L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro. È una delle preoccupazioni che negli ultimi anni sono diventate più comuni ogni volta che si parla di IA e futuro dell’occupazione. Ma secondo Mustafa Suleyman, amministratore delegato di Microsoft AI, i timori legati alla perdita dei posti di lavoro sono esagerati.

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La posizione di Suleyman

La posizione di Suleyman (espressa poche ore prima dell’evento Windows e Surface che era incentrato sull’IA) parte da una distinzione importante, quella tra i singoli compiti e il lavoro nel suo complesso. Secondo Suleyman, la maggior parte dei compiti svolti al computer da avvocati, contabili, project manager e addetti al marketing potrebbe essere completamente automatizzata da un’IA. Questo, però, non significa necessariamente che queste professioni siano destinate a scomparire. Il punto centrale del ragionamento è che automatizzare alcune attività non equivale a cancellare un’intera professione. Il lavoro complessivo rimane, mentre una parte delle attività viene svolta molto più rapidamente dalle macchine. L’IA, in questa visione, cambia soprattutto il modo e la velocità con cui le persone lavorano. A sostegno di questa idea Suleyman ha rilanciato una stima dell’economista del MIT e premio Nobel Daron Acemoglu, secondo cui nei prossimi dieci anni l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire circa il 5% del lavoro umano negli Stati Uniti. Il dato, però, va letto con attenzione, perché la posizione di Acemoglu è più articolata di quanto possa sembrare.

Da dove arriva la stima del 5%

La stima è di Acemoglu, che l’ha riproposta in un saggio uscito a luglio sul primo numero di The Humanist Review, rivista edita da Microsoft AI. Il ragionamento dell’economista è abbastanza semplice. L’intelligenza artificiale potrebbe essere tecnicamente in grado di automatizzare circa il 20% del lavoro negli Stati Uniti, soprattutto le attività d’ufficio più semplici, ma nell’arco di dieci anni, secondo Acemoglu, le aziende ne automatizzerebbero soltanto un quarto, cioè il 5%. Lo stesso economista definisce il dato una stima approssimativa.

Il passaggio fondamentale è quindi tra ciò che l’IA può fare e ciò che le aziende riescono davvero a usare. Acemoglu riconosce che i modelli sono migliorati più rapidamente di quanto lui stesso avesse previsto, ma sostiene che gli strumenti che le aziende possono adottare con facilità non abbiano fatto lo stesso salto. I risultati ottenuti dall’IA nella scrittura del codice, nella progettazione software o nella diagnostica radiologica sono notevoli, ma maturano in laboratorio, dove il contesto è chiaro e i compiti sono ben delimitati. Nel mondo reale il quadro è più complicato. Gli ingegneri devono spesso dedicare molto tempo al debug del codice scritto dall’IA, mentre medici e radiologi non riescono a combinare la propria competenza con questi strumenti, con esiti non ottimali. È uno dei motivi per cui, secondo Acemoglu, le evidenze raccolte nelle aziende risultano meno convincenti di quelle ottenute in laboratorio.

L’IA può cambiare un lavoro senza eliminarlo

Le previsioni sulla fine di alcune professioni non sono una novità. Diverse ondate di previsioni hanno annunciato la scomparsa di radiologi, autisti e contabili, ma finora nulla di tutto ciò è accaduto, ricorda Acemoglu. Gli ospedali hanno ancora bisogno di radiologi, anzi più di prima, e continuano a esistere giornalisti, legali, contabili e impiegati. Questo non significa che l’IA non stia cambiando il lavoro, ma che la trasformazione può arrivare prima della sostituzione. Per lo stesso motivo il 5% non significa che il restante 95% dei posti di lavoro sia al sicuro. Un’azienda potrebbe avere bisogno di meno persone per svolgere una determinata attività anche se l’IA non è in grado di gestire da sola l’intera professione. Le posizioni di Suleyman e Acemoglu, inoltre, non sono sovrapponibili. Il manager di Microsoft parla delle capacità tecniche che l’IA può raggiungere in determinati lavori d’ufficio, mentre l’economista cerca di stimare quanto di quelle capacità verrà realmente utilizzato dall’economia statunitense nei prossimi dieci anni.

Gli altri rischi per i lavoratori

Il saggio di Acemoglu non si limita a escludere una sostituzione massiccia del lavoro umano. Acemoglu avverte che, sulla strada attuale, l’IA rischia di aumentare le disuguaglianze, di provocare perdite di posti di lavoro molto consistenti e di non garantire nemmeno i grandi aumenti di produttività promessi dall’industria tecnologica. Secondo l’economista, nella Silicon Valley il raggiungimento della parità con le capacità umane è diventato il principale metro di successo dell’IA. Molti leader del settore, sostiene, hanno finito per considerare le persone fallibili e inclini all’errore, sottovalutandone competenze ed esperienza, e questo ha spinto l’industria verso un’automazione totale, senza grande attenzione a strumenti che affianchino gli esseri umani.

Per Acemoglu la soluzione passa da un cambiamento nel modo in cui le aziende costruiscono l’IA, spostando l’obiettivo dall’automazione alla collaborazione tra persone e macchine. Un esempio riguarda la scuola. Un sistema di IA potrebbe essere usato non per sostituire gli insegnanti, ma per individuare gli argomenti con cui ciascuno studente ha difficoltà, così che il docente possa organizzare la classe in piccoli gruppi di approfondimento. L’IA, in questo caso, affianca l’insegnante invece di prenderne il posto.

Le altre prospettive

Le previsioni sul futuro del lavoro restano comunque discordanti. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, a gennaio aveva indicato uno scenario molto più radicale, con l’IA in grado di stravolgere il 50% dei lavori impiegatizi di primo livello nell’arco di uno-cinque anni. I dati raccolti successivamente dalla stessa Anthropic restituiscono però un quadro più sfumato. L’Economic Index di giugno ha chiesto ai lavoratori quanto ritenessero probabile perdere il proprio impiego nei dodici mesi successivi. Soltanto il 10% ha giudicato probabile questa possibilità, mentre più di un terzo si aspetta un cambiamento significativo delle proprie responsabilità.

Anche la ricerca ATLAS di Google indica una trasformazione graduale. Analizzando 15 milioni di interazioni anonimizzate, lo studio ha rilevato che l’IA viene usata per circa il 21% dei compiti di un lavoro tipico e che meno del 10% di queste interazioni porta alla completa automazione del compito. Allo stesso modo, il quadro di OpenAI sulla transizione occupazionale sostiene che un sistema di IA possa svolgere molte delle attività di una professione senza renderla inutile. Ci sono infatti ambiti in cui il rapporto umano resta importante, perché i clienti vogliono interagire con una persona e le istituzioni richiedono che qualcuno si assuma la responsabilità.