.