Ce le mettiamo in testa per ore, le diamo ai nostri figli, le indossiamo mentre facciamo sport, lavoriamo o andiamo a dormire. Le cuffie sono ormai diventate uno degli oggetti più intimi della nostra quotidianità, e secondo uno studio pubblicato dall’organizzazione ceca Arnika nell’ambito del progetto europeo ToxFree Life for All, praticamente tutte contengono sostanza chimiche pericolose per la salute.
Non è una di quelle ricerche allarmistiche che prendono un campione risicato di prodotti e traggono conclusioni eccessive e a volte affrettate. Il programma di analisi ha coinvolto 81 diversi modelli, acquistati in cinque Paesi dell’Europa Centrale: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia e Austria, oltre ad alcuni modelli acquistati su marketplace online come Temu e Shein.
Ogni prodotto è stato smontato e i componenti analizzati in laboratorio alla ricerca di cinque famiglie di sostanze: ritardanti di fiamma bromurati e organofosfati, paraffine clorurate, ftalati e bisfenoli. Il risultato è eloquente e inquietante al tempo stesso: sostanze pericolose rilevate nel 100% dei prodotti testati, senza alcuna eccezione.
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Il problema è il cocktail
La parte più inquietante dello studio non riguarda i singoli composti, ma la loro combinazione. Quando parliamo di esposizione chimica, tendiamo a ragionare su una sostanza alla volta: questa è vietata, quella è sotto la soglia limite, quell’altra è in fase di valutazione. Ma il nostro corpo non funziona così. Assorbe tutto insieme, e gli effetti di più sostanze che agiscono contemporaneamente possono essere molto più gravi della somma delle parti.
Il caso dei bisfenoli è emblematico. Il bisfenolo A (BPA) è classificato come sostanza di elevatissima preoccupazione dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) perché interferisce con il sistema ormonale: si comporta come un estrogeno, si lega ai recettori ormonali e altera l’espressione dei geni. Per questo è già vietato in alcuni contesti, come i biberon e, dal 2025, in materiali a contatto con gli alimenti. Nei dispositivi elettronici, però, non esiste ancora nessuna restrizione specifica. Lo studio di Arnika ha trovato BPA in 177 campioni su 180. Il suo sostituto più comune, il bisfenolo S, era presente in 137. La concentrazione massima rilevata ha superato i 350 mg/kg, ben oltre il limite di 10 mg/kg proposto dalla stessa ECHA.
Ma c’è di peggio. Tra i ritardanti di fiamma organofosforati (usati in sostituzione di quelli bromurati, a loro volta già banditi) lo studio ha rilevato concentrazioni altissime di sostanze ancora largamente non regolamentate. Il Resorcinol bis(difenilfosfato), detto RDP, ha raggiunto 3.514 mg/kg in un paio di cuffie Bluetooth over-ear. Il Trifenilfosfato (TPhP), classificato come interferente endocrino, ha superato i 1.400 mg/kg in due modelli, tra cui uno Skullcandy per bambini e uno Marshall. Sono concentrazioni che superano abbondantemente le soglie che obbligherebbero i produttori a notificare la presenza della sostanza nella catena di fornitura.
Il prezzo non garantisce la sicurezza
Uno dei dati che più dovrebbe farci riflettere è questo: i marchi premium non offrono alcuna garanzia di maggiore sicurezza chimica. Lo studio ha valutato prodotti di Apple, Sony, JBL, Sennheiser, Bose, Marshall, Jabra e decine di altri marchi. I risultati sono distribuiti in modo sorprendentemente trasversale tra fasce di prezzo e livello di notorietà del brand. Anzi, i prodotti “no-name”, quelli che solitamente chiamiamo “cinesoni“, acquistati su piattaforme online come Temu e Shein hanno ottenuto risultati complessivamente migliori rispetto ai marchi consolidati: solo il 31% ha ricevuto una valutazione “rossa”, contro il 48% dei brand conosciuti.
C’è poi un paradosso particolarmente amaro riguardo ai prodotti per bambini. In generale, le cuffie progettate specificamente per i più piccoli hanno mostrato valori di contaminazione inferiori rispetto a quelle per adulti e gamer. Ma tra i campioni con le concentrazioni più allarmanti c’era un prodotto chiamato “My First Care by Care Buds”, commercializzato con un nome che evoca sicurezza e cura. Conteneva bisfenoli in concentrazioni elevatissime nella parte in plastica rigida. E le cuffie destinate ai teenager e ai gamer, un segmento che comprende numerosi ragazzi tra i 12 e i 18 anni, hanno mostrato i tassi di contaminazione più alti in assoluto.
Lo studio non si limita a documentare il problema: avanza proposte concrete. La richiesta principale è che l’Unione Europea smetta di regolamentare le sostanze chimiche una alla volta, permettendo ai produttori di sostituire una sostanza vietata con un’altra ugualmente pericolosa ma ancora non regolamentata, un fenomeno che i ricercatori chiamano “sostituzione lamentevole”. Invece di rincorrere singole molecole, le organizzazioni firmatarie dello studio chiedono un approccio per classi chimiche: vietare tutti i bisfenoli, non solo il BPA; tutti i ritardanti di fiamma aromatici bromurati; tutte le paraffine clorurate a catena media.
Sul piano pratico, noi consumatori abbiamo pochi strumenti immediati. Possiamo limitare le ore di utilizzo quotidiano, evitare di dormire con le cuffie indossate, l’esposizione prolungata combinata con il calore corporeo accelera la migrazione delle sostanze verso la pelle, e preferire, quando possibile, prodotti certificati da enti terzi indipendenti.
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