Sono passati poco più di sei mesi dall’entrata in vigore del divieto australiano sui social media per gli under 16, il primo al mondo nella sua categoria, e Canberra ha deciso di alzare ulteriormente le sanzioni.

Il governo australiano ha annunciato il raddoppio della multa massima per le aziende social che violano la legge sull’età minima: si passa da 49,5 milioni a 99 milioni di dollari australiani, equivalenti a oltre 68 milioni di dollari statunitensi.

La mossa non è isolata ma anzi segue ormai un trend crescente; basti pensare che nelle ultime settimane il tema della protezione dei minori online ha animato i governi di mezzo mondo. Il Regno Unito ha annunciato a metà giugno un divieto analogo per i minori di 16 anni su piattaforme come Instagram, TikTok, Snapchat e YouTube, ispirandosi esplicitamente al modello australiano.

E la Norvegia, come avevamo raccontato la settimana scorsa, sta pianificando un disegno di legge analogo da presentare al parlamento entro fine anno. Il modello australiano sta diventando un riferimento globale, ma anche un banco di prova per capire quanto siano efficaci questi divieti nel concreto.

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Le parole del premier Albanese e i nuovi poteri dell’eSafety Commissioner

È chiaro che i grandi tech non stanno facendo abbastanza per rispettare la legge“, ha dichiarato il primo ministro Anthony Albanese. “Questi cambiamenti riflettono la serietà con cui prendiamo qualsiasi violazione da parte delle aziende dei social media alla nostra legge leader a livello mondiale.

Insieme all’aumento delle sanzioni, il governo australiano ha ampliato i poteri della eSafety Commissioner Julie Grant, che ora può esigere dalle piattaforme social prove concrete di come stiano impedendo ai minori di aprire nuovi account. Un dettaglio che è necessario menzionare sta nel fatto che l’agenzia può raccogliere prove sulla conformità al divieto anche da terze parti, come i fornitori di verifica dell’età o gli app store, aprendo la strada a controlli incrociati che finora non erano possibili.

Le indagini in corso riguardano Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube, tutte sotto la lente dell’agenzia per potenziali violazioni della normativa.

Cinque milioni di account rimossi, ma i ragazzi sono ancora quasi tutti online

Il governo australiano rivendica un risultato concreto ovvero che dall’entrata in vigore del divieto a dicembre, più di cinque milioni di account under 16 sono stati rimossi, disattivati o limitati. Sono sicuramente cifre significative e che avvalorano la tesi del governo australiano ma che purtroppo non raccontano l’intera situazione nel Paese il quale è ben lontano dai propri obiettivi in merito alla salvaguardia dei bambini e ragazzi sotto i 16 anni.

Infatti, ad aprile, la fondazione Molly Rose Foundation ha pubblicato i risultati di un sondaggio su oltre 1.000 ragazzi tra i 12 e i 15 anni in cui il 61% ha dichiarato di avere ancora accesso ai social media. Ancora più netto il dato dell’Università di Newcastle, secondo cui oltre l’85% degli adolescenti australiani under 16 è ancora presente sulle piattaforme social dunque in completo contrasto con quanto auspicato dal governo australiano.

Insomma, sono dati che sollevano interrogativi sull’efficacia reale del divieto e che spiegano in parte la decisione del governo di alzare le sanzioni e rafforzare i poteri di controllo, piuttosto che considerare l’obiettivo già raggiunto.

Resta dunque da capire se l’aumento delle multe riuscirà a spingere le piattaforme a investire davvero in sistemi di verifica dell’età più efficaci, o se i ragazzi continueranno a trovare il modo di aggirare i blocchi, vanificando il decreto del governo australiano. Vi terremo aggiornati in merito a questa vicenda che sembra anticipare una tendenza di cui sentiremo parlare a lungo,adesso che nuova consapevolezza è stata fatta su queste piattaforme e le loro conseguenze sulla salute mentale dei minori, e non solo.

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