SpaceX potrebbe aver superato uno degli ostacoli tecnici più importanti nello sviluppo di Starship, il gigantesco veicolo destinato a diventare il pilastro delle future missioni verso la Luna, Marte e oltre. A sostenerlo è stato direttamente Elon Musk, che durante la prima conference call dedicata ai risultati finanziari dell’azienda ha dichiarato che il problema sull’affidabilità dello scudo termico può ormai essere considerato sostanzialmente risolto.

Si tratta di un’affermazione particolarmente significativa, perché proprio il sistema di protezione termica rappresentava da anni una delle sfide ingegneristiche più complesse del programma Starship. Secondo Musk, tutti i dati raccolti e le ispezioni effettuate dopo l’ultimo volo di prova indicano che il sistema ha raggiunto il livello di affidabilità necessario per supportare il vero obbiettivo del progetto: una riutilizzabilità rapida, con interventi di manutenzione minimi tra un lancio e l’altro.

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Lo scudo termico è fondamentale per il futuro di Starship

Nel corso dell’intervento, Musk ha spiegato di non voler portare sfortuna, ma ha aggiunto di ritenere che il problema possa ormai essere considerato risolto. Le sue parole lasciano comunque intendere che il lavoro di sviluppo non sia terminato, SpaceX continuerà infatti a migliorare il sistema, ma l’azienda non vede più ostacoli tecnici in grado di impedire il raggiungimento della rapida riutilizzabilità del veicolo.

Lo scudo termico di Starship è costituito da circa 18.000 piastrelle ceramiche esagonali che ricoprono il lato più esposto del veicolo durante il rientro atmosferico, la loro funzione è quella di proteggere la struttura in acciaio inossidabile dalle temperature estreme generate dall’attrito con l’atmosfera terrestre.

Durante il rientro infatti, il veicolo è sottoposto a temperature di diverse migliaia di gradi Celsius e a intensi flussi di plasma che sarebbero sufficienti a fondere il metallo non protetto. Le piastrelle assorbono e dissipano questo enorme calore, isolando la struttura e consentendo alla navicella di sopravvivere alla fase più critica della missione.

Senza un sistema di protezione termica realmente affidabile, l’intero concetto di Starship perderebbe gran parte del suo valore, dal momento che la possibilità di riutilizzare il veicolo è uno degli elementi chiave del progetto di SpaceX.

Un problema che accompagnava Starship fin dai primi test

Lo sviluppo dello scudo termico si è rivelato molto più complesso del previsto, durante i primi voli di prova numerose piastrelle tendevano infatti a staccarsi già durante la fase di ascesa, a causa delle forti vibrazioni, dei carichi aerodinamici e di sistemi di fissaggio che non si erano dimostrati sufficientemente robusti.

La perdita delle piastrelle non rappresentava soltanto un danno superficiale, le aperture create tra gli elementi ceramici permettevano infatti al plasma di penetrare fino alla struttura metallica, generando punti di calore estremi e aumentando sensibilmente il rischio di danni al veicolo.

Il problema ricordava da vicino quello affrontato in passato dallo Space Shuttle della NASA, il cui sistema di piastrelle ceramiche richiedeva lunghe ispezioni e numerose sostituzioni dopo ogni missione, rendendo impossibile ottenere tempi di preparazione particolarmente rapidi.

Per superare queste difficoltà, SpaceX ha lavorato negli ultimi anni su diversi fronti, migliorando i materiali utilizzati, standardizzando la forma delle piastrelle, perfezionando il sistema di fissaggio, introducendo ulteriori strati protettivi e sperimentando nuove tecniche per sigillare gli spazi tra una piastrella e l’altra.

I progressi erano già emersi durante i voli di prova dalla missione 10 alla 12, nei quali il numero di piastrelle perse si era progressivamente ridotto, ma restavano ancora dubbi sulla reale capacità del sistema di sostenere il ritmo operativo immaginato da SpaceX.

Il volo 13 avrebbe fornito la conferma definitiva

Secondo quanto spiegato dall’azienda, il vero banco di prova è arrivato con il Flight 13 effettuato a fine luglio. Per questa missione SpaceX ha deliberatamente scelto un profilo di rientro più impegnativo rispetto ai precedenti, aumentando la pressione dinamica per sottoporre lo scudo termico a condizioni ancora più severe rispetto a quelle normalmente previste durante le future operazioni.

La missione ha raggiunto diversi obbiettivi importanti, Starship ha rilasciato con successo 20 satelliti Starlink V3 operativi, segnando il primo dispiegamento di un carico utile di questo tipo da parte del veicolo, ha completato una riaccensione in orbita di un motore Raptor e ha successivamente effettuato un rientro controllato nell’atmosfera terrestre.

Un elemento particolarmente importante riguarda proprio la fase finale della missione, dopo il rientro il veicolo ha eseguito quello che SpaceX descrive come l’ammaraggio più morbido mai ottenuto nell’Oceano Indiano, rimanendo integro e galleggiando invece di distruggersi, come accaduto in precedenti test.

Questa circostanza ha consentito ai tecnici di raccogliere una quantità di dati senza precedenti, oltre alla telemetria trasmessa durante il volo, sei satelliti hanno ripreso Starship dall’esterno, mentre le ispezioni effettuate successivamente con droni hanno permesso di verificare direttamente le condizioni dello scudo termico.

Secondo l’analisi post volo, la quasi totalità delle piastrelle è rimasta al proprio posto, con soltanto danni limitati e minime tracce di infiltrazione del plasma in corrispondenza di alcune giunzioni.

Per Musk, questi risultati rappresentano la dimostrazione che SpaceX dispone finalmente di tutti i dati necessari per considerare superata una delle principali sfide tecnologiche del programma Starship. Pur continuando a perfezionare il sistema, il Flight 13 potrebbe quindi aver segnato un punto di svolta verso l’obbiettivo finale dell’azienda: trasformare Starship in un veicolo completamente e rapidamente riutilizzabile, capace di sostenere un elevato numero di missioni con tempi di preparazione sempre più ridotti.

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