Dal 1° luglio è in vigore in tutta l’Unione Europea il nuovo dazio doganale da 3€ su ogni voce doganale contenuta nelle spedizioni provenienti da Paesi extra-UE con valore inferiore a 150€ per articolo. Colpisce direttamente il modello di business di Temu, Shein e AliExpress, le piattaforme su cui milioni di consumatori europei hanno fatto acquisti a prezzi stracciati negli ultimi anni, complice un’esenzione doganale che finora rendeva questi pacchi di fatto senza dazi.
Sulla carta, la misura è pensata per colpire chi importa, non chi acquista. A pagare il dazio, dal punto di vista giuridico, è l’importatore, cioè la piattaforma o il venditore che organizza la spedizione, non il consumatore finale. È il messaggio che la Commissione Europea ha veicolato con maggiore insistenza nella comunicazione della riforma. Si tratta di riequilibrare la concorrenza con i rivenditori europei, che pagano regolarmente i dazi sulle merci importate all’ingrosso, e non di una nuova tassa scaricata direttamente sulle tasche dei cittadini.
La Commissione Europea ha utilizzato i propri social per rinforzare il messaggio, ricevendo però una marea di critiche negative. Così tanti che il posto originario su X è stato rimosso, rimanendo però visibile su Fabecook e Instagram. Il testo originale è questo:
“European consumers deserve safe products. European businesses deserve fair competition. And we are making it happen. For years, e-commerce platforms outside the EU shipped millions of small parcels to European consumers duty-free. No safety checks, no customs. This created unfair competition for local shops and EU businesses, which must comply while still competing on price. Moreover, last year over 60% of products bought online from non-EU platforms were found unsafe. Now that changes. From today, a temporary €3 customs duty applies to every item in small packages entering the EU from outside. Paid by platforms and sellers, not you. For a safer consumer experience and fairer competition. ”
Tradotto letteralmente significa:
“I consumatori europei meritano prodotti sicuri. Le imprese europee meritano una concorrenza leale. E noi stiamo facendo in modo che questo accada. Per anni, le piattaforme di e-commerce al di fuori dell’UE hanno spedito milioni di piccoli pacchi ai consumatori europei senza pagare dazi doganali. Nessun controllo di sicurezza, nessun controllo doganale. Questo ha creato una concorrenza sleale nei confronti dei negozi locali e delle imprese dell’UE, che devono rispettare le regole pur continuando a competere sui prezzi. Inoltre, lo scorso anno oltre il 60% dei prodotti acquistati online da piattaforme extra UE è risultato non sicuro. Ora le cose cambiano. Da oggi si applica un dazio doganale temporaneo di 3 euro a ogni articolo contenuto in piccoli pacchi che entra nell’Unione europea da Paesi extra UE. Il costo è a carico delle piattaforme e dei venditori, non vostro. Per un’esperienza d’acquisto più sicura per i consumatori e una concorrenza più equa.”
Il vero problema è che la distinzione, nella pratica, non regge. Nulla vieta alle piattaforme di trasferire il costo del dazio sul prezzo finale dell’articolo o sulle spese di spedizione, ed è esattamente quello che sta accadendo. Le stesse piattaforme non hanno mai nascosto questa possibilità, indicandola come una delle strade percorribili per assorbire il nuovo costo. Nella maggior parte dei casi, però, non lo stanno affatto assorbendo: lo stanno scaricando integralmente, e in alcuni casi anche oltre il dovuto, sul prezzo che il consumatore vede al checkout.
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Il caso che abbiamo verificato di persona
Per capire quanto la teoria si discosti dalla pratica, siamo andati a controllare direttamente su AliExpress. Un prodotto acquistato personalmente lo scorso aprile, al prezzo di 2,21€, oggi risulta in vendita a 5,59€. Parliamo di un aumento di oltre il 150%, a fronte di un dazio che, sulla carta, dovrebbe pesare 3€ per voce doganale, non per l’intero valore del prodotto, e che soprattutto grava formalmente sul venditore, non sul prezzo di listino esposto al consumatore.


Non è un caso isolato che abbiamo scelto per fare rumore: è esattamente il tipo di prodotto a basso costo che la riforma europea individua come bersaglio primario, un articolo del valore di pochi euro, spedito singolarmente dalla Cina, del genere che secondo i dati della Commissione compone la stragrande maggioranza dei 4,6 miliardi di pacchi entrati nell’UE nel solo 2024. Ed è proprio su questa fascia di prezzo che l’impatto del dazio si sente più forte in termini percentuali: un rincaro di 3€ su un acquisto da 50€ passa quasi inosservato, lo stesso rincaro su un acquisto da 2€ diventa insostenibile dal cliente finale.
Il punto politico, prima ancora che economico, è che l’Unione Europea sa perfettamente come funzionano gli incentivi di mercato. Sostenere che il dazio “non lo pagano i consumatori” perché il debitore formale è la piattaforma è tecnicamente corretto e, allo stesso tempo, praticamente irrilevante. Nessuna azienda che opera con margini già compressi assorbe un costo aggiuntivo di questa portata senza ribaltarlo, in toto o in parte, sul prezzo finale. Lo stesso think tank Pagella Politica, verificando la misura, ha osservato che è molto probabile che le imprese scarichino la nuova voce di costo sul prezzo pagato dal cliente europeo, mantenendo invariato il proprio margine.
Una misura con più di un obiettivo, non solo il gettito
Va detto, per completezza, che il dazio da 3€ non nasce soltanto per fare cassa o per colpire il portafoglio dei consumatori. La Commissione Europea lo presenta come parte di una riforma più ampia, che punta anche a garantire maggiore sicurezza sui prodotti in arrivo dall’estero: le verifiche condotte nel 2025 su cosmetici, giocattoli, dispositivi di protezione individuale ed elettronica hanno rilevato irregolarità in oltre il 60% dei prodotti controllati, tra etichette mancanti, assenza di documentazione di sicurezza e ingredienti vietati. Non è però chiaro come questa ulteriore gabella possa rendere più sicuri i prodotti, se non diminuendone l’appetibilità. Perché un prodotto non sicuro, rimane tale anche se è stato pagato 3 euro in più.
C’è poi il tema della concorrenza sleale nei confronti dei rivenditori europei, che pagano dazi regolari sulle merci importate all’ingrosso mentre le piattaforme extra-UE hanno finora aggirato completamente questo costo vendendo pacco per pacco direttamente al consumatore finale. Non tutti, però, sono convinti che i benefici superino i costi per le fasce più deboli della popolazione. L’europarlamentare Pasquale Tridico ha definito la misura una tassa che colpirà «principalmente i cittadini più poveri e la classe media», proprio per via dell’aumento del costo finale a carico del consumatore, un effetto che gli osservatori più critici definiscono regressivo.
Quello che emerge, incrociando i dati ufficiali con quanto verificato sul campo, è una distanza piuttosto netta tra la narrazione istituzionale e quello che accade davvero al momento del pagamento. Il dazio formalmente non è a carico del consumatore. Nella pratica, il consumatore lo sta già pagando, e in alcuni casi lo sta pagando più del dovuto.
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